CAMILLE FLAMMARION.
.
La fine del mondo.
.

Traduzione di: Paolina Mochi.
1932. Casa Editrice La Nuova Italia, FIRENZE.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
Testo curato da Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
...
.
...
Presentazione.
.
L'Autore.
Camille Flammarion fu un sensibile scrittore francese nato il 1842 e morto nel 1925.
...
.
...
Indice.
...
.
...
PARTE PRIMA: NEL VENTICINQUESIMO SECOLO.
LE TEORIE.
CAPITOLO 1. LA MINACCIA CELESTE.
CAPITOLO 2. LA COMETA.
CAPITOLO 3. LA SEDUTA DELL'ISTITUTO.
CAPITOLO 4. COME IL MONDO FINIR.
CAPITOLO 5. IL CONCILIO DEL VATICANO.
CAPITOLO 6. LA CREDENZA NELLA FINE DEL MONDO TRAVERSO LE ET.
CAPITOLO 7. L'URTO.
.
PARTE SECONDA. FRA DIECI MILIONI DI ANNI.
CAPITOLO 1. LE TAPPE DELL'AVVENIRE.
CAPITOLO 2. LE METAMORFOSI.
CAPITOLO 3. L'APOGEO.
CAPITOLO 4. VANITAS VANITATUM.
CAPITOLO 5. OMGAR.
CAPITOLO 6. EVA.
CAPITOLO 7. ULTIMO GIORNO.
EPILOGO. DOPO LA FINE DEL MONDO TERRESTRE.
DISSERTAZIONE FILOSOFICA FINALE.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
LA FINE DEL MONDO
Io vidi poi un cielo nuovo e una terra nuova; perch il primo cielo e la prima terra erano passati.
.
Apocalisse, 21, 1.
...
.
...
PARTE PRIMA. NEL VENTICINQUESIMO SECOLO. LE TEORIE.
...
.
...
CAPITOLO 1.
.
LA MINACCIA CELESTE.
.
"Impiaque aeternam timuerunt saecula noctem".
VIRGILIO, Georgiche, 1.
.
Il magnifico ponte di marmo che unisce la via di Rennes alla via del Louvre e che, fiancheggiato dalle statue dei saggi e dei filosofi celebri, costituisce una via monumentale di accesso al nuovo portico dell'Istituto, era letteralmente nero di gente. Una folla ondeggiante, pi che camminare, sembrava rotolasse pei Lungo Senna, sboccando da tutte le strade e spingendosi verso il portico, invaso, da molto tempo, da un flutto tumultuante.
Mai nel passato, prima della costituzione degli Stati-Uniti d'Europa, nell'epoca barbara in cui la forza vinceva il diritto, in cui il militarismo governava l'umanit e l'infamia della guerra stritolava senza tregua la stoltissima umanit, mai, nei grandi moti rivoluzionari o nei giorni febbrili delle dichiarazioni di guerra(1) mai le adiacenze della Camera dei rappresentanti del popolo, n la piazza della Concordia avevano presentato uno spettacolo simile. Non si trattava di gruppi di fanatici, riuniti intorno a una bandiera, marcianti verso qualche conquista della spada, seguiti da frotte di curiosi e di disoccupati, "che andavano a vedere quel che succederebbe": era tutta quanta la popolazione, composta di tutte le classi della societ, indistintamente, sospesa alla decisione di un oracolo, nell'attesa febbrile del resultato di un calcolo che un astronomo celebre doveva render noto quel luned, alle tre, nella Seduta dell'Accademia delle Scienze. In mezzo alla trasformazione politica e sociale degli uomini e delle cose, l'Istituto di Francia durava ancora e ancora teneva in Europa la palma delle scienze, delle lettere e delle arti. Il centro della civilt si era, per, spostato e il focolare del progresso splendeva allora nell'America del Nord, sulle rive del lago Michigan.
Siamo al venticinquesimo secolo.
Questo nuovo palazzo dell'Istituto, che alzava al cielo le sue terrazze e le sue cupole, era stato costruito alla fine del ventesimo secolo sulle rovine lasciate dalla grande rivoluzione sociale degli anarchici internazionali, che nel 1950 avevano fatto saltare in aria una parte della grande metropoli francese, come un tappo sopra un cratere.
La Domenica, alla vigilia del responso, dalla navicella di un pallone si sarebbe potuta vedere tutta Parigi, sparsa sui bastioni e sulle piazze pubbliche, camminar lentamente, come senza speranza, senza interessarsi pi di nulla al mondo. Le aeronavi festose non solcavano pi lo spazio colla loro abituale vivacit, gli aeroplani, gli aviatori, i pesci aerei, gli uccelli meccanici, gli elictteri elettrici, le macchine volanti, tutto si era rallentato, quasi fermato. Le stazioni aeronautiche, in cima alle torri e agli edifizi, erano vuote e solitarie. La vita umana sembrava sospesa e l'inquietudine era dipinta su tutti i visi. Si attaccava discorso senza conoscersi, e sempre le stesse parole uscivano dalle labbra pallide e tremanti: " proprio vero!..." La pi spaventosa epidemia avrebbe agghiacciato meno i cuori, della predizione astronomica, cos universalmente commentata, e avrebbe fatto meno vittime; gi la mortalit cominciava a crescere, infatti, per una causa sconosciuta.
Ogni momento, ciascuno sentiva come un brivido elettrico di terrore.
Alcuni, volendo parere pi energici e meno allarmati, lanciavano ogni tanto una parola di dubbio, o anche di speranza: "ci si pu ingannare" oppure: "passer da parte" o anche: "poi non sar niente, ce la caveremo con la paura" o qualche altro palliativo del medesimo genere.
Ma l'aspettativa e l'incertezza sono, spesso, pi terribili della stessa catastrofe. Un colpo brutale ci colpisce, una volta, e ci abbatte, pi o meno; poi ci si risveglia, si prende il nostro partito, ci si rimette e si continua a vivere. Qui era l'ignoto, l'avvicinarsi d'un avvenimento inevitabile, misterioso, extra-terrestre e formidabile.
Bisognava morire di certo: ma come? Per urto, per schiacciamento, per calore incendiario, per l'infiammarsi del globo, per avvelenamento dell'atmosfera, per soffocazione? quale supplizio attendeva gli uomini? Minaccia pi terribile della morte stessa! La nostra anima non pu soffrire che fino a un certo limite; aver paura senza tregua, domandarsi ogni sera quello che ci aspetta l'indomani,  come soffrire mille morti.
E la Paura! La Paura che agghiaccia il sangue nelle arterie, che annichilisce gli animi, la Paura, spettro invisibile, da cui tutti gli animi, vacillanti, e pieni di raccapriccio, erano ossessionati.
Da un mese circa tutti gli affari commerciali erano fermi: da quindici giorni il Comitato degli Amministratori (che sostituiva la Camera e il Senato d'altri tempi) aveva sospese le sedute, poich in queste la distrazione aveva raggiunto il colmo. Da otto giorni la Borsa era chiusa a Parigi, a Londra, a New-York, a Chicago, a Melbourne, a Liberty, a Pechino: a che scopo occuparsi d'affari, di politica interna o estera, di questioni di bilancio o di riforme, se il mondo stava per finire? Ah! la politica! Si ricordava neppure di averne mai fatta? I palloni erano sgonfiati. I tribunali stessi non avevano pi cause in vista: non si commettono assassinii, quando si aspetta la fine del mondo. L'umanit non teneva pi a niente: il suo cuore affrettava i battiti, pronto a fermarsi. Si vedevano dappertutto visi disfatti, facce pallide, rovinate dall'insonnia; solamente la civetteria femminile resisteva ancora, ma appena, in un modo superficiale, ingenuo, effimero, senza preoccupazione dell'indomani.
Ma, del resto, la situazione si presentava grave, quasi disperata, anche agli occhi dei pi stoici. Mai, in tutta la storia dell'umanit, mai la razza di Adamo s'era trovata davanti a un tale pericolo; le minacce del cielo le ponevano innanzi, senza remissione, una questione di vita o di morte.
Ma rifacciamoci da principio.
Tre mesi circa prima del giorno in cui siamo, il Direttore dell'Osservatorio del monte Gaorisankar, aveva telefonato ai principali osservator del globo, e particolarmente a quello di Parigi, un dispaccio cos concepito:
"Una cometa telescopica  stata scoperta questa notte fra 21h 16m 42s di ascensione diretta e 49 53' 45" di declinazione boreale. Movimento diurno molto debole. La cometa  verdastra".
Non passavano mai dei mesi, senza che qualche cometa telescopica fosse scoperta e annunciata ai diversi osservator(2), specialmente dacch vi avevano preso stanza astronomi valorosi: in Asia, sulle alte cime del Gaorisankar, del Dapsang e del Kintchindjinga; nell'America del Sud, sull'Aconcagua, l'Illampon e il Chimborazo, come anche in Africa, sul Kilima-N'djaro e in Europa, sull'Elbrouz e il Monte Bianco. Perci quest'annunzio non aveva colpito gli astronomi, pi di tutti gli altri dello stesso genere, che di abitudine si ricevevano. Un gran numero di osservatori aveva cercato la cometa nella posizione indicata e l'aveva seguita diligentemente.
Le "Ultime Notizie Astronomiche" ne avevano pubblicato le osservazioni e un matematico tedesco aveva calcolato una prima orbita provvisoria, con le effemeridi del movimento. Appena questa orbita e queste effemeridi furono pubblicate, un dotto giapponese fece un'osservazione molto curiosa. Secondo il calcolo, la cometa doveva discendere dalle altezze dell'infinito verso il Sole e venire a traversare il piano dell'eclittica circa il 20 luglio, in un punto poco lontano da quello in cui doveva trovarsi la terra in quell'epoca.
"Sarebbe - egli diceva - del pi alto interesse moltiplicare le osservazioni e riprendere il calcolo, per concludere a quale distanza la cometa passer dal nostro pianeta e se, per caso, non verr ad urtare la Terra o la Luna".
Una giovane laureata dell'Istituto, candidata alla direzione dell'Osservatorio, aveva colto a volo l'insinuazione e si era posta al telefono dello stabilimento centrale per afferrare al loro passaggio tutte le osservazioni comunicate. In meno di dieci giorni ne aveva raccolte pi d'un centinaio e, senza perdere un minuto, aveva passato tre giorni e tre lunghe notti a ricominciare il calcolo su tutta la serie delle osservazioni. Il resultato fu che la conclusione dell'astronomo giapponese era inesatta, riguardo all'epoca del passaggio traverso il piano dell'eclittica, passaggio che era stato anticipato di cinque o sei giorni; ma per questo l'interesse del problema diveniva ancora maggiore, poich la distanza minima fra la cometa e la terra era anche pi piccola di quanto avesse creduto lo scienziato giapponese. Senza parlare per il momento della possibilit d'un incontro, si accennava alla speranza di trovare nell'enorme perturbazione che l'astro errante avrebbe subito, a causa della Terra e della Luna, un nuovo mezzo di determinare con straordinaria precisione la massa della Luna e quella della Terra, e forse indicazioni precise sulla repartizione delle densit nell'interno del nostro globo. La giovine calcolatrice insisteva ancora sui precedenti inviti a nuovi calcoli, mostrando quanto fosse importante avere osservazioni numerose e precise.
Alla vigilia della seduta aveva completamente spiegato l'orbita ad una commissione accademica.
Ma il centro di tutte le osservazioni sulla cometa era l'Osservatorio del Gaorisankar. Essendo posto sulla cima pi alta del mondo, a 8000 metri d'altitudine, in mezzo alle nevi eterne, che i nuovi procedimenti della chimica elettrica avevano allontanate di molti chilometri tutt'intorno al santuario, trovandosi quasi sempre molte centinaia di metri sopra le nuvole pi alte, sospeso in un'atmosfera pura e rarefatta, la visione naturale e telescopica che di l si poteva avere era veramente centuplicata.
Vi si distinguevano ad occhio nudo le valli della Luna, i satelliti di Giove e le fasi di Venere. Gi da nove o dieci generazioni, molte famiglie di astronomi dimoravano sul monte asiatico, lentamente e gradatamente acclimatate alla rarefazione dell'atmosfera. Le prime avevano dovuto in breve tempo soccombere; ma la scienza e l'industria erano poi riuscite a mitigare i rigori del freddo, immagazzinando i raggi del sole, e l'acclimatamento era avvenuto, a poco a poco, come nei tempi antichi a Quito e a Bogota, dove si vedevano, nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, popolazioni felici vivere nell'abbondanza, e giovani donne danzare senza stanchezza nottate intiere, ad un'altitudine alla quale coloro che salivano sulla cima del Monte Bianco, in Europa, potevano appena far qualche passo, senza sentirsi mancare il respiro. A poco a poco una piccola colonia di astronomi aveva preso stanza sui fianchi dell'Imalaia, e l'Osservatorio aveva acquistato, per i suoi lavori e le sue scoperte, l'onore di essere giudicato il primo del mondo. Il suo principale strumento era il famoso equatoriale di 100 metri di fuoco, coll'aiuto del quale si era potuto finalmente giungere a decifrare i segnali geroglifici indirizzati inutilmente alla terra da molte migliaia di anni, dagli abitanti del pianeta Marte.
Mentre gli astronomi europei discutevano sull'orbita della nuova cometa e constatavano che quest'orbita avrebbe proprio dovuto passare per il nostro pianeta, e che i due corpi si sarebbero incontrati nello spazio, l'Osservatorio dell'Himalaia aveva inviato un nuovo fonogramma: "La cometa sta per divenire visibile ad occhio nudo. Sempre verdastra. Essa si dirige verso la Terra".
L'accordo assoluto dei calcoli astronomici, provenissero sia dall'Europa, sia dall'America o dall'Asia, non lasciava il minimo dubbio sulla loro precisione. I giornali quotidiani lanciarono nel pubblico la notizia allarmante, accompagnandola con commenti tragici e moltiplicate interviste, nelle quali mettevano in bocca agli scienziati i discorsi pi strani.
Facevano a chi esagerava di pi sui dati esatti del calcolo, aggravandoli di dissertazioni pi o meno fantastiche. Da lungo tempo tutti i giornali del mondo, senza eccezione, erano divenuti semplici operazioni di commercio. La stampa, che altre volte aveva reso tanti servizi all'affrancarsi del pensiero umano, alla libert e al progresso, era alla merc dei governatori e dei grandi capitalisti, avvilita da compromessi finanziari d'ogni specie. Ogni giornale era una maniera di commercio; il solo problema era quello di vendere giornalmente il maggior numero possibile di fogli, e di far pagare le linee, pubblicando notizie pi o meno svisate. "Far degli affari". Era tutto l.
Inventavano notizie false, che smentivano poi tranquillamente l'indomani, minavano per ogni nonnulla la sicurezza dello Stato, svisavano la verit, mettevano in bocca agli scienziati discorsi che questi non avevano mai tenuto, calunniavano con sfrontatezza, disonoravano uomini e donne, seminavano scandali, mentivano spudoratamente, spiegavano i trucchi dei ladri e degli assassini e moltiplicavano i delitti, senz'aver l'aria di crederlo, davano la formula degli agenti esplosivi, recentemente inventati, mettevano in pericolo i loro stessi lettori e tradivano, nello stesso tempo, tutte le classi sociali, al solo fine di sovreccitare fino al parossismo la curiosit generale e di "vendere delle copie".
Non c'erano altro che affari e rclames.
Di scienze, arti, letteratura, filosofia, studi e ricerche i giornali non si preoccupavano affatto. Un attore di second'ordine, un'attrice leggera, un tenore, una cantante di caff-concerto, un ginnasiarca, un corridore a piedi o a cavallo, un trampoliere, un ciclomane o un velocipedista acquatico, un malfattore della peggiore specie, sopra tutto un assassino, diveniva in un giorno pi celebre del pi illustre scienziato, o del pi abile inventore. Si pubblicavano i ritratti dei pi forti corridori, dei ladri, resi illustri, e degli assassini.
Ma l'interesse particolare del giornale dominava sempre, in tutti gli apprezzamenti, l'interesse generale e la cura del progresso reale dei cittadini. Per lungo tempo il pubblico era rimasto ingannato; tuttavia, all'epoca in cui siamo, aveva finito per arrendersi all'evidenza e non accordava pi nessun credito a qualsiasi articolo di gazzetta, in modo che non esistevano pi giornali propriamente detti, ma soltanto fogli di avvisi e di rclame ad uso del commercio. La prima notizia lanciata da tutte le pubblicazioni quotidiane che "una cometa arrivava a grande velocit e avrebbe incontrato la terra nella tale epoca, gi fissata", la seconda notizia: - che l'astro vagabondo avrebbe potuto produrre una catastrofe universale, avvelenando l'atmosfera respirabile, - questa doppia predizione era stata letta da tutti con occhio distratto e con assoluta incredulit; non aveva prodotto maggiore effetto della notizia che era stata scoperta la fontana di Giovinezza nelle cantine del palazzo delle Fate a Montmartre (inalzato sulle rovine del Sacro Cuore) la quale notizia era stata lanciata in quello stesso tempo.
I letterati, i poeti, gli artisti ne avevano preso pretesto per celebrare in prosa e in versi, con disegni e quadri di ogni genere, i viaggi delle comete traverso le regioni celesti. Si vedeva in essi la cometa, che passava davanti allo sciame delle stelle spaventate, oppure che discendeva dall'alto dei cieli, precipitandosi e minacciando la Terra addormentata. Queste personificazioni simboliche tenevano viva la curiosit pubblica, senza accrescere il primo spavento; si cominciava quasi ad abituarsi all'idea d'un incontro, senz'averne troppa paura. La marea delle impressioni popolari oscilla come il barometro.
Del resto, gli stessi astronomi da principio non s'erano interessati dell'incontro dal punto di vista dei suoi effetti sulla sorte dell'umanit, e le riviste astronomiche speciali (le sole che avessero conservato qualche autorit) non ne avevano ancora parlato che sotto forma di calcoli da verificare. Gli scienziati avevano trattato il problema come matematica pura, e lo riguardavano semplicemente come un caso interessante di meccanica celeste; durante le interviste che avevano subite, si erano contentati di rispondere che l'urto era possibile, magari anche probabile, ma senza interesse per il pubblico.
Improvvisamente, un nuovo fonogramma, lanciato questa volta dal Monte-Hamilton, in California, venne a colpire i chimici ed i fisiologi.
"Le osservazioni spettroscopiche stabiliscono che la cometa  una massa assai densa, composta di molti gaz, fra i quali domina l'ossido di carbonio".
L'affare si complicava: l'incontro della cometa con la Terra era ormai certo; e se gli astronomi non se ne preoccupavano troppo, abituati com'erano da secoli a considerare questi contatti celesti come inoffensivi, se i primi, tra loro, avevan finito col mettere sdegnosamente alla porta gl'innumerevoli intervistatori che ininterrottamente venivano a importunarli, dichiarando loro che questa predizione non interessava il volgo, ma era un puro fatto astronomico che non li riguardava, i medici avevano cominciato a commuoversi e discutevano con vivacit sulle possibilit di asfissia, o di avvelenamento. Meno indifferenti all'opinione pubblica, non avevano affatto congedati i giornalisti: tutt'altro! e in pochi giorni la questione aveva sensibilmente cambiato faccia. Da astronomica era divenuta fisiologica: e i nomi di tutti i medici celebri o famosi spiccavano in cima alla prima pagina di tutti i giornali quotidiani: i loro ritratti occupavano le riviste illustrate e una rubrica speciale annunciava, un po' dappertutto:
"Consultazioni sulla cometa".
Gi la variet, la diversit, l'antagonismo degli apprezzamenti avevano creato molti campi ostili che scambievolmente si scagliavano bizzarre ingiurie e trattavano tutti i medici di "ciarlatani avidi di rclame".
Frattanto il Direttore dell'Osservatorio di Parigi, che aveva a cuore l'interesse della scienza, si era commosso per un simile chiasso, nel quale la verit astronomica era stata pi d'una volta stranamente svisata. Era un vegliardo venerando, incanutito nello studiare i grandi problemi della costituzione dell'universo; la sua voce era ascoltata da tutti ed egli si era deciso a mandare ai giornali un avviso, nel quale dichiarava che tutte le ipotesi erano premature, finch non fossero note le discussioni tecniche autorizzate, che dovevano aver luogo nell'Istituto.
Abbiamo detto, mi pare, che l'Osservatorio di Parigi, sempre alla testa del movimento scientifico per i lavori dei suoi membri, era divenuto, pi che altro, a causa dei trasformati metodi d'osservazione, una specie di santuario di studi teorici, da una parte, e dall'altra una centrale telefonica, a cui facevan capo gli osservator lontani dalle grandi citt, posti sulle cime favorite da una perfetta trasparenza atmosferica. Era un asilo di pace, dove regnava la perfetta concordia. Gli astronomi consacravano disinteressatamente tutta la vita al solo progresso della scienza, si amavano scambievolmente, senza provar mai le punture dell'invidia, e ognuno dimenticava i meriti propr, non pensando che a mettere in evidenza quelli dei colleghi. Il direttore dava l'esempio e, quando parlava, lo faceva a nome di tutti.
Egli pubblic una dissertazione tecnica e la sua voce fu ascoltata.... un istante. Ma pareva che la questione astronomica fosse gi fuori di causa. Nessuno contestava e discuteva l'incontro della cometa con la Terra: era un fatto acquisito dalla certezza matematica del calcolo. Quello che preoccupava era piuttosto la costituzione chimica della cometa: se al suo passaggio presso la terra avesse assorbito l'ossigeno atmosferico, si sarebbe avuta la morte immediata per asfissia; se l'azoto si fosse combinato col gas della cometa, si sarebbe avuta ugualmente la morte, ma preceduta da un immenso delirio e da una specie di gioia universale, poich una sovreccitazione folle di tutti i sensi sarebbe stata la conseguenza dello sparire dell'azoto e dell'aumentare corrispettivo dell'ossigeno nella funzione respiratoria dei polmoni.
L'analisi spettrale segnalava sopratutto l'ossido di carbonio nella costituzione chimica della cometa. Ci di cui le riviste scientifiche discutevano principalmente era se la mescolanza di questo gas deleterio con l'atmosfera respirabile avrebbe avvelenato l'intera popolazione terrestre, uomini ed animali, come affermava il presidente dell'Accademia di medicina.
L'ossido di carbonio! Non si parlava pi d'altro. L'analisi spettrale non poteva essersi ingannata. I suoi metodi erano troppo sicuri, i suoi procedimenti troppo precisi. Tutti sapevano che la minima mescolanza di questo gas con l'aria che si respira produce rapidamente la morte. Ora un nuovo messaggio telefonico dell'Osservatorio del Gaorisankar aveva confermato quello del Monte Hamilton, aggravandone la portata. Questo messaggio diceva:
"La Terra si trover intieramente piantata nella testa della cometa, che appare gi trenta volte pi larga del diametro intero del globo terrestre, e che continua ad ingrandirsi di giorno in giorno".
Trenta volte il diametro del globo terrestre! Quando la cometa fosse passata tra la Terra e la Luna, le avrebbe dunque toccate tutte e due, giacch un ponte, formato da trenta terre, basterebbe per riunire il nostro mondo alla Luna.
Durante i tre mesi, dei quali riassumiamo ora la storia, la cometa era uscita dalle profondit telescopiche ed era divenuta visibile ad occhio nudo: era in vista della Terra e come una minaccia celeste si librava gigantesca nel cielo, tutte le notti, davanti all'armata delle stelle. Ogni notte ingrandiva: era il Terrore stesso sospeso su tutte le teste e, come una spada formidabile, si avanzava lentamente, gradatamente, inesorabilmente. Si fece un ultimo tentativo, non per deviare la cometa dalla sua rotta (era un'idea messa fuori dagli utopisti che non dubitano mai di nulla e che avevano osato immaginare che un formidabile vento elettrico potesse esser prodotto da batterie disposte sulla parte del globo che la cometa doveva urtare) ma per esaminar di nuovo il grande problema sotto tutti gli aspetti e forse per rassicurare gli animi, riportarvi la speranza, scoprendo qualche vizio di forma nelle sentenze pronunciate, qualche causa dimenticata nei calcoli, o nelle osservazioni: l'urto non sarebbe forse stato cos disastroso come i pessimisti pretendevano.
Una discussione generale in contradittorio doveva aver luogo quel luned all'istituto, quattro giorni avanti a quello previsto per l'incontro, cio il venerd 13 luglio. Il pi celebre astronomo francese, allora Direttore dell'Osservatorio di Parigi, il Presidente dell'Accademia di medicina, fisiologo e chimico insigne, il Presidente della Societ astronomica di Francia, abile matematico, ed anche altri oratori, fra i quali una donna illustre per le sue scoperte di fisica, dovevano, a turno, prendere la parola.
L'ultima sentenza non era detta.
Entriamo sotto la vecchia cupola del ventesimo secolo, per assistere alla discussione.
Ma, avanti d'entrare, esaminiamo anche noi la famosa Cometa, che in questo momento gravava su tutti i pensieri.
 CAPITOLO II.
LA COMETA
Vapores qui ex caudis Cometarum oriuntur incidere possunt in atmospheras planetarum, et ibi condensari et converti in aquam, et sales, et sulphura, et limum, et lutum, et lapides, et substantias alias terrestres migrare.
NEWTON, Principia, III, 671.
La strana visitatrice era discesa lentamente dalle profondit dell'infinito. Non era apparsa bruscamente, tutta a un tratto, ci che pi di una volta  accaduto per le grandi comete, sia che arrivino subito in vista della Terra, dopo il loro passaggio al perifelio, sia che una lunga serie di notti nuvolose o illuminate dalla Luna abbia impedito l'osservazione del cielo ai ricercatori di comete. Il fluttuante vapore sidereo era rimasto da principio negli spaz telescopici, osservato solamente dagli astronomi. Nei primi giorni che seguirono la sua scoperta, non fu accessibile che ai potenti equatoriali degli osservator. Ma il pubblico colto non aveva tardato a cercarla da s. Ogni casa moderna terminava con una terrazza sovrastante tutti i piani, destinata alle imbarcazioni aeree: molte erano ornate da cupole girevoli. Non c'era famiglia agiata che non avesse un canocchiale a sua disposizione e nessun appartamento sembrava completo, senza una biblioteca ben provvista di ogni libro scientifico. Nel venticinquesimo secolo, gli abitanti della Terra cominciavano a pensare.
La cometa era stata osservata da tutti, si pu dire, dal momento in cui era divenuta accessibile agli strumenti di minore potenza. Quanto alle classi operaie, per cui le comodit sono sempre contate, i cannocchiali posti sulle pubbliche piazze erano stati assaliti da una folla impaziente fin dalla prima sera in cui la cometa si era vista; e tutte le sere gli astronomi da piazza avevano fatto incassi fantastici, senza precedenti. Del resto, anche un gran numero d'operai aveva il cannocchiale in casa, specialmente in provincia; e per la giustizia e la verit dobbiamo riconoscere che il primo, in Francia, che aveva saputo scoprir la cometa (all'infuori, naturalmente, degli osservator patentati) non era stato n un uomo di mondo, n un accademico, ma un modesto operaio, un sarto di un sobborgo di Soissons, che passava la pi gran parte delle notti sotto il cielo sereno e che, colle economie faticosamente risparmiate, era riuscito a comprarsi un piccolo cannocchiale; con questo non si saziava di studiare le curiosit del cielo. Fatto degno d'attenzione, fino al ventiquattresimo secolo quasi tutti gli abitanti della Terra erano vissuti senza sapere dov'erano, senz'aver neppure la curiosit di domandarlo, come ciechi unicamente preoccupati del loro appetito: ma da circa cento anni la razza umana si era messa ad osservar l'universo e a ragionare.
Se ci si vuol render conto del cammino percorso dalla cometa nello spazio, basta esaminare con un po' d'attenzione il disegno qui pubblicato (vedi figura a pagina seguente). Esso rappresenta il piano dell'orbita della cometa e la sua intersezione con quello dell'orbita terrestre: poich la cometa discende dall'infinito, si dirige obliquamente verso la Terra e continua il suo corso avvicinandosi al Sole, che non l'arresta e non l'attrae nel suo passaggio al perifelio.
Non si  tenuto conto della perturbazione causata dalla forza di attrazione della Terra: questa influenza avrebbe per effetto di ricondurre la cometa verso l'orbita terrestre dopo una rivoluzione intorno al Sole, e di trasformare l'orbita parabolica in ellissi.
Tutte le comete che gravitano intorno al Sole descrivono orbite analoghe, pi o meno allungate, ellissi di cui l'astro radioso occupa uno dei focolari: queste sono molte.
Il disegno che si vede qui appresso d un'idea delle loro intersezioni coll'orbita della Terra intorno al Sole e colle altre orbite planetarie. Esaminando queste intersezioni s'indovina che un incontro non avrebbe niente d'impossibile, n di anormale.
La cometa era arrivata in vista della Terra. In una notte di luna nuova, con un cielo meravigliosamente puro, qualche occhio particolarmente acuto era arrivato a distinguerla ad occhio nudo, non lungi dallo Zenit, sul margine della Via Lattea a sud della stella omicron di Andromeda, come una pallida nebulosit, come un leggerissimo sbuffo di fumo, molto piccola, appena allungata in una direzione opposta al Sole, come una specie di coda rudimentale, formata da gaz. Ed  cos che si presentava anche al telescopio, dacch era stata scoperta. Nessuno avrebbe potuto sospettare, dal suo aspetto inoffensivo, la parte cos tragica che questo nuovo astro avrebbe rappresentato nella storia dell'umanit; il solo calcolo indicava, allora, il suo avanzarsi verso la Terra. Ma l'astro misterioso avanzava rapidamente. Il giorno dipoi gi la met dei ricercatori riuscivano a scorgerla e due giorni dopo, soltanto quelli di vista corta, con binocoli insufficienti, aspettavano ancora; in meno d'una settimana tutti gli sguardi l'avevano scoperta; su tutte le pubbliche piazze, in tutti i villaggi, si vedevano gruppi di gente che cercava la cometa, o la mostrava agli altri.
Essa ingrandiva di giorno in giorno; gli strumenti cominciavano a fare scorgere un nucleo ben distinto, assai luminoso, che era oggetto di dissertazioni appassionate. Poi la coda si divise a poco a poco in raggi divergenti dal nucleo e prese insensibilmente la forma d'un ventaglio. La commozione invadeva gi tutti gli animi, quando, dopo il primo quarto della luna, e durante i giorni di luna piena, sembr che la cometa restasse stazionaria e che, anzi, il suo splendore diminuisse. Poich si era creduto di vederla ingrandire rapidamente, si sper che qualche errore di calcolo fosse stato commesso e si ebbe un periodo di calma e di tranquillit. Dopo la luna piena, il barometro abbass tutto a un tratto notevolmente: il centro di depressione di una forte tempesta veniva dall'Atlantico e passava al nord delle isole Britanniche; per dodici giorni il cielo rest completamente coperto su quasi tutta l'Europa.
Il sole brill di nuovo nell'atmosfera purificata, le nuvole si dissiparono, l'azzurro del cielo si mostr puro e senza nebbie e quel giorno si aspett con emozione il tramonto del sole; tanto pi che molte spedizioni aeree erano riuscite a traversare gli strati delle nuvole e gli aeronauti assicuravano che la cometa si era notevolmente sviluppata. I messaggi telefonici mandati dalle montagne d'Asia e d'America annunziavano, d'altra parte, il suo arrivo imminente; ma, oh meraviglia!, quando, caduta la notte, tutti gli sguardi erano alzati al cielo per cercarvi l'astro fiammeggiante, non ebbero dinanzi una cometa, una cometa classica, come quelle che si vedono di solito: ma videro un'aurora boreale, di un nuovo genere, una specie di prodigioso ventaglio celeste, a sette rami, lanciante sette raggi verdastri, che parevano uscire da un fuoco nascosto sotto l'orizzonte.
Tutti erano certi che questa fantastica aurora boreale era la cometa, tanto pi che questa non era visibile in alcun punto del cielo stellato. L'apparizione era molto diversa -  vero - dalle forme conosciute delle comete e l'aspetto raggiante del misterioso visitatore era quello che di pi inaspettato fosse comparso mai al mondo; ma queste formazioni gazose sono cos bizzarre, cos capricciose, cos svariate, che tutto  possibile. E poi non era davvero la prima volta che una cometa offriva un tale aspetto; gli annali astronomici ricordavano, fra le altre, una immensa cometa a sei code, osservata nel 1744, che era stata a quell'epoca soggetto di numerose dissertazioni. Un disegno molto pittoresco, fatto de visu dall'astronomo Chseaux, a Losanna (fig. 1) l'aveva in altri tempi resa popolare. La cometa del 1861, colla sua coda a ventaglio, offriva un altro esempio di quel genere di visitatori celesti e si ricordava anche che il 30 giugno di quell'anno vi era stato un incontro, molto innocuo, del resto, fra la Terra e l'estremit della coda; ma quando anche non se ne fossero mai viste prima, bisognava bene arrendersi all'evidenza.
Frattanto le discussioni continuavano ed era sorta una vera gara astronomica fra le riviste scientifiche del mondo intero, i soli giornali che, come abbiamo visto, avessero conservato qualche credito nell'epidemia mercantile che da molto tempo aveva invaso l'umanit. Il punto capitale dacch si sapeva con certezza che l'astro si avanzava direttamente verso la Terra, era la distanza a cui si trovava ogni giorno, questione corrispondente a quella della sua velocit. La giovane laureata dell'Istituto, di recente nominata Direttrice del Gabinetto dei calcoli nell'Osservatorio, non lasciava passare un giorno, senza mandare una nota al Giornale ufficiale degli Stati Uniti d'Europa.
Una relazione matematica molto semplice collega la rapidit di ogni cometa alla sua distanza dal Sole, e viceversa; conoscendo l'una si pu trovar l'altra, in un momento. In sostanza, la rapidit di una cometa  semplicemente uguale alla velocit di un pianeta, moltiplicata per la radice quadrata di 2. Ora, la velocit di un pianeta, a qualunque distanza esso sia,  regolata dalla terza legge di Keplero, in virt della quale i quadrati dei tempi delle rivoluzioni stanno fra loro come i cubi delle distanze. Si vede che non vi  nulla di pi semplice.



Cos, per esempio, alla distanza di Giove, questo magnifico pianeta gravita intorno al Sole con una rapidit di 13.000 metri al secondo. Una cometa che si trova a questa distanza, fila dunque colla velocit che abbiamo detto, moltiplicata per la radice quadrata di 2, vale a dire per il numero 1.4142. Questa velocit , per conseguenza, di 18.380 metri al secondo.
Il pianeta Marte gira intorno al Sole con una velocit di 24.000 metri al secondo. A questa distanza la velocit della cometa  di 34.000 metri.
La velocit media della Terra sulla sua orbita  di 29.460 metri al secondo, un po' minore in giugno, un po' maggiore in dicembre. In vicinanza della Terra quella della cometa , dunque, di 41.660 metri, indipendentemente dall'acceleramento che l'attrazione della Terra potrebbe produrle. Ecco ci che la laureata dell'Istituto ebbe cura di ricordare al pubblico, iniziato soltanto in maniera elementare alla teoria dei movimenti celesti.
Quando l'astro minaccioso arriv alla distanza di Marte, le paure aumentarono e non furon pi paure vaghe, ma presero un carattere definito, fondato su di un apprezzamento esatto e facile di questa velocit: 34.000 metri al secondo sono 2040 chilometri al minuto, 122.400 chilometri all'ora!
Poich la distanza dell'orbita di Marte da quella della Terra  soltanto di 76 milioni di chilometri, al calcolo di 122.400 chilometri all'ora, questa distanza sarebbe superata in seicento ventuna ora, o in ventisei giorni circa. Ma avvicinandosi al Sole, la cometa va sempre pi velocemente, poich alla distanza della Terra la sua rapidit  di 41660 metri al secondo. In ragione di quest'aumento di velocit, la distanza fra le due orbite sarebbe superata in cinquecentocinquantotto ore, o in ventitr giorni e sei ore.
Ma non dovendo la Terra, al momento dell'incontro, trovarsi proprio nel punto d'intersezione fra la propria orbita e una linea imaginaria dal Sole alla cometa - poich la cometa non si precipitava sul Sole - l'incontro non doveva verificarsi che circa una settimana pi tardi, ossia venerd, 13 luglio, verso mezzanotte.
Non abbiamo bisogno d'aggiungere che in una circostanza simile, tutti gli abituali preparativi della festa nazionale del 14 luglio erano stati dimenticati. Festa nazionale! Non ci si pensava neppure. Il 14 luglio non avrebbe piuttosto segnato il lutto universale degli uomini e delle cose? Erano gi pi di cinque secoli, del resto, che quest'anniversario d'una data famosa era - con qualche intermittenza  vero, - celebrato dai Francesi: presso gli stessi romani le commemorazioni festive dei "circenses" erano durate assai meno. Si sentiva dire da ogni parte che il 14 luglio aveva vissuto assai. Era gi morto quindici volte, ma non doveva pi risuscitare.
Eravamo soltanto al luned 9 luglio. Da cinque giorni il cielo si manteneva bellissimo e tutte le notti il ventaglio della cometa si librava nell'immensit celeste con la sua testa, e col suo nucleo, ben visibile, picchiettato di punti luminosi, che potevano rappresentare corpi solidi di molti chilometri di diametro e che, secondo qualche calcolatore, dovevano per i primi precipitarsi sopra la Terra: giacch la coda della cometa era sempre opposta al Sole e, nel caso attuale, dietro al movimento dell'astro e sensibilmente obliqua. L'astro fiammeggiava nella costellazione dei Pesci: l'osservazione della vigilia, 8 luglio, dava come posizione precisa: ascensione destra = 23h 10m 32s; declinazione boreale = 7 36' 4". La coda traversava tutto il quadrato di Pegaso. La cometa si alzava a 9h 49m e tutta la notte si librava nel cielo.
Durante i giorni di tranquillit di cui ora parleremo, l'opinione generale si era come ricreduta. Un astronomo, fatta una serie di calcoli retrospettivi, aveva concluso che gi molte volte la Terra aveva incontrato qualche cometa, e che ogni volta l'incontro si era risolto in una inoffensiva pioggia di stelle filanti. Ma uno dei suoi colleghi aveva risposto che la cometa attuale era lungi dal potersi paragonare a uno sciame di meteore, che era gazosa, col nucleo composto di concrezioni solide: e aveva richiamato a questo proposito le osservazioni fatte su di una famosa cometa storica, quella del 1811.
Questa cometa del 1811 giustificava (fig. 2), per certi riguardi, timori non chimerici: se ne ricordarono le dimensioni. La sua lunghezza raggiungeva 180 milioni di chilometri, cio pi della distanza dalla Terra al Sole, e la sua coda, all'estremit, aveva 24 milioni di chilometri di larghezza. La sua testa misurava 1.800.000 chilometri di diametro, vale a dire cento quaranta volte il diametro della Terra; e in questa testa nebulosa ed ellittica, notevolmente regolare, si notava un nucleo, brillante come una stella, che presentava, quello solo, un diametro di 200.000 chilometri. Questo nucleo pareva densissimo. Essa fu osservata per sedici mesi e ventidue giorni. Ma quel che fu pi notevole  che raggiunse il massimo sviluppo, senza avvicinarsi al Sole, perch gli rimase distante almeno 150 milioni di chilometri; cos rimase sempre pi di 170 milioni di chilometri lontana dalla Terra. Se si fosse avvicinata di pi al Sole, poich la dimensione delle comete aumenta quanto pi subiscono l'azione solare, il suo aspetto sarebbe stato certamente anche pi meraviglioso e pi spaventevole, senza dubbio, in ogni senso. E poich la sua massa era tutt'altro che insignificante, se nel suo volo si fosse precipitata direttamente in mezzo al Sole, la velocit accelerata da 500 a 600000 metri al secondo avrebbe potuto, nel momento dell'incontro coll'astro radioso, per la sola trasformazione del movimento in calore, elevare improvvisamente la radiazione solare a un tal grado che ogni vita vegetale e animale sulla terra sarebbe forse finita in pochi giorni....
Un fisico aveva fatto anche questa curiosa osservazione: che una cometa, eguale o superiore a quella del 1811, avrebbe potuto produrre la fine del mondo, pur non toccando la Terra, per una specie di esplosione di luce e di calore solari, simili a quelli che le stelle temporanee presentano a chi le osservi. L'urto produrrebbe, in sostanza, una quantit di calore uguale a seimila volte quello che sarebbe generato dalla combustione di una massa di carbon fossile, uguale a quella della cometa.
Si era fatto notare che se, nel suo volo, una cometa simile, invece di precipitarsi contro al Sole incontrasse il nostro pianeta, il mondo finirebbe, bruciato. Se incontrasse Giove, darebbe a questo globo un grado tale di temperatura da rendergli la luce perduta e da riportarlo per un certo tempo allo stato di sole, in modo che la Terra si troverebbe illuminata da due soli: Giove divenendo, in tal caso, una specie di piccolo Sole notturno, molto pi luminoso della Luna, e splendente di luce propria.... rossa; rubino o granato del cielo, che girerebbe, in dodici anni, attorno a noi.... Sole notturno! Ci significherebbe non aver quasi pi notte, sul globo terrestre. I trattati astronomici classici erano stati consultati: si erano riletti i capitoli sulle comete di Newton, Halley, Maupertuis, Lalande, Laplace, Arago, le Memorie Scientifiche di Faye, Tisseraud, Bouquet de la Gruye, H. Poincar e dei loro successori. L'opinione di Laplace era sempre quella che aveva colpito di pi e si erano rimesse in luce le sue testuali parole: -
L'asse e il movimento di rotazione della Terra cambiati; i mari, abbandonata la loro sede antica, rovesciati a precipizio verso il nuovo equatore, una gran parte degli uomini e degli animali annegati in questo diluvio universale, o distrutti dalla scossa violenta subita dal globo terrestre; specie intiere annientate; tutti i monumenti dell'industria umana abbattuti; tali sono i disastri che l'urto di una cometa potrebbe produrre. -
La costituzione fisica dei nuclei cometar era sopra tutto oggetto delle pi dotte dispute. Si erano ricercati negli annali di astronomia i disegni meglio indicanti la variet di questi nuclei, la loro attivit luminosa, le evoluzioni delle code. Si erano ricordati, tra le altre cose, i punti luminosi osservati altre volte nel 1868, nella cometa di Brorsen, e le radiazioni movimentate, osservate nella testa cos curiosa della grande cometa del 1861 (fig. 3), e si tiravano fuori le ipotesi relative a condensazioni gazose, pulvirulente, o anche solide, e a scariche elettriche prodigiose, che da un giorno all'altro trasformavano le teste chiomate di queste strane viaggiatrici.
Cos correvano, dilagavano le discussioni, le ricerche retrospettive, i calcoli, le congetture.
Ma quello che in fondo non poteva non colpire gli animi, era il doppio fatto, constatato dall'osservazione, che la cometa attuale presentava un nucleo di una densit considerevole e che l'ossido di carbonio predominava incontestabilmente nella sua costituzione chimica.
Le paure, i terrori erano ritornati. Non si pensava altro che alla cometa, non si parlava che di questa.
Gi alcuni spiriti ingegnosi avevano cercato mezzi pratici, pi o meno realizzabili, per sottrarsi alla sua influenza. Qualche chimico pretendeva di poter metter da parte un po' dell'ossigeno atmosferico. Si escogitavano metodi per isolare questo gas dall'azoto e immagazzinarlo in immensi vasi di vetro, ermeticamente chiusi. Un farmacista, pratico di rclame, assicurava di averlo condensato in pasticche, e in quindici giorni aveva dispensato otto milioni di avvisi; i commercianti sapevano trarre partito da tutto, anche dalla morte universale. Si erano anche formate, tutto a un tratto, compagnie d'assicurazione, che s'impegnavano di chiudere ermeticamente tutte le aperture delle cantine e dei sotto suoli, e di fornire in quattro giorni e quattro notti la quantit di ossigeno puro (e profumato per di pi antisetticamente) necessario al consumo di un numero determinato di polmoni. Non tutte le speranze erano perdute, specialmente per i ricchi. Si parlava anche di preparare tunnels per il popolo. Si discuteva, si tremava, ci si agitava, si fremeva, si moriva gi.... ma si sperava ancora.
Infine le ultime notizie annunziavano che la cometa, essendosi sviluppata di mano in mano che si avvicinava al calore e alla elettrizzazione del Sole, al momento dell'incontro avrebbe avuto un diametro sessantacinque volte pi grande di quello della Terra, cio 828.000 chilometri.
In mezzo a questo stato di agitazione generale si apr la seduta dell'Istituto, attesa come la suprema decisione degli oracoli.
Per la sua stessa carica, il Direttore dell'Osservatorio di Parigi fu inscritto come primo degli oratori. Ma quello che sembrava sopra tutto attirare l'attenzione pubblica era la previsione del Presidente dell'Accademia di medicina sui probabili effetti dell'ossido di carbonio. D'altra parte, anche il Presidente della Societ geologica di Francia doveva prendere la parola, e lo scopo generale della seduta era di passare in rivista tutte le teorie scientifiche sulle diverse maniere per le quali il nostro mondo dovr fatalmente finire. Ma,  evidente, la discussione dell'incontro colla cometa vi doveva tenere il primo posto.
D'altra parte, l'abbiamo visto, l'astro minaccioso era sospeso su tutte le teste: tutti lo vedevano; esso ingrandiva di giorno in giorno (fig. 4); arrivava con una velocit sempre crescente: si sapeva che era soltanto a 17.992.000 chilometri e che avrebbe percorso questa distanza in cinque giorni.
Ogni ora avvicinava di ben 149 000 chilometri la mano celeste pronta a colpire.
Fra cinque giorni l'umanit allibita avrebbe respirato tranquillamente.... o non avrebbe respirato pi affatto.
 CAPITOLO III.
LA SEDUTA DELL'ISTITUTO
Facevano un tumulto, il qual s'aggira
Sempre in quell'aria senza tempo tinta,
Come la rena, quando il turbo spira.
DANTE, Inferno, III, 10.
Mai, a memoria d'uomo, l'immenso emiciclo costruito alla fine del ventesimo secolo, era stato invaso da una folla cos serrata; sarebbe stato materialmente impossibile aggiungervi una sola persona. L'anfiteatro, i palchi, le tribune, lo spazio centrale, gli accessi, le scalinate, i corridoi, i vani delle porte, tutto, fino ai gradini del banco presidenziale, tutto era pieno di uditori, seduti, o in piedi. Vi si notava il Presidente degli Stati-Uniti d'Europa, direttore della Repubblica francese, il Direttore della Repubblica italiana e quello della Repubblica d'Iberia, l'ambasciatrice generale delle Indie, gli ambasciatori delle Repubbliche britannica, tedesca, ungherese e moscovita, il re del Congo, il presidente del Comitato degli Amministratori, tutti i ministri, il prefetto della Borsa internazionale, il cardinale-arcivescovo di Parigi, la Direttrice generale della Telefonoscopia, il presidente del Consiglio delle aeronavi e delle strade elettriche, il Direttore dell'Ufficio internazionale della Previsione del tempo, i principali astronomi, chimici, fisiologi e medici, accorsi da diversi punti della Francia, un gran numero di Amministratori degli affari dello Stato (quelli che in altri tempi si chiamavano deputati o senatori), molti scrittori e artisti celebri, in una parola un insieme, che raramente si trova riunito, di rappresentanti della scienza, della politica, del commercio, dell'industria, della letteratura, di tutte le forme dell'attivit umana. L'ufficio di Presidenza era al completo: presidente, vice presidenti, segretari perpetui, oratori iscritti; ma questi non indossavano pi, come una volta, un abito verde color pappagallo, n erano camuffati con feluca, e spade antiche; portavano il costume civile e da due secoli e mezzo le decorazioni europee erano state soppresse: quelle dell'Affrica centrale erano invece sfarzosissime.
Le scimmie domestiche, che da un mezzo secolo sostituivano ormai i servitori umani, divenuti introvabili, stavano alle porte, pi per obbedienza ai regolamenti che per verificare i biglietti d'ingresso, perch molto prima dell'ora non si era potuta frenare la folla invadente.
Il Presidente apr la Seduta con queste parole(3).
Signore e Signori,
"Voi tutti conoscete lo scopo principale della nostra riunione. Mai, certamente, l'umanit ha traversato un periodo simile a quello che noi passiamo in questo momento: e mai, questa sala antica, del ventesimo secolo, ha riunito un simile uditorio. Il grande problema della fine del mondo , sopra tutto da quindici giorni, l'unico oggetto della discussione e dello studio dei dotti. Queste discussioni, questi studi, vi saranno qui esposti. Io do immediatamente la parola al Signor Direttore dell'Osservatorio".
L'astronomo si alz subito in piedi, tenendo in mano qualche appunto.
Aveva la parola facile, la voce gradevole, il viso gioviale, il gesto sobrio e lo sguardo molto dolce. La sua fronte era ampia e una magnifica capigliatura bianca gl'incorniciava il volto. Era un erudito, un letterato ed anche un uomo di scienza, e tutta la sua persona ispirava la simpatia, non meno che il rispetto. Il suo carattere evidentemente era ottimista, anche nelle circostanze pi gravi. Appena ebbe detto qualche parola, le fisonomie si trasformarono e da lugubri ed alterate che erano divennero calme e rasserenate.
"Signore" incominci - mi rivolgo a voi per le prime, supplicandovi di non tremare cos per una minaccia che potrebbe anche non essere tanto terribile quanto pare. Io spero di convincervi fra breve, cogli argomenti che avr l'onore di esporre innanzi a voi, che la cometa, di cui l'umanit intera attende il prossimo incontro, non porter la totale rovina della creazione terrestre.
Senza dubbio possiamo, dobbiamo, anzi, aspettarci qualche catastrofe: ma quanto alla fine del mondo, veramente, tutto c'induce a pensare che non avverr in questo modo. I mondi muoiono di vecchiaia, e non di accidente, e voi sapete meglio di me, Signore, che il mondo  ben lungi dall'esser vecchio.
"Signori, io vedo qui rappresentanti di ogni sfera sociale, dalle pi elevate alle pi umili.
Si spiega perfettamente che davanti a una minaccia cos visibile della distruzione della vita terrestre, tutti gli affari sieno assolutamente cessati. Eppure, io personalmente vi confesso che, se la Borsa non fosse chiusa e io avessi la disgrazia di farvi degli affari, non esiterei a comprare, oggi stesso, i titoli di rendita cos improvvisamente ridotti al minimo".
Non aveva finito di pronunziar questa frase che un famoso Israelita americano, principe della finanza, direttore del giornale "Il XXV Secolo" che occupava uno degli scalini pi alti dell'anfiteatro, si apr, non si sa come, un passaggio attraverso le file, si precipit e rotol come un bolide fino al corridoio, terminante con una piccola porta d'uscita, per la quale egli disparve.
Interrotto un istante da questo effetto inaspettato di una riflessione puramente scientifica, l'oratore riprese il suo discorso.
"Il nostro argomento pu dividersi in tre parti:
1 La cometa incontrer di sicuro la Terra?
In caso affermativo dovremo esaminare:
2 qual' la sua natura e,
3 quali potranno essere gli effetti dell'urto.
Non ho bisogno di far notare all'illustre uditorio che mi ascolta, che le parole fatidiche cos spesso pronunziate da qualche tempo in qua: "Fine del mondo" significano unicamente "Fine della Terra" la quale Terra , del resto, senza discussione, il mondo che pi c'interessa.
Se potessimo rispondere negativamente alla prima questione, sarebbe press'a poco superfluo occuparci delle altre due, l'interesse delle quali diverrebbe affatto secondario.
"Purtroppo, devo riconoscere che i calcoli astronomici sono questa volta, come di consueto, d'una esattezza scrupolosa. S, la cometa deve incontrare la Terra, e con una velocit considerevole, poich essa ci deve venir quasi di faccia nella nostra traslazione annuale intorno al Sole.
La rapidit della Terra  di 29.460 metri al secondo; quella dell'astro cometario  di 41.660 metri nella stessa unit di tempo, pi l'accelerazione dovuta all'attrazione del nostro pianeta. Dunque l'urto si produrrebbe alla velocit di 72.000 metri durante il primo secondo, se la cometa arrivasse proprio di faccia. Essa arriver, invece, un po' obliquamente.
L'urto  inevitabile, con tutte le sue conseguenze. Ma, ve ne prego, che l'uditorio non si turbi cos!... Quest'incontro di per se stesso non prova niente. Se si calcolasse, per esempio, che un treno dovesse incontrare un nuvolo di moscerini, questa predizione non preoccuperebbe molto i viaggiatori. Potrebbe esser lo stesso per l'incontro del nostro globo con quest'astro gazoso.
Vogliatemi permettere d'esaminare tranquillamente gli altri due punti.
"E prima di tutto, qual' la natura della cometa?
"Tutti, qui, lo sanno gi:  gazosa e composta, principalmente, d'ossido di carbonio. Alla temperatura dello spazio (273 gradi sotto zero) questo gas, invisibile nelle condizioni terrestri,  allo stato di nebbia, e anche di polvere solida. La cometa ne  come satura. Anche qui, io non contradir in nulla le scoperte della scienza".
Questa confessione port una nuova contrazione dolorosa sulla maggior parte dei visi e si udirono qua e l lunghi sospiri.
"Ma Signori - riprese l'astronomo - aspettando che uno dei nostri illustri colleghi della sezione di fisiologia o dell'Accademia di medicina, ci voglia dimostrare che la densit della cometa  sufficente per penetrare nella nostra atmosfera respirabile, io penso che il suo incontro colla Terra si ridurr ad una bella pioggia di stelle filanti, e non eserciter un'influenza fatale sulla vita umana. Non vi  una certezza: tuttavia questa probabilit  molto forte; si potrebbe forse scommettere un milione contro uno; tutt'al pi i polmoni deboli ne sarebbero le vittime; si avrebbe una specie d'influenza, che potrebbe triplicare o quintuplicare la cifra delle morti quotidiane; una semplice epidemia!
Se, poi, come le esplorazioni telescopiche e le fotografie indicano concordi, se, poi, il nucleo contiene masse minerali, metalliche, senza dubbio, massicce, uranoliti di molti chilometri di diametri e di milioni di tonnellate di peso, non si pu fare a meno di ammettere che i punti sui quali queste masse si precipiteranno con la velocit di cui ora parliamo saranno irrimediabilmente schiacciati. Ma perch questi punti dovrebbero esser proprio abitati? I tre quarti del globo sono coperti d'acqua. Queste masse posson cadere in mare, formare, magari, nuove isole estra terrestri, portare in tutti i casi nuovi elementi alla scienza: forse i germi d'esistenze sconosciute. La geodesia, la forma e il movimento di rotazione della Terra possono risentirne qualche conseguenza. Notiamo anche che i deserti sul globo non mancano. Il pericolo esiste, certamente, ma non immenso.
Oltre queste masse e questi gas, forse anche i bolidi di cui parlavamo, potrebbero portare in s cause d'incendio che seminerebbero un po' dappertutto sui continenti; la dinamite, la nitroglicerina, la panclastite, la roialite, l'imperialite stessa sono giuochi da ragazzi in confronto di quello che potrebbe capitarci: ad ogni modo, non sarebbe mai un cataclisma universale: qualche citt ridotta in cenere non arresta la storia dell'umanit.
"Vedete, Signore e Signori, dall'esame metodico di questi tre punti, resulta che il pericolo  senza alcun dubbio grave, anche imminente, ma non cos desolante, cos straordinario, cos assoluto come si proclama. Dir di pi. Questa curiosa circostanza astronomica, che fa battere tanti cuori e lavorare tanti cervelli, cambia appena, agli occhi del filosofo, la faccia abituale delle cose. Ognuno di noi  certo di dover morire un giorno, eppure questa certezza non gl'impedisce di vivere tranquillamente. Come mai la minaccia di una morte un po' pi vicina turba tutti gli spiriti?  il dispiacere di morir tutti insieme?
Questa dovrebbe essere piuttosto una consolazione per l'egoismo umano. No.  il vedere la nostra vita abbreviata di qualche giorno per gli uni, di qualche anno per gli altri, da uno straordinario cataclisma. La vita  breve e ciascuno tiene a non vederla diminuita d'un iota: pare, anzi, da quel che si sente, che ciascuno preferirebbe veder crollare il mondo intiero e restare in vita solo, piuttosto che morire solo e sapere che gli altri sopravviveranno.  puro egoismo. Ma, signori, io persisto nel credere che vi sar soltanto una catastrofe parziale, la quale sar del pi alto interesse scientifico e lascer dopo di s storici per narrarla. Vi sar urto, incontro, catastrofe locale, ma indubbiamente nulla di pi. Sar la storia d'un terremoto, d'una eruzione vulcanica, o d'un ciclone."
Cos parl l'illustre astronomo. La sua calma di filosofo, la finezza del suo spirito, il suo disprezzo evidente del pericolo, tutto contribu a tranquillizzare l'uditorio, senza, forse, tuttavia, convincerlo intieramente. Non si trattava pi della fine totale delle cose, ma d'una catastrofe a cui, in fondo, probabilmente si potrebbe sfuggire. Si cominciava a comunicarsi le impressioni in mille conversazioni particolari; i commercianti e gli uomini politici stessi pareva che avessero compreso esattamente gli argomenti della scienza, quando su invito della Presidenza si vide avanzare lentamente verso la tribuna il Presidente dall'Accademia di medicina. Era un uomo alto, magro, sottile, tutto d'un pezzo, dalla faccia pallida, dall'aspetto ascetico, dal cranio calvo, con favoriti grigi, rasati. La sua voce aveva qualche cosa di cavernoso e tutto il suo aspetto pareva pi quello di un impiegato di pompe funebri che di un medico animato dalla speranza di guarire i suoi malati. La sua convinzione sullo stato delle cose era molto diversa da quella dell'astronomo e si pot capire dalle prime parole che pronunzi:
"Signori - egli disse - io sar breve come l'illustre scienziato che abbiamo udito test, sebbene abbia passato lunghe notti ad analizzare nei loro pi minuziosi particolari le propriet dell'ossido di carbonio. Vi voglio parlare proprio di questo gas, poich  certo che esso predomina nella cometa e che l'incontro della cometa stessa con la Terra  inevitabile.
Le sue propriet sono deleterie: perch non confessarlo? Basta una quantit infinitesimale mescolata all'aria che respiriamo per arrestare in tre minuti il funzionamento normale dei polmoni e far cessare la vita.
Tutti sanno che l'ossido di carbonio (in chimica CO)  un gas permanente, senza odore, senza colore e senza sapore, quasi insolubile nell'acqua. La sua densit paragonata a quella dell'aria  0,96. Brucia nell'aria, producendo anidride carbonica con una fiamma azzurra poco splendente, simile a un fuoco funebre.
L'ossido di carbonio ha una tendenza perpetua ad assorbire l'ossigeno (l'oratore accentu queste ultime parole). Negli alti forni, per esempio, il carbone si trasforma in ossido di carbonio al contatto d'una quantit d'aria insufficente e quest'ossido riduce poi il ferro allo stato metallico, impossessandosi dell'ossigeno, al quale dapprima era combinato.
Al sole l'ossido di carbonio si combina col cloro e d origine all'ossicloruro (cloruro di carbonio COCl2) che ha un odore sgradevole e soffocante e che assume lo stato gazoso.
Il fatto che merita ora la pi grande attenzione  che questo gas  uno dei pi velenosi che esistano.  molto pi tossico dell'acido carbonico; fissandosi sull'emoglobina, diminuisce la capacit respiratoria del sangue, e quantit anche minime, accumulandosi nel globulo rosso, impediscono, in maniera apparentemente sproporzionata alle cause, al sangue di ossigenarsi. Cos questo sangue che assorbe da 23 a 24 centimetri cubi d'ossigeno per 100 volumi, non ne assorbe che la met in un'atmosfera che contiene meno di un millesimo d'ossido di carbonio. Un decimillesimo  gi deleterio e la capacit respiratoria del sangue diminuisce sensibilmente.
Si produce, non una semplice asfissia, ma l'avvelenamento del sangue, quasi istantaneo! L'ossido di carbonio agisce direttamente sui globuli del sangue, si combina con essi e li rende incapaci di mantenere la vita: l'ematosi, la trasformazione del sangue venoso in sangue arterioso,  sospesa. Bastano tre minuti per produrre la morte. La circolazione si arresta: il sangue venoso, nero, riempie tanto le arterie quanto le vene; i vasi venosi, sopratutto quelli del cervello, si ingorgano: la sostanza cerebrale  colpita: la base della lingua, la gola, l'arteria tracheale, i bronchi divengono rossi di sangue e ben presto tutto il cadavere presenta un colore violaceo, caratteristico, proveniente da questa sospensione dell'ematosi.
"Ma - o signori - non sono queste soltanto le propriet deleterie dell'ossido di carbonio che ci son da temere: la sola tendenza di questo gas ad assorbire l'ossigeno, basterebbe gi di per s ad apportare conseguenze funeste. Sopprimete - ma che dico? - diminuite soltanto l'ossigeno ed avrete la fine del genere umano. Tutti qui conoscono una delle innumerevoli storie che caratterizzano le epoche barbare, nelle quali gli uomini si assassinavano legalmente tra loro, sotto il pretesto della gloria e del patriottismo:  un semplice episodio di una delle guerre degl'Inglesi nelle Indie.
Permettetemi di ricordarvela.
"Centoquarantasei prigionieri erano stati chiusi in una stanza che aveva per apertura soltanto due piccole finestre che guardavano su di una galleria. Il primo effetto provato da questi disgraziati fu un sudore abbondante e continuo, seguito da una sete insopportabile e ben presto da una grande difficolt nella respirazione.
Tentarono vari mezzi per stare meno stretti e procurarsi un po' d'aria: si spogliarono, agitarono l'aria coi cappelli e presero finalmente il partito di mettersi tutti insieme in ginocchio e di alzarsi contemporaneamente dopo qualche minuto: ma ogni volta, molti di loro, privi di forza, cadevano, e venivano calpestati dai piedi dei compagni.... Morivano asfissiati, in un'atroce agonia. Prima di mezzanotte, cio durante la quarta ora della loro reclusione, tutti quelli che erano sempre vivi e che non avevano respirato dalle finestre un'aria meno infetta, erano caduti in uno stupore letargico, o in uno spaventoso delirio.
Quando, dopo alcune ore, la prigione fu aperta, ventitr uomini soli ne uscirono vivi: erano in uno stato addirittura spaventoso: pareva che tornassero dalla tomba, alla quale, erano miracolosamente sfuggiti".
A questo potrei aggiungere mille altri esempi, ma sarebbe inutile giacch nessun dubbio esiste. Io dunque, o signori, dichiaro che, da una parte la quantit pi o meno grande dell'ossigeno atmosferico assorbita dall'ossido di carbonio, dall'altra le propriet cos potentemente velenose di questo stesso gas sui globuli vitali del sangue, devono dare, a mio parere, all'incontro dell'immensa massa della cometa col nostro globo (che per pi ore rester immerso in quella) dichiaro che quest'incontro fatale  di una gravit, le cui conseguenze possono assolutamente essere disastrose.
Si vedranno per le vie i disgraziati mortali cercare inutilmente un po' d'aria respirabile e cadere morti per asfissia. Io, per mia parte, non so trovare una via di scampo.
E non ho parlato della trasformazione del movimento in calore e dei resultati meccanici e chimici dell'urto. Lascio questo lato della questione alla competenza del Segretario perpetuo dell'Accademia delle scienze e del dotto Presidente della Societ astronomica di Francia, che hanno fatto a questo riguardo calcoli importanti.
Per me - ripeto - l'umanit terrestre  in pericolo e vedo non una, ma due, tre, quattro cause di morte pronte a piombar su di lei; sarebbe un miracolo se vi sfuggisse, e da secoli nessuno conta pi sui miracoli".
Questo discorso, pronunziato con accento di convinzione, con voce forte, calma, profonda, rigett tutto l'uditorio nello stato da cui il discorso precedente aveva avuto la virt di toglierlo.
La certezza del prossimo cataclisma si dipinse su tutti i visi: alcuni erano divenuti gialli, e quasi verdi; altri si erano accesi di un rosso scarlatto e pareva stessero per esser colti da apoplessia: un piccolissimo numero d'ascoltatori sembrava avesse conservato il suo sangue freddo, e un po' di scetticismo, o avesse preso il suo partito con filosofia. Un immenso mormorio correva la sala, perch ognuno comunicava al suo vicino le proprie riflessioni, generalmente pi ottimiste che sincere: a nessuno fa piacere mostrare di aver paura.
Il Presidente della Societ astronomica di Francia si alz a sua volta e si diresse alla tribuna. Le conversazioni particolari cessarono immediatamente. Ecco i passi essenziali del suo discorso: l'esordio, il mezzo e la perorazione:
"Signore e signori, dopo gli argomenti che abbiamo udito, non pu restare dubbio nella mente di alcuno sulla certezza dell'incontro della cometa con la Terra e sui pericoli di quest'incontro. Dobbiamo dunque aspettarci sabato....
- Venerd - interruppe una voce dallo stesso Banco dell'Istituto.
- Sabato - continu l'oratore senza interrompersi - un avvenimento straordinario, assolutamente nuovo nella storia dell'umanit.
- Dico sabato, sebbene tutti i giornali annunzino l'incontro per venerd, giacch l'incontro non potr avvenire che il 14 luglio.
Noi - il nostro illustre collega ed io - abbiamo passato tutta la scorsa notte a confrontare le osservazioni d'Asia e d'America e abbiamo trovato un errore di trasmissione telefonografica".
Quest'affermazione produsse un dolce sollievo nell'animo degli uditori: fu come un debole raggio di luce in una notte buia. Un giorno di dilazione  moltissimo per un condannato a morte. Gi velleit di progetti cominciavano ad agitarsi nei cervelli: la catastrofe era rimandata, era una specie di grazia. Non si pensava che questo cambiamento puramente cosmografico non aveva valore che per la data e non per il fatto dell'incontro, in se stesso. Ma anche le minime sfumature hanno una grande importanza sull'impressione del pubblico. E poi.... non era pi il venerd 13.
- Ecco, del resto - fece egli, andando alla lavagna - qual' l'orbita definitiva della cometa calcolata in base a tutte le osservazioni. E l'oratore tracci le cifre seguenti:
Passaggio al perielio: agosto 11, a 0h 45m 442
Longitudine del perielio: 52 43' 25"
Distanza perielio, 0,76017
Inclinazione: 103 18' 35"
Longitudine del nodo(4) ascendente: 112-54' 40".
"La cometa taglier l'eclittica nell'andata, al nodo discendente, il 13 luglio dopo mezzanotte, precisamente il 14 luglio a 0h 18m 232 del meridiano di Parigi, proprio nel momento del passaggio della Terra per lo stesso punto. L'attrazione della Terra affretter l'incontro di soli trenta secondi.
L'avvenimento sar indiscutibilmente straordinario, ma io non credo che debba presentare il carattere tragico che ci  stato ora dipinto e che possa proprio produrre l'avvelenamento del sangue e l'asfissia in ogni petto umano. Quest'incontro offrir piuttosto, a parer mio, il brillante aspetto d'un fuoco d'artificio celeste, perch l'arrivo di quelle masse solide e gazose nell'atmosfera non potr prodursi senza che il moto, cos arrestato, si trasformi in calore. Un meraviglioso incendio del firmamento sar senza dubbio il primo fenomeno dell'incontro e parr che milioni di stelle filanti si stacchino da uno stesso punto luminoso.
La quantit di calore non pu non essere considerevole. Ogni stella filante, per piccolissima che sia, arrivando nelle altezze della nostra atmosfera con rapidit di cometa, vi diviene immediatamente tanto calda che brucia e si consuma. Voi sapete - signori - che l'atmosfera terrestre si estende molto lungi nello spazio, tutt'intorno al nostro pianeta; non  illimitata, come certe ipotesi sostengono, poich la Terra gira su se stessa e intorno al Sole: il suo limite matematico  l'altezza, alla quale la forza centrifuga, prodotta dal movimento di rotazione diurno, diviene uguale alla gravit: quest'altezza  6.64 se rappresentiamo con 1 il semi-diametro equatoriale del globo di 6378310 metri. Il limite massimo dell'atmosfera  dunque di 42352 chilometri.
"Io non voglio fare qui della matematica. Ma l'uditorio che mi ascolta  troppo istruito per non conoscere l'equivalente meccanico del calore. Ogni corpo arrestato nel suo movimento produce una quantit di calore che si esprime in calorie con la formula, nella quale m  la massa del corpo in chilogrammi, e v la sua velocit in metri, al secondo. Per esempio, un corpo che pesa 8338 chilogrammi e che si avanza di un metro al secondo svilupperebbe, fermandosi, appunto una caloria: vale a dire la quantit di calore sufficiente ad elevare di 1 grado la temperatura di un chilogrammo d'acqua.
Se la velocit di questo corpo fosse di 500 metri al secondo, il suo arrestarsi produrrebbe 250000 volte di pi di calore, abbastanza per elevare da zero a 30 gradi la temperatura di una massa d'acqua, eguale al corpo stesso. Se questa velocit fosse di 5000 metri, il calore prodotto sarebbe 5 milioni di volte pi grande.
Ora voi sapete, o signori, che l'incontro di una cometa con la Terra pu raggiungere la velocit di 72000 metri. Con questo calcolo, la proporzione sale a 5 miliardi di gradi!
Questo  un massimo e, aggiunger, un numero, per cos dire, inconcepibile. Ma, o signori, prendiamo un minimo, se volete; ammettiamo che gli urti si producano non direttamente, di faccia, ma pi o meno obliquamente e che la velocit media non sia che di 30000 metri.
Ogni chilogrammo di un bolide sviluppa in questo caso 107946 unit di calore quando, per la resistenza dell'aria, la velocit  stata ridotta a zero. In altri termini, esso ha sviluppato un calore capace di portare da zero a 100 gradi, vale a dire dalla temperatura del ghiaccio a quella dell'acqua bollente, un peso di 1079 chilogrammi d'acqua. Un uranolito di 2000 chilogrammi, arrivando a terra con una velocit annullata dalla resistenza dell'aria, avrebbe sviluppato calore sufficiente per portare a 3000 gradi una colonna d'aria di 30 metri quadrati di sezione, alta quanto tutta l'altezza della nostra atmosfera, o per elevare da zero a 30 gradi una colonna di 3000 metri quadrati.
Questi calcoli, che vi prego di scusare, erano necessari per mostrare che la conseguenza immediata dell'incontro sar una enorme quantit di calore, un notevole riscaldamento dell'aria. , d'altra parte, quello che accade in piccolo nelle cadute di bolidi isolati. L'uranolito  fuso, vetrificato in tutta la sua superfice e porta una specie di strato di vernice: ma la sua caduta si  effettuata cos rapidamente che non ha avuto il tempo di riscaldarsi all'interno: se si spezza, si trova l'interno assolutamente ghiacciato. L'aria che ha attraversato si  riscaldata.
"Uno dei resultati pi curiosi dell'analisi che ho l'onore di riassumere davanti a voi  che le masse solide pi o meno grosse, che crediamo distinguere al telescopio, nel nucleo della cometa, proveranno una tale resistenza nel traversare la nostra atmosfera che, meno casi eccezionali, non arriveranno al suolo intere, ma sminuzzate in piccoli pezzi.
Davanti al bolide vi  aria compressa, dietro vuoto, riscaldamento esterno e incandescenza del corpo in movimento, violento rumore prodotto dal precipitare dell'aria che viene a colmare il vuoto, rumoreggiamento di tuono, esplosioni, disgregazioni, caduta dei materiali metallici, tanto densi da rimanere compatti cadendo, ed evaporazione degli altri. Un bolide di zolfo, di fosforo, di stagno o di zinco brucierebbe ed evaporerebbe molto prima di raggiungere gli strati inferiori della nostra atmosfera.
Quanto alle stelle filanti se, come pare, ve ne sar un vero nuvolo, produranno soltanto l'effetto di un prodigioso fuoco d'artifizio alla rovescia.
"Se abbiamo dunque da temere qualche cosa, non , ai miei occhi, l'infiltrazione nella nostra atmosfera della massa gazosa d'ossido di carbonio, qualunque essa sia, ma il notevole aumento di temperatura, immancabilmente prodotto dalla trasformazione del movimento in calore.
"In questo caso, la salvezza sarebbe forse nel rifugiarsi sull'emisfero terrestre, opposto a quello che deve ricevere in pieno l'urto della cometa.
L'aria  un cattivissimo conduttore del calore".
Si alz, a sua volta, il Segretario perpetuo dell'Accademia. Degno successore dei Fontenelle e degli Arago, a una profonda scienza aggiungeva le qualit di uno scrittore elegante e di un oratore piacevole e raggiungeva qualche volta, grandi altezze di eloquenza.
"Alla dotta teoria che avete ascoltato - egli disse - non ho niente da aggiungere, se non l'applicazione che se ne potrebbe fare a qualche cometa gi nota. Si  richiamato, in questi giorni, l'esempio della cometa del 1811. Ebbene, supponiamo che una cometa delle stesse dimensioni di quella, ci arrivi precisamente di faccia, nel nostro corso circolare intorno al Sole. Il globo terrestre penetrerebbe nella nebulosit della cometa, senza trovare, non v' dubbio, una resistenza molto sensibile.
Ammettendo anche che questa resistenza fosse debolissima e che la densit del nucleo della cometa fosse trascurabile, il nostro globo, per traversare questa testa cometaria di 1800000 chilometri di diametro, non impiegherebbe meno di venticinquemila secondi, ossia quattrocentodiciassette minuti, o, in cifra rotonda, sette ore.... con una rapidit centoventi volte maggiore di quella di una palla di cannone, e continuando a girare su se stesso, nel suo movimento diurno. L'incontro comincerebbe circa alle sei del mattino per il nostro meridiano.
"Un simile tuffo nell'oceano cometario, sia pure etereo quest'oceano celeste, non potrebbe prodursi senza portare, come prima ed immediata conseguenza, a causa dei princip termodinamici che vi sono stati ricordati, una elevazione di temperatura tale che, verosimilmente, tutta la nostra atmosfera prenderebbe fuoco! Mi pare che in questo caso particolare, il pericolo sarebbe gravissimo.
"Ma questo sarebbe un bello spettacolo per gli abitanti di Marte, o meglio ancora per quelli di Venere. S, questo sarebbe uno spettacolo celeste veramente ammirevole, simile, ma pi meraviglioso per chi vedesse da vicino, alle strane conflagrazioni di astri temporanei, che abbiamo gi osservati nel cielo.
L'ossigeno dell'aria avrebbe buon giuoco per alimentare l'incendio. Ma vi  un altro gas, al quale i fisici non pensano spesso, per la semplicissima ragione che non lo hanno mai trovato nelle loro analisi, cio l'idrogeno. Che n' stato di tutte le quantit d'idrogeno emanate dal suolo terrestre, durante i milioni di anni dei tempi preistorici?
Essendo la densit di questo gas sedici volte minore di quella dell'aria, esso deve esser salito in alto e deve aver formato senza dubbio, intorno alla nostra atmosfera aerea un involucro d'idrogeno molto rarefatto. A causa della legge di diffusione dei gas, una gran parte di questo idrogeno si  certo mescolato intimamente coll'aria, ma anche gli strati rarefatti superiori ne devono contenere in grande quantit.
L certo si accendono le stelle filanti e le aurore boreali, a pi di cento chilometri d'altezza. Notiamo a questo proposito che l'ossigeno dell'aria, ricevendo l'urto della cometa carburata, basterebbe largamente ad alimentare il fuoco celeste.
"La fine del mondo accadrebbe dunque per l'incendio dell'atmosfera. Per circa sette ore, o, meglio, per un tempo pi lungo, giacch la resistenza cometaria non pu essere nulla, vi sarebbe trasformazione continua del movimento in calore. Idrogeno e ossigeno brucerebbero, combinati col carbonio della cometa. La temperatura dell'aria salirebbe a molte centinaia di gradi; i boschi, i giardini, le piante, le foreste, le abitazioni umane, gli edifizi, le citt e i villaggi, tutto sarebbe rapidamente distrutto; il mare, i laghi e i fiumi comincerebbero a bollire; gli uomini e gli animali, travolti da questo bruciante alito della cometa, morirebbero asfissiati prima d'esser bruciati, poich i loro polmoni, ansimanti, non respirebbero che fuoco.
Quasi subito tutti i cadaveri sarebbero carbonizzati, ridotti in cenere, e nell'immenso incendio celeste, soltanto l'angelo incombustibile dell'Apocalisse potrebbe fare udire col suono lacerante della sua tromba, l'antico canto mortuario, cadente lento dal cielo come un lenzuolo funebre:
Dies irae, dies illa
Solvet saeclum in favilla!
Ecco quel che potrebbe accadere, se una cometa come quella del 1811 incontrasse la Terra".
A queste parole il cardinale-arcivescovo si era alzato e aveva chiesto la parola. Il Segretario perpetuo se n'era accorto e, per una cortesia tutta mondana, l'aveva salutato inchinandosi leggermente e pareva aspettare la replica di Sua Eminenza.
"Io non voglio affatto - egli disse - interrompere l'illustre oratore. Ma poich la scienza annunzia come preludio di un dramma che potrebbe segnare la fine delle cose di questo mondo l'incendio dei cieli, non posso trattenermi dal notare che la credenza universale della Chiesa a questo riguardo  stata sempre precisamente quella:
"I cieli passeranno" disse S. Pietro, "gli elementi abbruciati si dissolveranno, e la Terra sar arsa con tutto ci che racchiude". S. Paolo annunzia la resurrezione stessa dal fuoco. E noi invochiamo sempre alla messa dei morti; Eum qui venturus est judicare vivos et mortuos et saeculum per ignem.... S: Solvet saeclum in favilla! Dio ridurr l'universo in cenere.
- La scienza, replic il Segretario a vita, si  pi d'una volta trovata d'accordo colla profezia dei nostri avi. L'incendio divorerebbe da principio le regioni terrestri colpite dalla cometa. Tutta la parte della Terra urtata dalla immensa massa cometaria sarebbe bruciata, prima che gli abitanti dell'altro emisfero si fossero resi conto del cataclisma. Ma l'aria  un cattivo conduttore del calore e questo non si propagherebbe immediatamente al punto opposto.
"Se proprio la nostra parte fosse voltata verso la cometa nei primi minuti dell'incontro, sarebbero il tropico del Cancro, gli abitanti del Marocco, dell'Algeria, di Tunisi, dell'Italia, della Grecia, dell'Egitto, a trovarsi nelle prime file della battaglia celeste, mentre i cittadini dell'Australia, della Nuova Caledonia, delle isole dell'Oceania e i nostri antipodi sarebbero i pi favoriti. Ma la fornace europea attirerebbe tanta aria che un vento di tempesta, pi violento di quanti se ne sieno mai formati negli uragani pi spaventosi, e anche pi formidabile della corrente di 400 kilometri all'ora, che regna costantemente all'equatore di Giove, comincerebbe a soffiare dagli antipodi verso l'Europa, travolgendo tutto al suo passaggio. La Terra, girando, su se stessa, porterebbe successivamente nell'asse dell'urto i paesi situati a ovest del meridiano colpito per il primo. Un'ora dopo l'Austria e la Germania sarebbe la volta della Francia; poi l'Oceano Atlantico, poi l'America del Nord, che non si troverebbe nello stesso asse, (essendo un po' obliqua per il cammino della cometa verso il suo perielio), altro che cinque o sei ore dopo la Francia, vale a dire verso la fine del passaggio della cometa.
"Nonostante la velocit inaudita di questa e della Terra, la pressione cometaria non sarebbe certamente enorme, per l'estrema rarefazione della sostanza attraversata dalla Terra; ma questa sostanza, contenendo sopra tutto del carbonio,  combustibile: e, nel colmo dei loro ardori perielici, spesso questi astri aggiungono una luce propria a quella che ricevono dal Sole: le comete divengono incandescenti. Che sarebbe mai nell'urto contro la Terra! L'incendiarsi delle stelle filanti, la fusione superficiale degli uranoliti che cadrebbero bruciando sulla superficie terrestre, tutto c'induce a credere che il pi intenso calore sarebbe il primo e pi grave effetto dell'incontro; ci che, evidentemente, non impedirebbe agli elementi solidi formanti il nucleo della cometa di schiacciare i punti colpiti dal loro passaggio e, forse, di disgregare tutto un continente.
"Il globo terrestre si troverebbe interamente avvolto dalla massa cometaria, per sette ore circa; la Terra si aggirerebbe in mezzo a questo gas incandescente, il vento soffierebbe con violenza sull'incendio, il mare comincerebbe a bollire empiendo l'atmosfera di nuovi vapori, una pioggia calda cadrebbe dalle cateratte celesti, la tempesta incomberebbe su tutto, le scariche elettriche lancerebbero fulmini da ogni parte, i muggiti del tuono si unirebbero agli urli dell'uragano, l'antica luce dei bei giorni darebbe luogo al chiarore lugubre e scialbo dell'atmosfera e tutto il globo non tarderebbe ad essere invaso dal fragore del funebre rintocco e il cataclisma diverrebbe universale, bench la morte di coloro che abitano agli antipodi dovesse essere indubbiamente diversa da quella dei primi colpiti. Invece di essere immediatamente distrutti dal fuoco celeste, morirebbero soffocati dai vapori o, per l'eccesso dell'azoto - giacch l'ossigeno sarebbe in breve diminuito - o per l'avvelenamento proveniente dall'ossido di carbonio; l'incendio non avrebbe dopo che da incenerire i loro cadaveri, mentre gli Europei e gli Africani sarebbero stati bruciati vivi.
Io ho preso, come esempio, la cometa storica del 1811: ma mi affretto ad aggiungere, concludendo, che la cometa attuale parrebbe incomparabilmente meno densa. E voi avete potuto vedere che ho trattato il problema in modo molto disinteressato, persuaso che, se saremo vittime di un urto, non ne moriremo.
"Si  ben sicuri, grid da una loggia una voce nota (era quella di un membro illustre dell'Accademia dei chirurghi), si  ben sicuri che la cometa sia essenzialmente composta di ossido di carbonio? Le osservazioni spettroscopiche non vi hanno riscontrato anche raggi di azoto? Se vi fosse del protossido di azoto, il resultato della mescolanza dell'atmosfera cometaria con la nostra, potrebbe essere l'anestesia degli abitanti della Terra. Tutto il mondo si addormenterebbe, forse per non pi risvegliarsi, se la sospensione delle funzioni vitali durasse soltanto un po' pi a lungo che nelle nostre operazioni chirurgiche. Lo stesso accadrebbe, se la cometa fosse composta di cloroformio o di etere. Questa sarebbe una fine assai calma.
"Meno calma sarebbe, se la cometa assorbisse l'azoto invece dell'ossigeno, perch questa estrazione graduale o totale dell'azoto produrrebbe, entro poche ore, in tutti gli abitanti della Terra, uomini, donne, fanciulli, vecchi, un cambiamento d'umore, che non avrebbe nulla di sgradevole: da principio una deliziosa serenit, poi una gaiezza contagiosa, poi una gioia generale, una espansione rumorosa, una esaltazione febbrile, infine il delirio, la follia, e, secondo ogni probabilit, una danza fantastica, che finirebbe con la morte nervosa di tutti gli esseri, nell'apoteosi di una sarabanda insensata e di una sovreccitazione inaudita di tutti i sensi. Tutto il mondo scoppierebbe da ridere.... Sarebbe una fine tragica?...
- La discussione rimane aperta, replic il Segretario perpetuo: - ci che ho detto riguardo alle possibili conseguenze d'incend, prodotti dall'incontro, si pu applicare ad un urto diretto della Terra con una cometa simile a quella del 1811: ora, quella che oggi ci minaccia  meno colossale, ed il suo urto non sar diretto, ma obliquo. Come gli astronomi che mi hanno preceduto, io crederei piuttosto, nel caso attuale, ad un semplice fuoco d'artifizio.
Aggiunger che potrebbero prodursi fenomeni chimici molto inattesi. Cos, per esempio, nessuno qui ignora che l'acqua e il fuoco si rassomigliano: dire idrogeno che brucia perch  combinato coll'ossigeno, o dire idrogeno combinato coll'ossigeno  molto simile.
L'acqua dei mari, dei laghi, dei fiumi  formata da due volumi d'idrogeno combinati con uno di ossigeno. All'origine del nostro pianeta, quest'acqua era fuoco.
Essa potrebbe tornare al suo antico stato, se, per certi fenomeni di elettrolisi, i ferri magnetici di un nucleo cometario venissero a decomporla disgregandone le molecole d'idrogeno e facendole bruciare: tutti i mari potrebbero prender fuoco assai presto.... -
Mentre l'oratore parlava ancora, una giovane dell'amministrazione centrale dei telefoni era entrata da una porta bassa, condotta da una scimmia addomesticata, e si era precipitata come un lampo al posto del Presidente, per consegnargli direttamente una grande busta internazionale quadrata. Questa fu aperta immediatamente. Conteneva un dispaccio inviato dall'Osservatorio del Gaorisankar, con queste sole parole:
"Abitanti di Marte inviano messaggio fotofonico. Sar decifrato fra qualche ora".
- Signori - disse il Presidente - io vedo molti uditori consultare l'orologio e penso con loro che ci  materialmente impossibile esaurire in questa seduta l'ordine del giorno di quest'importante discussione, alla quale devono ancora prendere parte rappresentanti eminenti della geologia, della storia naturale e della geonomia(5).
Inoltre, il dispaccio del quale sono per darvi lettura introdurr senza dubbio un nuovo elemento nel problema. Le sei si avvicinano. Io propongo una seduta complementare per questa stessa sera alle nove.  probabile che allora avremo ricevuto dall'Asia la traduzione del messaggio di Marte. Prego, d'altra parte, il Signor Direttore dell'Osservatorio a volersi tenere in comunicazione telefonoscopica permanente col Gaorisankar. Nel caso che il messaggio non fosse stato decifrato alle nove, il Signor Presidente della Societ geologica di Francia potrebbe aprir la seduta coll'esposizione dello studio che egli ha terminato proprio ora su: "la fine naturale del mondo terrestre". Ognuno s'interessa appassionatamente, in questo momento, a tutto ci che si riferisce a questa questione capitale, sia che la fine del nostro mondo debba veramente dipendere dalla minaccia misteriosa, sospesa ora sulle nostre teste, sia che debba prodursi per altre cause da calcolarsi.
 CAPITOLO IV.
COME IL MONDO FINIR
(cfr. fig. 5)
"L'ora della fine verr, non vi  dubbio su questo: eppure la maggior parte degli uomini non vi crede...."
MAOMETTO, il Corano, XI-61.
La folla immobile alle porte dell'Istituto s'era fatta indietro, per lasciar libera l'uscita a coloro che erano intervenuti alla seduta, e ognuno si dava da fare per conoscerne il resultato. Questo resultato, del resto, era gi trapelato, non si sa come, dopo il discorso del Direttore dell'Osservatorio di Parigi, e circolava la voce che l'incontro della cometa con la Terra non sarebbe stato probabilmente cos fatale, come si era annunziato. Inoltre, in tutta Parigi erano stati attaccati immensi manifesti, annunzianti la riapertura della Borsa di Cicago. Era un incoraggiamento imprevisto alla ripresa degli affari pubblici e alle attivit della vita normale. Ecco quel che era successo.
Dopo esser precipitato come una palla dall'alto al basso dell'emiciclo, il principe della finanza, la cui brusca uscita dall'assemblea ha forse colpito il lettore di queste pagine, si era precipitato in aerocab al suo gabinetto del boulevard Saint-Cloud e aveva telefonato al suo socio di Cicago, spiegandogli che all'istituto di Francia erano stati presentati nuovi calcoli, secondo i quali l'avvenimento cometario non avrebbe avuto la gravit annunciata, che la ripresa degli affari era imminente, che bisognava ad ogni costo riaprire la Borsa centrale americana e comprare tutti i titoli che si presentassero, qualunque essi fossero. Quando a Parigi sono le quattro di sera, a Cicago sono le dieci di mattina. Il finanziere era a colazione, quando ricevette il fonogramma di suo cugino. Non dur fatica a preparare la riapertura della Borsa e a comprare molte centinaia di milioni di titoli. La notizia della riapertura della Borsa di Cicago era stata immediatamente affissa in Parigi, dove era tardi per fare lo stesso colpo, ma dove si potevano preparare nuove combinazioni finanziare per l'indomani. Il pubblico aveva creduto con piacere a un ritorno personale e spontaneo degli Americani agli affari e, associando questo ritorno colla buona impressione ricevuta all'assemblea accademica, si era lasciato riprendere dalla speranza.
Tuttavia, la seduta delle nove non fu meno affollata di quella delle tre: e senza un servizio speciale delle guardie di Francia, sarebbe stato impossibile anche agli uditori privilegiati di arrivare fino alle porte del palazzo. Era scesa la notte: la cometa troneggiava fiammeggiante, pi splendente, pi ampia, pi minacciosa del solito e se forse la met del genere umano pareva pi o meno tranquillizzata, l'altra met, e non la meno interessante, rimaneva agitata, nervosa, fremente.
L'uditorio era evidentemente quello di prima, poich ognuno teneva a conoscer subito i resultati di questa discussione pubblica generale, fatta dai dotti di maggiore autorit, pi insigni, sulla sorte riserbata al nostro pianeta dagli accidenti celesti, o dall'attesa tranquilla di una morte naturale. Tuttavia vi fu notata l'assenza del cardinale arcivescovo di Parigi, che, chiamato improvvisamente a Roma dal papa per un concilio ecumenico, partiva la sera stessa col tubo Parigi-Roma-Palermo-Tunisi.
"Signori - disse il Presidente - non abbiamo finora ricevuta la traduzione del dispaccio di Marte, segnalato dall'Osservatorio del Gaorisankar, ma possiamo aprir subito la seduta, per ascoltare le importanti comunicazioni annunziate dal Presidente della Societ geologica e dal Segretario generale dell'Accademia metereologica. Do dunque la parola al primo".
L'oratore era gi alla tribuna. Egli si espresse nei seguenti termini, stenografati fedelmente da una giovane geologa della nuova scuola.
"L'affluenza cos straordinaria della folla che si accalca in questa sala, l'emozione che vedo dipinta su tutti i visi, l'impazienza colla quale aspettate le discussioni che qui devono ancora agitarsi, tutto mi spingerebbe, o signori, ad astenermi dall'esporre davanti a voi l'opinione alla quale i miei studi mi hanno condotto, su ci che riguarda il problema che si agita sulla superfice intera del nostro globo, e a lasciar la parola a spiriti pi immaginosi, o pi audaci del mio.
Perch, a mio parere, la fine del mondo non  vicina e l'umanit, invece di vederla in questa settimana, l'aspetter senza dubbio ancora.... molti milioni di anni.... s, o signori, ho detto molti milioni e non molte migliaia.
"Voi mi vedete perfettamente tranquillo, in questo momento, e io non ho affatto la virt di Archimede, che, mentre tracciava sereno le sue figure geometriche sulla sabbia, fu sgozzato dal soldato romano dell'assedio di Siracusa.
Archimede aveva nozione del pericolo e lo dimenticava: io non credo al pericolo.
Voi non sarete dunque sorpresi nell'udirmi esporre davanti a voi colla pi grande tranquillit la teoria della fine naturale del nostro mondo a causa del lentissimo livellamento dei continenti e della graduale sommersione delle terre sotto le acque invadenti. Ma forse far meglio a rimettere questa dissertazione alla prossima settimana.... poich non dubito neppure per un momento che tutti - o quasi tutti - potremo ancora esser qui a trattare delle grandi epoche della natura".
Qui l'oratore tacque un istante.
Il Presidente si era alzato: "Caro ed illustre collega, - egli disse - noi siamo tutti qui per ascoltarvi. Per fortuna il panico di questi ultimi giorni  in parte calmato e si spera che il 14 luglio prossimo passer come i giorni precedenti. Tuttavia, pi che mai c'interessiamo a tutto ci che riguarda il grande problema e nessuna parola pu essere ascoltata pi volentieri di quella dell'illustre autore del classico Trattato di geologia.
- Ebbene, signori, - riprese il Presidente della Societ geologica di Francia - ecco come il mondo morir di morte naturale, se nulla verr a sviare l'attuale corso delle cose, ci che  probabile, visto che gli accidenti sono rari, nell'ordine del cosmo. La natura non fa dei salti bruschi: i geologi non credono pi alle rivoluzioni improvvise, agli sconvolgimenti del globo, perch hanno appreso che tutto procede gradualmente, con una lenta evoluzione; in geologia, le cause attuali sono permanenti.
" drammatico immaginare il nostro globo travolto in una catastrofe universale: lo  meno certamente il vedere la sola azione delle forze che attualmente agiscono minacciare il nostro pianeta d'una distruzione certa. I nostri continenti non sembrano di una stabilit indefinita? Come si potrebbe sognare di mettere in dubbio la durata eterna di questa terra su cui sono vissute tante generazioni prima della nostra, di cui i pi antichi monumenti dimostrano che se noi li vediamo oggi allo stato di rovine, non  perch il suolo abbia rifiutato di sostenerli, ma perch hanno dovuto subire le ingiurie del tempo e specialmente quelle dell'uomo? Tempus edax, homo edacior!
Per quanto lungi nel tempo risalgano le nostre tradizioni, ci rappresentano i fiumi che scorrono nel medesimo letto di oggi, le montagne che si elevano alla medesima altezza: se qualche sbocco si chiude, se qualche rivolgimento avviene, l'importanza di tali avvenimenti  cos piccola, rispetto alla massa enorme dei continenti, da non dare il pronostico di una distruzione finale.
"Cos pu ragionare chi volge al mondo esterno uno sguardo superficiale e indifferente. Ma molto diversa  la conclusione di un osservatore abituato a scrutare, con occhio attento, le modificazioni che avvengono intorno a lui, siano pure insignificanti. Ad ogni passo, per poco ch'egli sappia vedere, coglier le tracce di una lotta incessante, ingaggiata dalle potenze esterne della natura contro tutto ci che sorpassa questo inflessibile livello del mare, al di sotto del quale regnano il silenzio e il riposo. La pioggia, il gelo, la neve, il vento, le sorgenti, i ruscelli, i fiumi, tutti gli agenti meteorici concorrono a modificare perpetuamente la superficie del globo. Le valli sono scavate dai corsi d'acqua e colmate poi dai terreni d'alluvione; tutto cambia incessantemente. Qui il mare batte furiosamente sulle rive e le fa indietreggiare di secolo in secolo, l parti di montagne crollano, inghiottendo in qualche minuto molti villaggi e seminando la desolazione tra le pi ridenti vallate: le valanghe e i torrenti disgregano le montagne; contro coni vulcanici si accaniscono le piogge tropicali, scavandovi burroni profondi, le cui pareti sprofondano, e restano delle rovine al posto di quei giganti; le Alpi e i Pirenei sono gi ridotti alla met della loro altezza primitiva.
Pi silenziosa, ma non meno efficace,  l'azione di quei grandi fiumi come il Gange e il Mississipi, le cui acque sono tanto cariche di particelle sospese. Ogni grano di sabbia che intorbida la limpidezza di quelle acque  un frammento strappato alla terra ferma. Lentamente, ma certamente, i flutti portano alla gran riserva del mare tutto quello che ha perduto la superficie del suolo, e i residui che si depositano nei delta non sono nulla in confronto ai depositi che riceve il mare, per dispensarli nei suoi abissi. Come potrebbe il filosofo testimone di tale opera demolitrice, sapendo che questa prosegue nei secoli, sottrarsi all'idea che in realt i fiumi, come le onde dell'oceano, portano permanentemente il lutto della terra ferma?
La geologia conferma in ogni punto questa conclusione. Essa ci mostra, su tutta la distesa dei continenti la superfice del suolo continuamente attaccata, sia dalle variazioni della temperatura, sia dall'alternarsi della siccit e dell'umidit, del gelo e del disgelo, sia anche dall'azione incessante dei vermi o dei vegetali: donde un processo di disgregazione, che finisce per consumare anche le rocce pi compatte. I detriti rotolano da principio per i pendii e nel letto dei torrenti, dove si consumano e si trasformano a poco a poco in ghiaia, sabbia e melma, poi nei fiumi, che conservano ancora, almeno durante le piene, una forza sufficente per trasportarli alla foce.  facile prevedere il resultato ultimo di una tale azione.
La legge di gravit, sempre presente,  soddisfatta soltanto quando i materiali soggetti al suo impero hanno conquistato la posizione pi stabile: ci che accadr il giorno nel quale questi materiali non potranno pi discendere. Bisogna dunque che sia soppressa ogni pendenza fino all'oceano, riserva comune dove ha fine ogni potenza di trasporto, e che le particelle ammucchiate sui continenti sieno disseminate sul fondo del mare. In conclusione, il resultato dell'azione demolitrice di cui parlavamo,  il completo livellamento della terra ferma o, per dir meglio, la distruzione di ogni rilievo dei continenti.
Il resultato dell'erosione prodotta dalle acque correnti dev'essere di far sorgere, sulla linea di confine d'un paese, delle creste acute dalle quali si deve scendere a pianure assolutamente piatte, su cui in ultima analisi non potrebbe restare nessun rilievo superiore a una cinquantina di metri.
Ma in nessun luogo le creste acute che secondo questo concetto sussisterebbero per la separazione dei bacini potrebbero assolutamente durare a lungo; perch il peso, l'azione del vento, quella delle infiltrazioni e delle variazioni di temperatura basterebbero a provocare la frana.
Cos  giustificato il dire che il resultato cui deve fatalmente far capo l'erosione continentale  il completo appianamento della terra ferma, portata a un livello press'a poco uguale a quello dei corsi d'acqua, sulla foce".
Il coadiutore dell'arcivescovo di Parigi che occupava il posto di S. Eminenza sulla tribuna degli alti funzionari, si alz ed interruppe l'oratore:
"In ci si avvereranno alla lettera le parole della Scrittura: Ogni valle sar colmata: ogni montagna ed ogni collina sar spianata".
La Bibbia ha predetto tutto, - riprese il geologo - l'acqua ed il fuoco, il freddo ed il caldo, e gl'intelletti geniali possono trovarvi tutto ci che desiderano. Quello di cui possiamo esser certi  che, mantenendosi immutate le reciproche condizioni della terra ferma e dell'oceano, il rilievo dei continenti  fatalmente destinato a scomparire.
Quanto tempo ci vorr?
La terra ferma, se si potessero stendere in modo uniforme tutte le montagne, si presenterebbe come un altipiano, dominante tutto il mare da scogliere di circa 700 metri di altezza.
"Ammettendo che la superficie totale dei continenti sia di 145 milioni di chilometri quadrati, ne resulter che il volume della massa continentale emersa pu essere calcolata di 145.000.000  0,7 oppure di 101.500.000, cio, in cifra tonda, di cento milioni di chilometri cubi. Questa  la riserva, certamente rispettabile, ma non illimitata, contro la quale si esercita l'azione delle potenze demolitrici.
"Si pu considerare che i fiumi tutti insieme portino ogni anno al mare 23.000 chilometri cubi d'acqua (in altre parole 23.000 volte un miliardo di metri cubi). Tale quantit, per la proporzione stabilita di 38 parti su 100.000 darebbe un volume di materie solide, uguale a 10 chilometri cubi e 43. Questa cifra sta a quella del volume totale dei continenti come 1 a 9.730.000: se la terra ferma fosse un altipiano uniforme di 700 metri di altezza, perderebbe, per questa sola via, una fetta di circa sette centesimi di millimetro all'anno, cio un millimetro ogni quattordici anni, o, diciamo, sette millimetri ogni secolo.
"Ecco, Signori, una cifra positiva, che esprime il valore attuale dell'erosione continentale. Applicandola all'insieme dei continenti, si trova che questa erosione, di per s sola, distruggerebbe in meno di dieci milioni di anni la massa intera delle terre emerse.
"Ma la pioggia ed i corsi d'acqua non sono soli a quest'opera demolitrice sul globo; altri fattori contribuiscono alla progressiva distruzione della terra ferma: e il primo  l'erosione marina.
" difficile scegliere un esempio pi tipico di erosione di quello delle coste britanniche, esposte all'assalto, dei flutti dell'atlantico, che sono spinti dai venti dominanti del sud ovest, la violenza dei quali non  smorzata da alcun ostacolo. Ora, il ritirarsi medio delle coste inglesi, complessivamente,  certo inferiore a tre metri ogni secolo. Estendiamo questo calcolo a tutte le rive del mare e vediamo che cosa ne risulter.
"Si pu procedere a questa ricerca in due maniere. La prima consiste nel calcolare quale perdita di volume rappresenti, per tutte le rive, il ritrarsi di tre centimetri all'anno. Per far questo, occorre conoscere l'estensione delle coste e la loro altezza media. Questa estensione, per tutto il globo,  di circa 200.000 chilometri.
Quanto all'altezza delle coste sul mare,  esagerato fissarla, in media, a cento metri. D'altra parte, il ritirarsi di tre centimetri corrisponde a una perdita annuale di 3 metri cubi ogni metro lineare, cio, per 200.000 chilometri di coste, 600 milioni di metri cubi, ci che d soltanto sei decimi di chilometro cubo. In altri termini, l'erosione marina non rappresenterebbe che la diciassettesima parte del lavoro delle acque meteoriche!
"Si obbietter forse a questo ragionamento che, crescendo l'altezza dalle rive al centro dei continenti, il medesimo tratto di retrocessione delle rive dovrebbe, col tempo, corrispondere a una perdita maggiore in volume. Questa obbiezione sarebbe giusta? No: perch l'azione delle piogge e dei corsi d'acqua tendendo di per s, come gi abbiamo detto, all'appianamento completo della superfice terrestre, procederebbe sempre di pari passo coll'azione delle onde.
"D'altra parte, poich la superfice della terra ferma  di 145 milioni di chilometri quadrati, un cerchio di eguale superfice dovrebbe avere 6.800 chilometri di raggio. Ma la circonferenza di questo cerchio non sarebbe che di 40.000 chilometri, vale a dire che il mare avrebbe un'estensione di rive cinque volte minore di quella che ha attualmente per i frastagliamenti che portano la lunghezza delle coste a 2.000.000 chilometri. Si pu dunque ammettere che l'azione erosiva del mare sulle coste procede cinque volte pi rapida che sopra un cerchio equivalente. Con sicurezza possiamo dire che questa valutazione rappresenta un massimo: perch quando le penisole strette fossero rose dal mare, il rapporto del perimetro alla superfice andrebbe sempre diminuendo, ci che renderebbe meno efficace l'azione delle onde. In ogni caso, poich, in ragione di 3 centimetri all'anno, un raggio di 6.800 chilometri  condannato a sparire in 226.600.000 anni, il quinto di questa cifra, ossia circa 45 milioni di anni, rappresenterebbe il minimo del tempo necessario alla distruzione della terra ferma, da parte dei flutti marini: sarebbe appena superiore, come intensit, alla quinta parte dell'azione continentale.
"Sembra dunque che l'insieme delle azioni meccaniche debba far perdere alla terra ferma un volume di 12 chilometri cubi all'anno, ci che, per un totale di 100 milioni, porterebbe la distruzione completa, in poco pi di otto milioni di anni (fig. 6).
Soltanto,  assolutamente necessario terminare l'analisi dei fenomeni demolitori della massa continentale. L'acqua non  solamente un agente meccanico:  anche un mezzo di dissoluzione, molto pi attivo di quello che non si creda generalmente, a causa della proporzione considerevole di acido carbonico contenuto da tutte le acque, sia che lo prendano dall'atmosfera, sia che lo trovino nella scomposizione delle materie organiche del suolo. Queste acque, circolando traverso tutti i terreni, si caricano di sostanze che esse tolgono, per un vero e proprio attacco chimico, ai minerali delle rocce traversate.
"L'acqua dei fiumi contiene circa 182 tonnellate di sostanze disciolte al chilometro cubo, e tutti i fiumi portano ogni anno al mare circa cinque chilometri cubi di sostanze disciolte.
La terra ferma, dunque, per le diverse azioni che cooperano alla sua distruzione, perderebbe ogni anno non pi dodici, ma diciassette chilometri cubi: cos il totale di 100 milioni sparirebbe non pi in otto, ma in poco meno di sei milioni di anni.
"Questa cifra, signori, deve subire ancora una notevole diminuzione. Infatti, non bisogna dimenticare che i sedimenti portati al mare vi prendono il posto di una certa quantit d'acqua e che perci il livello dell'Oceano deve elevarsi, finendo coll'incontrare la piattaforma continentale che si abbassa e la cui fine viene ad essere per questa ragione affrettata.
"La misura di questo movimento pu essere facilmente precisata. Infatti, per ogni data porzione perduta dal piano continentale che si suppone uniforme, bisogna che il mare si elevi di una quantit tale che il volume del suo letto sia facilmente corrispondente al volume dei sedimenti introdotti, vale a dire della porzione distrutta. Il calcolo mostra che la perdita del volume si eleva, in cifre rotonde, a ventiquattro chilometri cubi.
"Possiamo dunque concludere, poich questa cifra di 24 chilometri cubi  contenuta 4.166.666 volte in quella di 100 milioni rappresentante il volume dei continenti che la sola azione delle forze attualmente attive, continuando senza altri movimenti del suolo, basterebbe a produrre, in quattro milioni di anni circa, la totale sparizione della terra ferma.
Il mare avr sommerso l'intiera superfice terrestre.
"Aggiunger che se questa sparizione del rilievo continentale pu preoccupare un geologo e un pensatore, non  davvero uno di quegli avvenimenti di cui debbano preoccuparsi le nostre generazioni: n i nostri figlioli, n i nostri nepoti potranno apprezzarlo in modo sensibile. Se dunque, signori, mi volete permettere di terminare quest'esposizione con una frase.... un po' fantastica, aggiunger che il colmo della previdenza sarebbe di costruir fin da oggi una nuova arca, per scampare a questo futuro diluvio universale".
Questa fu la tesi dottamente sostenuta dal Presidente della Societ geologica di Francia.
La sua esposizione lenta e calma delle azioni secolari degli agenti naturali, che dischiudeva un avvenire di quattro milioni di anni alle speranze della vita terrestre, aveva avuto per resultato di distendere i nervi, sovreccitati dall'apprensione della cometa.
L'uditorio era mirabilmente calmato. Appena l'oratore fu disceso dalla tribuna ed ebbe ricevuto le congratulazioni dei colleghi, cominciarono a scambiarsi, tra i vari gruppi, animate conversazioni. Una specie di bonaccia morale passava traverso tutti i cervelli. Si discorreva della fine del mondo come della caduta di un governo, o dell'arrivo delle rondini, senza passione, con un'indifferenza completamente disinteressata. Un avvenimento, anche fatale, rimandato a quaranta mila secoli di distanza, veramente non ci tocca affatto.
Ma il Segretario generale dell'Accademia meteorologica saliva sulla tribuna e tutti gli prestarono subito un'attenzione piena di simpatia.
Signore e Signori,
"Io vengo ad esporvi una teoria diametralmente opposta a quella del mio caro ed illustre collega dell'Istituto, basata sull'osservazione dei fatti non meno precisa e su di un metodo di ragionamento non meno rigoroso.
"S, o Signori, diametralmente opposta...." L'oratore, dotato di una vista eccellente, si accorse che tutti i visi si oscuravano.
"Oh!... - soggiunse - opposta, non riguardo al tempo che la natura riserba alla vita dell'umanit, ma riguardo alla maniera in cui il mondo dovr finire: perch credo, anch'io, a un avvenire di molti milioni di anni.
"Soltanto, invece di veder la terra continentale destinata a sparir sotto l'invasione graduale delle acque e ad essere interamente sommersa, io la vedo, al contrario, destinata a morir di siccit.
"Avrei potuto obbiettare agli studi precedenti il fatto che, in molti punti, non  il mare che s'impadronisce della terra, ma al contrario il suolo terrestre che usurpa l'elemento liquido, qui colle sabbie, le dune, i cordoni littoranei, l col contributo dei fiumi, coi delta, colle alluvioni. Ma non voglio aprire una discussione, che ci condurrebbe troppo lontani, paragonando l'azione del mare a quella della terra: voglio soltanto richiamare l'attenzione dell'uditorio sopra un fatto geologico interessantissimo, e cio che la quantit d'acqua esistente sul globo diminuisce gradatamente ogni secolo. Un giorno non vi sar pi mare, n nuvole, n piogge, n sorgenti, n acqua; e la vita vegetale, come la vita animale, perir e non per annegamento, ma per mancanza d'acqua.
"Infatti, alla superfice del globo l'acqua diminuisce; nei mari, nei fiumi, nelle piogge e nelle sorgenti. Senz'andare a cercar molto lontani i miei esempi, vi ricorder, signori, che in altri tempi, al principio del periodo quaternario, il luogo dove ora si stende Parigi coi suoi nove milioni d'abitanti, dal monte S. Germano al confluente della Marna, era quasi interamente occupato dalle acque: soltanto la collina di Passy a Montmartre e al Pre-Lachaise, l'altopiano di Montrouge al Panthon e a Villejuif e il massiccio del Monte-Valrien emergevano sull'immensa distesa liquida. Le altitudini di questi altipiani non sono annientate, non vi sono stati sollevamenti:  soltanto diminuita l'acqua.
Ecco, del resto, - aggiunse l'oratore, spiegando una carta sulla grande lavagna in fondo all'anfiteatro - ecco qual'era la Senna, nella regione di Parigi, nei tempi preistorici.
"Una quantit d'acqua, molto piccola,  vero, nel suo insieme, ma non disprezzabile, penetra traverso le profondit del suolo, sia al di sopra del bacino dei mari, per i crepacci, le fessure, le aperture, dovute ai dislocamenti e alle eruzioni sotto marine, sia in piena terra ferma, perch tutta l'acqua delle piogge, imbevendo il suolo, non trova un letto d'argilla impermeabile. In generale, l'acqua piovana ritorna al mare per le sorgenti, i ruscelli, i torrenti ed i fiumi, ma occorre, per questo, che trovi un letto di argilla e che vi scorra, seguendo i pendii. Quando non trova un letto impermeabile, continua a discendere per infiltrazione nella scorza porosa del globo e va a saturare le rocce profonde.  quella che si chiama l'acqua di cava.
"Quest'acqua  perduta per la circolazione. Essa si combina chimicamente e forma degl'idrati. Se discende in un luogo molto profondo, raggiunge una temperatura sufficentemente elevata per essere trasformata in vapore: e questa  l'origine pi frequente dei vulcani e dei terremoti, Le fumate vulcaniche sono quasi del tutto composte di vapore acqueo. Ma tanto nell'interno della terra quanto all'aria libera, una parte non trascurabile delle acque che sono in movimento nella circolazione atmosferica si trasforma in idrati e anche in ossidi: niente, meglio dell'umidit, produce la ruggine. Cos fissati, gli elementi dell'acqua, l'idrogeno e l'ossigeno, cessano di esser combinati allo stato liquido. Le acque termali, del resto, non formano tutta una circolazione fluviale interna, e non provengono dalla superfice? Esse non vi ritornano, come non ritornano al mare.
"Sia fissandosi, sia combinandosi, sia penetrando nei profondi alvei del globo, l'acqua alla superfice della Terra diminuisce. Discender sempre di pi, quanto pi diminuir il calore interno.
"I pozzi di calore che sono stati scavati da cent'anni presso le principali citt del mondo e che danno gratuitamente il calore necessario per gli usi domestici, si esauriranno con la diminuzione della temperatura interna. Verr il giorno in cui il globo terrestre sar raffreddato fino al centro e questo giorno coincider con la sparizione quasi totale delle acque.
"Pare del resto, o signori, che tale sia stata la sorte dei diversi corpi celesti del nostro sistema solare. La nostra vicina, la luna, il cui volume e la cui massa sono di gran lunga inferiori al volume e alla massa della Terra, si  raffreddata pi rapidamente e ha percorso pi presto le fasi della sua vita astrale. I suoi antichi mari, sui quali anche oggi si riconoscono le innegabili tracce dell'azione delle acque, sono interamente prosciugati: non vi si nota alcuna specie di evaporazione, alcuna nuvola, come pure lo spettroscopio non vi scopre traccia alcuna di vapore acqueo. Pianure aride, rocce dirupate, circhi deserti. Da un'altra parte, il pianeta Marte, pi piccolo anch'esso della Terra,  senza discussione pi avanti nella sua carriera, e si  constatato che non possiede pi un solo Oceano degno di questo nome, ma dei mari mediterranei, di estensione mediocre, poco profondi, collegati da canali. Che vi sia meno acqua su Marte che sulla Terra  un fatto constatato dall'osservazione; anche le nuvole vi sono molto pi rare e l'atmosfera vi  pi secca: i fenomeni di evaporazione e di condensazione sono pi rapidi; le nevi polari variano, secondo le stagioni, assai pi delle nevi terrestri. D'altra parte ancora, il pianeta Venere, pi giovane della Terra,  circondato da un'immensa atmosfera, costantemente carica di nubi. Quanto all'immenso Giove,  ancora al principio della sua vita: si pu dire che non vi scorgiamo altro che vapori e nubi. Cos i quattro mondi da noi meglio conosciuti, confermano, ognuno dal suo canto, l'osservazione terrestre della diminuzione delle acque nel corso dei secoli.
"Sono lietissimo di farvi notare, a questo proposito, che la tesi dell'allivellamento generale, sostenuta dal mio illustre confratello, ha un grande appoggio dallo stato attuale del pianeta Marte. L'eminente geologo ci diceva proprio ora che, in seguito all'azione secolare dei fiumi, il rilievo finale della terra ferma sar dato nell'avvenire da piani quasi orizzontali. Questo  gi accaduto per Marte. Le spiagge vicine al mare sono tanto unite fra loro che sono spesso e facilmente inondate, come tutti sanno. Da una stagione all'altra, centinaia di migliaia di chilometri sono alternativamente all'asciutto, o sommerse da una piccola quantit di acqua. Ci si osserva specialmente sulle spiagge orientali della Syrtis Magna.
Sulla Luna, tuttavia, il livellamento non  avvenuto. Sar mancato il tempo e non vi saranno stati pi n acque, n venti prima della sua estinzione. Del resto, la gravit quasi non vi esiste.
 dunque certo che la Terra, pur essendo soggetta nel corso dei secoli a un fatale livellamento, come ha esaurientemente dimostrato il mio illustre collega, subisce contemporaneamente una diminuzione graduale della quantit d'acqua che possiede.
Secondo ogni apparenza, questa diminuzione procede di pari passo col livellamento.
Di mano in mano che il globo terrestre perder il suo calore interno e si raffredder, subir senza dubbio la stessa sorte della Luna e si screpoler. L'estinzione assoluta del calore terrestre avr per resultato di operare dei ristringimenti, di produrre dei vuoti nell'interno, e l'acqua dei mari scoler in questi vuoti, senza trasformarsi in vapore; o sar assorbita, o si combiner con le rocce metalliche, allo stato d'idrati d'ossido di ferro. La quantit d'acqua diminuir indefinitamente, sino, forse, alla sparizione completa. I vegetali mancheranno del loro elemento essenziale, si trasformeranno, ma finiranno col deperire. Anche le specie animali si trasformeranno: ma vi saranno sempre erbivori e carnivori: i primi spariranno da principio a poco a poco, portandosi dietro la morte inevitabile degli altri, finch anche la stessa razza umana, nonostante le sue trasformazioni, morr di fame e di sete sopra la Terra disseccata.
"In conseguenza, signori, possiamo concludere che la fine del mondo non sar causata da un nuovo diluvio, ma dalla diminuzione dell'acqua. Senz'acqua, la vita terrestre  impossibile, l'acqua costituisce la parte essenziale di tutti i corpi viventi. Lo stesso corpo umano ne  formato, nell'enorme proporzione del 70 per 100. Senz'acqua non possono esistere n piante, n animali; sia allo stato liquido, sia a quello di vapore, essa regge tutta la vita terrestre: la sua soppressione  una sentenza di morte. E questa sentenza la natura ce la dar.... tra una diecina di milioni di anni. Aggiungo che il livellamento non pu essere terminato prima. Il signor Presidente della Societ geologica di Francia si  preso la cura di far notare che i suoi quattro milioni di anni vanno bene coll'ipotesi che le cause attuali di distruzione della terra ferma agiscano sempre nella medesima misura di oggi, senza che niente venga mai a turbare la loro azione; e d'altra parte egli stesso ci dice che le manifestazioni dell'energia interna non possono cessare da oggi. Per lungo tempo ancora si avranno sollevamenti qua e l e l'aumento dei continenti a causa dei delta, le isole vulcaniche e madreporiche etc.... si produrranno ancora per molto tempo. Il periodo indicato non sta dunque a rappresentare che un minimo".
Cos parl il Segretario generale dell'Accademia meteorologica. L'uditorio aveva ascoltato queste due trattazioni coll'attenzione pi raccolta e col suo atteggiamento rivelava che era pienamente rassicurato sulla sorte attuale della Terra e pareva che avesse completamente dimenticato la cometa.
"La parola alla Signorina Direttrice dell'ufficio dei Calcoli dell'Osservatorio".
A quest'invito, la giovane laureata dell'Istituto, dottoressa in matematiche, fisica, e scienze naturali, con la quale abbiamo fatto conoscenza al principio di questo libro, si diresse verso la tribuna.
"I miei due illustri colleghi, - ella disse, senza inutili esordi - hanno ragione tutti e due: poich da una parte  innegabile che gli agenti meteorici, aiutati dalla gravit allivellano insensibilmente il globo terrestre, la cui scorza diviene sempre pi spessa e va sempre pi solidificandosi: dall'altra  certo che la quantit d'acqua diminuisce di secolo in secolo, sulla superfice del nostro pianeta.
"Su questi due punti la scienza  sicura. Ma mi pare, o Signori, che la fine del mondo non dipender n dalla sommersione dei continenti, n dalla mancanza di acqua necessaria alla conservazione delle piante e degli animali".
Questa nuova dichiarazione, questo annunzio di una terza ipotesi produsse nell'uditorio una meraviglia, assai vicina allo stupore.
"E neppur io credo, - si affrett ad aggiungere l'elegante oratrice - che sia la cometa ad incaricarsi della catastrofe finale: poich penso, coi due illustri colleghi che prima di me hanno parlato da questa tribuna, che i mondi non moriranno per un fenomeno accidentale, ma per vecchiaia.
"S, indubbiamente, o Signori, - ella continu - l'acqua diminuir e sparir forse completamente: ma non  questa mancanza d'acqua in se stessa che produrr la fine delle cose, bens l'effetto climatologico che ne deriver. La diminuzione del vapore acqueo nell'atmosfera dar luogo al raffreddamento generale, e i miei studi mi hanno portato alla conclusione che l'umanit morr di freddo.
"Io qui non devo insegnare a nessuno che l'atmosfera terrestre respirabile  composta del 79 per 100 di azoto, del 20 per 100 di ossigeno, e che il rimanente centesimo  formato dal vapore acqueo per un quarto, circa, dall'acido carbonico per 3 decimillesimi, da ozono o ossigeno elettrizzato, dall'ammoniaca, dall'idrogeno e da qualche altro gas in quantit infinitamente piccola. L'azoto e l'ossigeno formano dunque 99 centesimi e il vapore acqueo il quarto del centesimo che rimane.
"Ma, o Signore, dal punto di vista della vita vegetale, animale e umana, questo quarto di centesimo di vapore acqueo  della pi grande importanza, ed io oso affermare che in quel che concerne la temperatura ed il clima, questa piccola quantit di vapore acqueo  pi essenziale di tutto il resto dell'atmosfera!
E del resto, signori, me ne appello al giudizio degli storici, non sono le cose piccole quelle che dirigono il mondo?
"Le onde di calore che arrivano dal Sole alla Terra, che riscaldano il suolo e ne sono poi irraggiate per spandersi nello spazio, traversando l'atmosfera, urtano, al loro passaggio, contro gli atomi d'ossigeno e d'azoto e contro le molecole di vapore acqueo sparse nell'aria. Queste molecole sono cos rade (poich il loro volume rappresenta soltanto la centesima parte dello spazio occupato dalle altre) da far pensare che se un po' di calore  conservato, lo  dall'azoto e dall'ossigeno, anzich dal vapore acqueo. Infatti, se consideriamo gli atomi in modo particolare, vediamo che su 200 di ossigeno e d'azoto ve n' appena 1 di vapore acqueo. Ebbene! quest'atomo solo ha ottanta volte pi energia, pi valore reale per conservare il calore radiante, che i 200 d'ossigeno e d'azoto! Per conseguenza, una molecola di vapore acqueo  sedici mila volte pi efficace di una molecola d'aria asciutta per conservare il calore, come per irraggiarlo: poich le due facolt sono reciproche e proporzionali. Diminuite in una grande proporzione queste molecole invisibili di vapore acqueo e la Terra diverr immediatamente inabitabile, nonostante l'ossigeno: tutte le regioni, anche quella dell'equatore e dei tropici, perdono spesso il calore di cui vivono e sono condannate al clima delle alte montagne e soffrono di geli eterni: invece delle piante lussureggianti, dei fiori e dei frutti, degli uccelli e dei nidi, della vita che pullula sul globo e nelle acque, invece dei ruscelli mormoranti, dei fiumi limpidi, dei laghi e dei mari, noi abbiamo intorno soltanto ghiacci immobili in un immenso deserto.
"E dico noi, signore; ma, voi mi capite, noi non resteremo a lungo a veder tutto questo, perch anche il nostro sangue si ghiaccerebbe nelle arterie e nelle vene e tutti i cuori umani cesserebbero ben presto di battere. Ecco quali sarebbero le conseguenze della mancanza di vapore acqueo che, diffuso nella nostra atmosfera, agisce come una serra protettrice e benefica su tutta quanta la vita terrestre.
"I princip della termodinamica dimostrano che la temperatura dello spazio  di 273 C. sotto zero.
" questo, signori, il freddo ultra-glaciale in mezzo a cui si addormenter il nostro pianeta, quando sar privo del velo aereo che l'avviluppa come un caldo manto protettore.
" questa la sorte riserbata alla Terra per la diminuzione graduale dell'acqua che  sulla sua superfice; e questa morte per freddo  inevitabile, se il soggiorno della razza umana durer tanto da aspettarla.
"Ed una tal fine  anche pi certa in quanto non  il solo vapore acqueo che diminuisce, ma anche gli altri elementi dell'aria, l'ossigeno e l'azoto, in una parola tutta quanto l'atmosfera. L'ossigeno si fissa insensibilmente mediante gli ossidi, che si formano continuamente alla superfice del globo; l'azoto mediante le piante e le terre, e non ritorna tutto allo stato gazoso: l'atmosfera, colla sua pressione, penetra in tutti gli oceani e i continenti e discende, anch'essa, nelle regioni sotterranee. A poco a poco, di secolo in secolo, l'atmosfera diminuisce.
"In altri tempi, nel periodo primario, per esempio, essa era immensa, le acque coprivano quasi tutto il globo; soltanto i primi sollevamenti granitici emergevano dall'oceano universale e l'atmosfera era impregnata d'una quantit di vapore acqueo, incomparabilmente superiore a quella dei tempi moderni. Ci spiega l'alta temperatura di queste epoche passate, quando le piante tropicali dei giorni nostri, le felci arborescenti, le calamite, le equisetacee, le sigillarie, le lepidodendre crescevano in opulente foreste, tanto ai poli quanto all'equatore. Oggi l'atmosfera e il vapore acqueo sono notevolmente diminuiti: nel futuro son destinati a sparire. Sopra Giove, che  ancora alla sua epoca primaria, l'atmosfera  immensa e piena di vapori. Sulla Luna pare che non vi sia quasi affatto atmosfera: la sua temperatura  sempre sotto zero, anche in pieno sole. Su Marte l'atmosfera  sensibilmente pi rarefatta di quel che non  la nostra. Sul nostro pianeta, in avvenire, la miserabile razza umana morir di freddo.
"Quanto al tempo che passer prima che venga il regno del freddo, causato dalla diminuzione dell'atmosfera umida che avvolge il globo, io mi terr ai dieci milioni di anni, calcolati dall'oratore che mi ha preceduto.
"Tali sono, signore, i termini che la natura sembra aver segnato alla vita dei mondi, almeno nel sistema planetario a cui noi apparteniamo. Io concludo, dunque, che la Terra avr la stessa sorte della Luna e finir per il freddo, quando sar spogliata dell'inviluppo aereo che la protegge attualmente dalla dispersione continua del calore che essa riceve dal Sole".
Il Cancelliere dell'Accademia colombiana, arrivato il giorno stesso da Bogota, in aeronave elettrica, per assistere a queste discussioni, domand la parola.
Si sapeva che aveva fondato proprio all'equatore e a tremila metri d'altezza un osservatorio dominante tutto il nostro pianeta, da cui si potevano vedere contemporaneamente i due poli del cielo.
Si ricordava che, per testimoniare alla Francia la sua simpatia, aveva dato a questo tempio di Urania il nome di un astronomo francese, il quale aveva consacrato tutta la sua vita a studiare gli altri mondi, a farli conoscere alle menti illuminate e a stabilire la parte prevalente dell'astronomia in ogni dottrina filosofica o religiosa. Si conosceva da lungo tempo la sua fama universale e si ascolt con un'attenzione tutta speciale.
"Signori, - disse appena salito alla tribuna - noi abbiamo, in queste due sedute, udito riassumere mirabilmente le curiose teorie che la scienza moderna pu offrire allo spirito umano sui modi diversi in cui il nostro mondo terrestre potr finire. L'incendio dell'atmosfera o l'asfissia dei nostri polmoni, causati dall'incontro della cometa che si avvicina rapidamente, oppure, in un avvenire lontano, la sommersione dei continenti a causa della loro generale discesa in fondo ai mari, il prosciugamento della Terra e dell'atmosfera per la graduale diminuzione dell'acqua: e infine il raffreddamento del nostro disgraziato pianeta, ridotto allo stato di luna morta e gelata. Ecco, se non m'inganno, cinque modi di fine possibili.
"Il signor Direttore dell'Osservatorio ha detto che non credeva ai due primi e che, secondo lui, l'incontro della cometa con la Terra sar quasi innocuo. Io sono assolutamente dello stesso parere, e desidero aggiungere che, dopo avere attentamente ascoltato le tre dotte dissertazioni dei miei illustri colleghi, non credo punto di pi agli altri tre.
"Signore, - continu l'astronomo colombiano - voi sapete al pari di noi che nulla  eterno. Tutto cambia nell'immensa natura. Le gemme primaverili sbocciano in fiori, i fiori si trasformano in frutti, le generazioni si succedono e la vita compie l'opera sua. Il mondo dove noi siamo finir, dunque, poich  cominciato, ma non finir, almeno a parer mio, n per la cometa, n per la troppa acqua, n per la mancanza di acqua. Il problema sta tutto, mi pare, nell'ultima parola dell'importante discorso pronunciato dalla nostra graziosa collega, signorina Direttrice dell'ufficio dei Calcoli.
"S, il sole;  tutto qui.
"La vita terrestre  legata ai raggi del sole.
"Che dico? Essa non  che una trasformazione del calore solare. Dal sole dipende lo stato liquido dell'acqua, e lo stato gassoso dell'aria; senza il sole tutto sarebbe solido e morto; il sole evapora l'acqua dei mari, dei laghi, dei fiumi, delle terre umide, forma le nuvole, d luogo ai venti, governa le piogge, la feconda circolazione delle acque; per virt della luce e del calore del sole, le piante assimilano il carbone contenuto nell'acido carbonico dell'aria: per separare l'ossigeno dal carbonio e trattenere il carbonio, la pianta fa un lavoro immenso; la freschezza delle foreste si deve a questa conversione del calore solare in lavoro vegetale, aggiunta all'ombra degli alberi dal folto fogliame; le legna che ci riscaldano nel focolare non fanno che rendere il calore del sole immagazzinato, e quando bruciamo del gas o del carbon fossile non facciamo che rimettere in libert i raggi del sole imprigionati da milioni di anni nelle foreste dell'epoca primaria. L'elettricit stessa  la trasformazione del lavoro, di cui il sole  la prima sorgente.  dunque il sole che mormora nella fonte, che soffia nel vento, che geme nella tempesta, che fiorisce nella rosa, che gorgheggia nel canto dell'usignolo, che scintilla nel baleno, che tuona nell'uragano, che canta o ruggisce in tutte le sinfonie della natura.
"Cos pure il calore solare si trasforma in correnti di aria o di acqua, in potenza espansiva dei gas e dei vapori, in elettricit, in legno, in fiori, in frutti, in forza muscolare e nervosa: e finch quest'astro radioso ci potr fornire un calore sufficente, la durata della vita e del mondo  assicurata.
"Il calore del sole si deve probabilmente alla condensazione della nebulosa che ha dato origine all'astro centrale del nostro sistema: questa trasformazione del movimento ha dovuto produrre 28 milioni di gradi centigradi: voi sapete, signori, che un chilogrammo di carbon fossile, cadendo sul sole da una distanza infinita, produrrebbe col suo urto sei mila volte pi calore di quello che non ne produrrebbe con la sua combustione. Basandoci sulla radiazione attuale, la provvista di calore solare rappresenta la radiazione dell'astro per 22 milioni di anni, ed  molto probabile che esso bruci da un tempo assai pi lungo, poich nulla prova che gli elementi della nebulosa sieno stati mai del tutto freddi: molto probabilmente, invece, essi avevano in s una vera provvista di calore. Sembra che l'astro del giorno non abbia perduto nulla della sua alta temperatura: esso continua a condensarsi e questa condensazione pu riparare alle perdite della radiazione.
"Pure, tutto ha una fine. Se il sole continuando a condensarsi, arrivasse un giorno alla densit della terra, questa condensazione produrrebbe una nuova quantit di calore, bastante a mantenere per 17 milioni di anni la stessa intensit di calorico che alimenta attualmente la vita terrestre; e questo termine pu essere anche prolungato, ammettendo una diminuzione nella quantit della radiazione, una caduta di meteore sull'astro divoratore, una condensazione continua oltre quella terrestre. Ma per quanto rimandiamo pi in l che sia possibile questo termine, esso arriver fatalmente. I soli che si spengono nei cieli sono tanti esempi anticipati della sorte riserbata al sole che ci rischiara e che, del resto, in certi anni gi si copre di macchie immense.
"Ma chi potrebbe dire, se fra diciassette, venti, trenta milioni di anni o pi, le meravigliose facolt di adattamento scoperte dalla fisiologia e dalla paleontologia in tutte le specie annuali e vegetali, non avranno condotto la specie umana, a forza di adattamento graduale, a uno stato di perfezione fisica e intellettuale tanto superiore al nostro stato presente, quanto lo  questo, rispetto alle scomparse epoche geologiche dell'iguanodonte, e dello stegosauro o al compsonoto delle epoche geologiche scomparse? "Chi sa se i nostri scheletri fossilizzati non sembreranno ai nostri successori mostruosi come quelli dei dinosauri? Forse allora la stabilit della temperatura far dubitare che una razza veramente intelligente abbia potuto vivere in un'epoca soggetta come la nostra agli sbalzi folli del termometro e alle variazioni fantastiche dello stato del cielo che caratterizzano le nostre ridicole stagioni. E chi sa che di qui ad allora qualche immensa rivoluzione del globo, qualche trasformazione generale non seppellisca il passato in nuovi letti geologici, per dar luogo ad un'ra nuova, a nuovi periodi, quinquennario, sessennario, tutti affatto diversi dalle varie epoche quaternaria, terziaria, secondaria e primaria?
"Quel che  certo  che il sole finir per perdere il suo calore; la sua massa si condenser, si restringer, la sua fluidit andr diminuendo.
"Verr un'epoca in cui la circolazione che alimenta la fotosfera e che regolarizza la sua radiazione, facendovi partecipare quasi tutta l'enorme massa, sar turbata e comincer a venir meno. Allora la radiazione del calore e della luce diminuir, e la vita vegetale e animale si ristringer sempre pi verso l'equatore terrestre.
"Quando questa circolazione sar finita, la brillante fotosfera sar sostituita da una crosta opaca e oscura che sopprimer ogni radiazione luminosa. Il sole diverr una palla rosso-scura, poi una palla nera e la notte sar eterna. La luna, che brilla di luce solare riflessa, non illuminer pi le notti solitarie. Il nostro pianeta ricever la sola luce delle stelle. Spento il calore solare, l'atmosfera rimarr in una calma assoluta, e il vento non potr soffiare da nessuna parte. Se i mari esisteranno ancora, diverranno solidi per il freddo: non vi sar alcuna evaporazione che possa formar delle nuvole, la pioggia non cadr pi, le sorgenti saranno essiccate: forse gli ultimi guizzi di una luce agonizzante, come si vede nelle stelle vicine a spengersi, forse uno sviluppo casuale di calore, dovuto a qualche avvallamento della crosta solare, risveglieranno per un momento il sole degli antichi giorni; ma anche questi non sarebbero che i sintomi della fine eterna.
"E la terra, globo nero, cimitero gelato, continuer a girare intorno al sole nero, e a navigare nella notte infinita, trascinata, con tutto il sistema solare, nell'abisso immenso.
"Lo spengersi del sole avr prodotto la morte della terra.... fra una ventina di milioni di anni, o anche pi tardi.... fra quaranta, forse".
L'oratore tacque e si preparava a discendere dalla tribuna, quando il Direttore delle Belle Arti chiese la parola:
- Signori, - diss'egli dal suo posto - se ho ben compreso, la fine del mondo avverr probabilmente a causa del freddo, e non prima che sieno passati molti milioni di anni. Dunque, se un pittore dovesse rappresentare l'ultima scena dovrebbe, nel suo quadro, coprire la Terra di ghiacci e di scheletri....
- Non proprio cos, - replic il Cancelliere colombiano. - Non  il freddo la causa principale dei ghiacci, .... il calore.
"Se il Sole non facesse evaporare l'acqua dei mari, nessuna nuvola si produrrebbe e non vi sarebbe neppure, senza l'astro del giorno, specie alcuna di venti. Per fabbricare dei ghiacci, occorre prima di tutto un sole che faccia evaporare l'acqua e la riduca allo stato di nube, e poi un condensatore. Sapete che ogni chilogrammo di vapore prodotto rappresenta una quantit di calore solare sufficiente ad elevare 5 chilogrammi di ghisa al suo punto di fusione. (1110 gradi)! Indebolendo quanto occorre l'azione del Sole, essicchiamo la sorgente dei ghiacci.
"Cos, n la neve, n i ghiacciai seppelliranno la Terra: ma quel che rester di mare geler, non vi saranno per molto tempo n fiumi n torrenti, ed ogni movimento atmosferico sar arrestato; "A meno che il Sole, prima di render l'ultimo respiro, non abbia dato uno di quei guizzi d'agonia, di cui abbiamo parlato un momento fa, non abbia fuso i ghiacci addormentati, non abbia nuovamente prodotto nubi e correnti aeree, non abbia risuscitato le sorgenti e i ruscelli e, dopo questo periodo di perfido risveglio, non sia subito ricaduto nel letargo. Quel giorno non avrebbe dimani".
Una nuova voce, che si levava dal centro dell'emiciclo, si ud. Era quella di un celebre elettricista. "Tutte queste specie di morti causate dal freddo - disse - sono plausibili: ma.... o la fine del mondo prodotta dal fuoco? Non se n' parlato che a proposito dell'incontro della Terra con la cometa: e potrebbe effettuarsi anche in altro modo.
"Senza parlare della possibilit che i continenti sprofondino nel fuoco centrale, per un generale terremoto, o per qualche formidabile sconnessione nei suoi strati, mi pare che senza bisogno di urti, basterebbe una volont suprema ad arrestare il movimento del nostro pianeta nel suo corso e a trasformare questo movimento in calore. - Una volont? - interruppe un'altra voce. Ma la scienza positiva non ammette miracoli, nella natura.
- E neppur io - replic lo scienziato. - Quando dico: volont, intendo dire forza invisibile e ideale. Mi spiego.
"Il globo terrestre vola nello spazio con una velocit di 106.000 chilometri all'ora o di 29.460 metri al secondo. Se un sole qualunque, splendente od oscuro, caldo o freddo venisse di fondo allo spazio, in modo da formare col nostro sole una specie di coppia elettrodinamica e da mettere il nostro pianeta su quella linea di forza, agendo su di esso come un freno; se, in una parola, per una causa qualunque, la Terra fosse improvvisamente arrestata nel suo corso, il suo movimento di massa si trasformerebbe in movimento molecolare, e il nostro pianeta si troverebbe d'un tratto elevato ad un tal grado di calore, da essere ridotto quasi tutto in vapore.
"Mi pare, - aggiunse, dal suo posto, il Direttore dell'Osservatorio del Monte Bianco - che la Terra potrebbe morir di fuoco, anche in altro modo.
"Abbiamo osservato, or non  molto, nel cielo, una stella temporanea, che, in qualche settimana,  passata dal sedicesimo ordine di splendore al quarto.
"Questo sole lontano era divenuto improvvisamente cinquantamila volte pi luminoso e pi caldo! S, cinquantamila volte! Se una sorte simile toccasse al nostro sole, sul nostro pianeta nulla resterebbe in vita. Tutto in breve sarebbe incendiato, consumato, disseccato o vaporizzato, i pianeti, gli animali, la specie umana e le sue opere.
"Questa specie di esaltazione subitanea potrebbe esser dovuta al sopraggiungere di questo astro in una specie di nebulosa. Il nostro sole cammina con una grande velocit e potrebbe offrirci, un giorno o l'altro, un incontro di questo genere; potrebbe anche esplodere per la disgregazione degli atomi sotto l'azione della formidabile pressione che  nell'interno dell'astro.
"Noi dunque potremmo morire di calore o di siccit; la terra diverrebbe in pochi giorni un deserto ardente, arido e disseccato, dove non si potrebbe respirare che l'atmosfera d'una fornace.
- Confessiamo, signore, - aggiunse sorridendo il Presidente - che la natura ci offre parecchi modi di morire!
- Signori - disse, alzandosi, il Direttore dell'Osservatorio di Parigi - mi volete permettere di riassumere in poche parole queste interessanti dissertazioni sul grande problema della fine del mondo?
"Dopo tutto quello che abbiamo udito, bisogna dire che il nostro pianeta non avr che l'imbarazzo della scelta per farla finita con la vita: io non credo punto al pericolo della cometa.
"Ma bisogna confessare che, dal solo punto di vista astronomico, questo povero globo errante  esposto a pi di un'insidia. Il fanciullo che nasce in questo mondo e che  destinato a divenire uomo o donna, pu essere paragonato ad un individuo, posto all'imboccatura di una via molto stretta, del genere di quelle strade pittoresche covo d'armigeri del sedicesimo secolo, fiancheggiata da case con le finestre occupate da un cacciatore armato di uno di quei graziosi fucili-revolvers dell'ultimo secolo. Ora si tratta per questo individuo di percorrer la strada in tutta la sua lunghezza, cercando di evitare le fucilate dirette su lui a bruciapelo. Tutte le malattie son l a minacciarci e a spiarci: la dentizione, le convulsioni, l'ipertosse, il croup, la meningite, il morbillo, il vaiolo, l'influenza, la febbre tifoidea, la scarlattina, la polmonite, l'enterite, la febbre cerebrale, l'aneurisma, la tubercolosi, il diabete, il cancro, l'apoplessia, il colera, la rabbia etc. etc.: io ne tralascio pi d'una, che i nostri uditori e le nostre uditrici non dureranno fatica ad aggiungere a questa enumerazione di primo getto. Il nostro sfortunato viaggiatore arriver sano e salvo al termine della strada? Se ci arriver sar.... per morirvi lo stesso.
"Il nostro pianeta corre nell'orbita solare con una velocit di pi di 100.000 chilometri all'ora; e nello stesso tempo il sole lo trasporta coi suoi fratelli verso la costellazione d'Ercole. Riassumendo quello che  stato detto fino ad ora e ricordando quello che pu essere stato dimenticato, esso pu incontrare una cometa dieci o venti volte pi grossa di lui, composta di gas deleteri, che avvelenerebbero la nostra atmosfera respirabile. Esso pu incontrare uno sciame di uranoliti, che produrrebbero su di lui l'effetto di una scarica di piombo su una lodola, e pu incontrare sul suo cammino un globo invisibile pi o meno denso, l'urto del quale basterebbe a ridurlo in vapore; pu incontrare un sole da cui sarebbe consumato istantaneamente, come un pomo in una fornace: pu essere preso in un sistema di forze elettriche, che eserciterebbero l'azione di un freno sui suoi undici movimenti e che lo fonderebbero o lo incendierebbero come un filo di platino, sotto l'azione di una doppia corrente.
"Pu perdere l'ossigeno che ci fa vivere, e pu esplodere come l'involucro d'un vulcano; pu sprofondare per un immane terremoto, pu sommergere la sua superfice sotto le acque e subire un nuovo diluvio, pi universale di quello che tutti sanno; e pu, al contrario, perdere tutta l'acqua che costituisce l'elemento essenziale della sua organizzazione vitale, pu essere attirato dal passaggio di un corpo celeste che lo staccherebbe dal sole e lo getterebbe negli abissi ghiacciati dello spazio, pu essere portato via dal sole stesso, divenuto satellite di un nuovo sole preponderante ed esser preso nell'ingranaggio di un sistema di stella doppia: pu perdere non solo gli ultimi resti del proprio calore interno, che ormai non agisce pi alla superfice, ma anche l'involucro protettore, che mantiene la sua temperatura vitale: pu, un bel giorno, non essere pi illuminato, rischiarato, fecondato dal Sole, oscurato o raffreddato: pu, al contrario, essere bruciato da un improvviso aumento del calore solare, simile a quello che  stato osservato nelle stelle temporarie, pu.... ma, Signori miei, non esauriamo tutte le cause di accidenti o di malattie mortali, e lasciamone la facile enumerazione alle cure dei signori geologi, dei paleontologi, dei meteorologi, dei fisici, dei chimici, dei biologi, dei medici, dei botanici, e anche dei veterinari, dato che un'epidemia ben nota, o l'arrivo invisibile di una nuova armata di microbi ben letali potrebbe bastare a distruggere l'umanit e le principali specie animali e vegetali, senza portare per questo il menomo danno astronomico al pianeta propriamente detto.
"Non vi  dunque proprio che l'imbarazzo della scelta. Fontenelle diceva: ciascuno si tormenta per l'idea della morte: ma, in fondo, tutti se ne cavano.
"Lo stesso sar per il nostro pianeta, ma non sar, ad ucciderlo, la cometa attuale. Io divido l'opinione della nostra giovane e valente Direttrice del gabinetto dei Calcoli: la diminuzione del vapore acqueo dell'atmosfera preceder l'estinzione del Sole, e la vita terrestre si spenger per l'assenza d'acqua, e per il freddo. Questo sar la fine".
Nel momento in cui l'oratore finiva di pronunciare queste ultime parole, si ud improvvisamente venir gi dal soffitto una voce strana, che sembrava uscita dalle profondit dello spazio.... Ma forse  utile dare qui qualche parola di spiegazione.
Gli osservator posti sulle pi alte montagne del globo erano, come abbiamo visto, collegati telefonicamente coll'Osservatorio di Parigi, e i telefoni di arrivo parlavano a distanza, senza che ci fosse bisogno di porre agli orecchi nessun apparecchio ricevitore.
Il lettore ricorda senza dubbio che alla fine della precedente seduta era stato portato un fonogramma del monte Gaorisankar, annunciante un messaggio fotofonico degli abitanti di Marte, che immediatamente era stato dato a decifrare.
Poich l'interpretazione di questo documento non era stata ricevuta ancora all'apertura della seconda seduta, l'amministrazione delle comunicazioni elettriche aveva messo l'Istituto in rapporto con l'Osservatorio, e un telefonoscopio era stato sospeso alla cupola dell'anfiteatro nel momento stesso dell'apertura delle porte.
Cadendo dall'alto, la voce diceva:
"Gli astronomi della citt equatoriale di Marte prevengono gli abitanti della Terra che la cometa arriver direttamente sopra di loro con una velocit press'a poco uguale al doppio della velocit orbitale di Marte. Movimento trasformato in calore e calore in elettricit. Burrasca magnetica intensa. Allontanarsi dall'Italia".
La voce tacque in mezzo al silenzio e allo sgomento di tutti gli animi, fatta eccezione di pochi scettici ostinati, uno dei quali, direttore del giornale "La Critica Gioiosa", aggiustando un monocolo al suo occhio destro, si era alzato, sulla tribuna dei reporters, e aveva gridato con voce rimbombante:
"Io temo, venerandi scienziati, che l'Istituto sia vittima d'un'allegra farsa. Non mi si far mai credere che gli abitanti di Marte, anche ammettendo che esistano e ci mandino veramente degli avvisi, conoscano l'Italia col suo nome. Per parte mia, dubito assai che qualcuno di loro abbia letto i Commentari di Cesare o la Storia dei papi, tanto pi che....".
Improvvisamente l'oratore, che cominciava a lanciarsi in un interessante ditirambo, fu arrestato dallo spengersi improvviso della luce elettrica. La sala si trov tutta piombata nel buio, meno un grande quadro luminoso sul soffitto. La voce aggiunse quattro parole: "Ecco il dispaccio di Marte" e subito si videro apparire, sulla placca del telefonoscopio, i segni seguenti:
Poich non si poteva esaminare questo dispaccio al soffitto che tenendo la testa alzata, in una posizione incomodissima, il Presidente suon un campanello; comparve un usciere e con l'aiuto di un apparecchio di proiezione e di uno specchio fece in modo che i geroglifici si riflettessero sullo schermo ch'era dietro il banco dell'assemblea. In questo modo, tutti gli occhi poterono vedere la comunicazione celeste ed analizzarla a loro agio.
Analisi facile, del resto, perch non c'era nulla di pi semplice di quella lettura.
La figura della cometa si spiega da s. La freccia indica il suo movimento verso un corpo celeste che, visto da Marte, offre delle fasi, ma ha dei raggi come una stella: questo corpo  la Terra, ed  molto naturale che gli abitanti di Marte la rappresentino sotto questo aspetto perch i loro occhi, formati in un ambiente meno luminoso del nostro, sono un po' pi sensibili e distinguono le fasi della Terra: tanto pi poi perch la loro atmosfera  rarefatta e trasparente; (noi con la nostra facolt visiva possiamo appena distinguere le fasi di Venere).
Si osserva poi il globo di Marte, visto dalla parte della Syrtis Magna, il pi caratteristico della geografia di Marte; la linea che lo traversa indica che la velocit della cometa  uguale a un po' meno del doppio della velocit orbitale di Marte.
Le fiamme indicano la trasformazione del movimento in calore: l'aurora boreale ed i fulmini che seguono la trasformazione in elettricit e in forza magnetica. Infine si riconosce lo stivale dell'Italia ben visibile dalla distanza di Marte, e la figura indica il punto che, secondo i loro calcoli,  minacciato da uno degli elementi pi pericolosi del nucleo della cometa: le quattro frecce volte ai quattro punti cardinali pare che consiglino ad allontanarsi dal punto minacciato.
Il messaggio fotofonico degli abitanti di Marte era pi lungo e pi complicato. Gli astronomi del Gaorisankar ne avevano ricevuti gi molti e avevan saputo che erano inviati da un centro intellettuale e scientifico molto importante della zona equatoriale di Marte, non lontano dalla baia del Meridiano. Questo ultimo messaggio era il pi grave e si riassumeva, d'altronde, nell'interpretazione precedente. Il resto non fu trasmesso. Era pi oscuro e la sua traduzione non era sicura.
Il Presidente agit il campanello. Doveva, infatti, chiudere la seduta con una perorazione, con una conclusione a tutto quello che si era udito.
"Signori, - egli disse - l'ultimo dispaccio del Gaorisankar non senza motivo vi ha impressionato. Pare che gli abitanti di Marte sieno pi avanti di noi nelle scienze, ci che non ha nulla di sorprendente poich son molto pi vecchi di noi e il progresso ha gi avuto l innumerevoli secoli per svilupparsi.
"D'altra parte, la loro organizzazione pu essere pi perfetta della nostra: possono avere occhi pi acuti, strumenti pi fini e facolt intellettuali trascendenti. Constatiamo anche che i loro calcoli si accordano coi nostri, riguardo all'incontro della cometa con la Terra ma sono pi precisi poich indicano il punto del globo che sar colpito con pi violenza.
"Il consiglio di allontanarsi dall'Italia,  dunque da seguirsi, e io lo telefoner immediatamente al papa che, in questo stesso momento, ha riuniti a Roma tutti i vescovi della cristianit.
"Cos, la cometa incontrer la Terra e nulla pu ancora far prevedere quello che accadr. Ma, secondo tutte le probabilit, il perturbamento sar parziale e non avr per effetto la fine del mondo. "L'ossido di carbonio, senza dubbio, non penetrer negli strati respirabili della nostra atmosfera: nonostante, vi sar uno sviluppo enorme di calore.
"Quanto alla fine reale del mondo, delle diverse ipotesi che ci permettono fin da oggi di presagirla, la pi probabile  quella adottata dal Direttore dell'Osservatorio. Da una parte, la vita del nostro pianeta dipende dai raggi solari e, finch il sole briller, la vita dell'umanit  quasi sicura; ma, d'altra parte, la diminuzione dell'atmosfera e del vapore acqueo porter forse prima il regno del freddo. Nel primo caso avremo ancora una trentina di milioni d'anni da vivere; nel secondo, una diecina soltanto. Ma il resultato  lo stesso. Il mondo finir per il freddo.
"Aspettiamo, senza troppo commuoverci, l'avvenimento del 14 luglio. Io, tuttavia, consiglierei a quelli che lo possono fare d'andare a passare questi giorni di crisi a Cicago, o anche un po' pi lontano, a S. Francisco, a Honolulu, a Liberty, o a Nouma. I transatlantici aerei elettrici sono assai numerosi e assai bene equipaggiati per trasportare, da oggi a venerd sera, milioni di viaggiatori.
"Aggiunger infine che non a torto sono state prese certe precauzioni contro l'urto della cometa, sono stati preparati cantine, sotto suoli e gallerie; dovremo senza dubbio sopportare una terribile burrasca che potr durare molte ore, e dovremo forse respirare un'atmosfera molto soffocante. Ma - o signori - le vittime - e ve ne saranno molte - saranno pi che altro uccise dalla paura. Abbiamo dunque sangue freddo, pensando che l'incontro celeste che, del resto, non lo dimentichiamo, potrebbe anche essere del tutto innocuo, durer soltanto qualche ora e passer, lasciando vivere gli uomini come prima, sotto il buon sole della natura".
 CAPITOLO V.
IL CONCILIO DEL VATICANO
"L'afflizione sar cos grande che non ce ne saranno state di simili dopo la creazione del mondo".
GES CRISTO, Evangeli, Matteo, XXIII.
Mentre le discussioni scientifiche che abbiamo riferito avevano luogo a Parigi, assemblee dello stesso genere erano tenute a Londra, a Cicago, a Pietroburgo, a Iokoama, a Melbourne, a New York, a Liberty, e in tutte le principali citt del mondo: e ciascuna si sforzava, coi propri lumi, di esaminare le diverse soluzioni del grande problema, che preoccupava la generale attenzione dell'umanit. A Oxford specialmente la Chiesa riformata teneva un concilio teologico, nel quale le tradizioni e le interpretazioni religiose erano a lungo discusse. Non si finirebbe mai di riferire, o anche di riassumere qui tutti questi congressi; tuttavia, non possiamo tralasciare quello del Vaticano, il pi importante dal punto di vista religioso, come le sedute dell'Istituto di Parigi erano state le pi importanti dal punto di vista scientifico.
Un concilio ecumenico di tutti i vescovi era stato convocato da molto tempo dal Sovrano Pontefice Pio XVIII, per votare l'adozione di un nuovo articolo di fede, destinato a completare quello dell'infallibilit del papa, proclamato nel 1870, e gli altri tre aggiunti dopo. Si trattava, questa volta, della divinit del papa. Si doveva dichiarare che l'anima del pontefice romano, eletto dal conclave per diretta ispirazione dello Spirito Santo, partecipava degli attributi dell'Essere eterno, era infallibile dal momento della sua elezione papale, non soltanto nelle decisioni teologiche ex cathedra, ma anche in tutti gli affari puramente umani, e godeva, di pieno diritto, della celeste immortalit dei santi che stanno presso al trono di Dio e che partecipano della gloria dell'Altissimo. Un certo numero di prelati moderni, considerava,  vero, la religione soltanto dal punto di vista dell'importanza sociale che essa ha, nell'opera della civilt, ma i pontefici dell'antica scuola ammettevano ancora la Rivelazione, molto sinceramente, e gli ultimi papi, tra gli altri, erano tutti stati veri modelli di saggezza, di virt e di santit. Il concilio era stato anticipato di un mese, a causa della minaccia della cometa; perch si sperava che la soluzione teologica della questione avrebbe diffuso una viva luce nell'anima agitata dei fedeli e forse avrebbe portato la calma completa nelle coscienze tranquillizzate.
Noi non dobbiamo qui preoccuparci delle sedute del concilio relative al nuovo articolo di fede. Diciamo soltanto che era stato votato con una grande maggioranza (451 s e 88 no). Erano stati molto notati i voti negativi di quattro cardinali e di venticinque arcivescovi o vescovi francesi; ma la maggioranza aveva forza di legge e, solennemente proclamato il dogma della divinit del papa, quattrocento cinquantun prelati si erano prosternati a pi del trono pontificale, per adorare il "Divino Padre" espressione che gi da molto tempo sostituiva l'antico appellativo di "Santo Padre".
Fino dai primi secoli del cristianesimo, il titolo onorifico dato al papa era stato: "Vostro Apostolato", pi tardi a questo titolo antico fu sostituito quello di "Vostra Santit". Ormai si doveva dire "Vostra Divinit". L'ascensione del titolo era continuata fino allo Zenith.
Il concilio si era diviso in un certo numero di sezioni e di comitati di studio, e la questione della fine del mondo, spesso agitata, del resto, era divenuta l'argomento unico di uno di questi comitati.
 nostro dovere di riferir qui, pi esattamente che sia possibile, il carattere della principale seduta destinata a questa discussione.
Il patriarca di Gerusalemme, uomo di grande piet e di fede profonda, aveva preso per il primo la parola. Si era espresso in latino; ma ecco la traduzione fedele delle sue parole:
- Venerandi Padri, io non posso far niente di meglio che aprire davanti a voi i Santi Evangeli.
Permettetemi di leggere testualmente:
"Quando vedrete che l'abominio della desolazione, predetta dal profeta Daniele sar nel luogo santo che il lettore comprende, che quelli che saranno nella Giudea fuggiranno verso le montagne, che colui che sar sopra il tetto non discender per portar via qualche cosa dalla casa; e che colui che sar nei campi non torner a prendere le sue vesti:
"Infelici le donne che saranno incinte, o allatteranno i loro figlioli! Pregate allora che ci non accada, durante l'inverno o in giorno di sabato; perch l'afflizione sar cos grande che non ce ne saranno state di simili dopo la creazione del mondo.
"Se Dio non abbreviasse questi giorni di desolazione, nessuno sfuggirebbe alla distruzione; ma egli li abbrevier, a causa dei suoi eletti.
"...Come un baleno improvviso che viene dall'Oriente, d'un tratto, fino all'Occidente, cos sar l'apparizione del Figlio dell'uomo.
"Il Sole si oscurer, la Luna non illuminer pi, le stelle cadranno dal cielo, le fondamenta dei cieli saranno scosse.
"Allora si vedr il Figlio dell'Uomo apparir sulle nubi in tutta la sua gloria e inviare i suoi angeli, che faranno udire la voce squillante delle loro trombe, e che riuniranno i loro eletti dalle quattro parti del mondo, da un'estremit all'altra dell'orizzonte".
Tali sono, miei venerabili fratelli, le parole di Ges Cristo.
E il Signore ha avuto cura di aggiungere:
"In verit vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte, che non abbiano veduto il Figliuolo dell'Uomo venire nel suo regno. Questa generazione non passer prima che queste cose sieno giunte".
Queste parole sono prese testualmente nei "Santi Evangeli"(6). Sapete che su questo punto gli evangelisti sono concordi.
Sapete anche, reverendissimi Padri, che l'Apocalisse di S. Giovanni espone in termini ancora pi tragici la grande catastrofe finale. Ma le Sante Scritture sono note a ciascuno di voi, parola per parola, e mi parrebbe superfluo, se non anche fuor di luogo, in cospetto dei dotti che mi ascoltano, aggiungere qui citazioni che voi tutti avete sulle labbra. -
Tale fu l'esordio del discorso del patriarca di Gerusalemme. Egli divise il suo discorso in tre parti: 1 la parola di Ges Cristo 2 la tradizione evangelica 3 il dogma della resurrezione dei corpi e del giudizio finale. Il discorso, cominciato sotto forma d'esposizione storica, non tard a trasformarsi in una specie di sermone di vaste proporzioni; e l'oratore, quando, dopo essere passato da S. Paolo a Clemente d'Alessandria, Tertulliano ed Origene, arriv al concilio di Nicea e al dogma della resurrezione universale, si lasci trascinare dall'argomento a una volata sublime, che commosse fino alle viscere tutta l'assemblea dei vescovi. Molti che non vi credevano pi, si sentirono invasi dalla fede apostolica dei primi secoli, tanto grande  la forza dell'eloquenza. Bisogna dire che il luogo della riunione si prestava mirabilmente al soggetto.
L'assemblea era nella cappella Sistina. L'immenso e grandioso quadro di Michelangelo si ergeva come un nuovo cielo apocalittico davanti a tutti. Il formidabile ammasso di corpi, di braccia, di gambe dagli scorci violenti e bizzarri, il Cristo fulminante, i dannati trascinati dai diavoli dalle facce bestiali, i morti che escono dalle tombe, gli scheletri che si rivestono di carne e ritornano in vita, lo spavento terribile dell'umanit, tremante sotto la collera di Dio, tutto questo insieme pareva dare una vita, una realt agli eloquenti periodi orator del patriarca e, a momenti, sotto certi effetti di luce, pareva di vedere le trombe del giudizio avanzarsi, e di udire i suoni lontani dell'appello celeste, di vedere agitarsi e rivivere fra cielo e terra tutte queste carni resuscitate!
Il patriarca di Gerusalemme aveva appena chiuso la perorazione del suo discorso, quando un vescovo indipendente, uno dei pi accesi dissidenti del concilio, il dotto Mayerstross, si precipit alla tribuna e cominci a sostenere che non bisognava prender nulla alla lettera negli evangeli, nelle tradizioni della Chiesa e neppure nei dogmi. "La lettera uccide - grid - lo spirito vivifica! Tutto si trasforma, tutto subisce la legge del progresso, il mondo cammina. I cristiani illuminati non possono pi ammettere n la resurrezione dei corpi, n il ritorno di Ges sopra un trono di nuvole, n il giudizio finale. Tutte queste visioni, aggiunse, erano buone per la chiesa delle catacombe!  molto tempo che nessuno vi crede pi. Queste idee sono antiscientifiche, e, reverendissimi Padri, voi sapete come me che ora bisogna accordarsi con la Scienza che ha cessato d'essere, come al tempo di Galileo, l'umile ancella della teologia: Theologiae humilis ancilla. I corpi non si possono ricostituire, neppure con un miracolo, dato che le loro molecole ritornano alla natura e vanno ad appartenere successivamente a varie quantit d'esseri; vegetali, animali ed umani. Noi siamo formati dalla polvere dei morti e, nell'avvenire, le molecole di ossigeno, d'idrogeno, d'azoto, di carbonio, di fosforo, di zolfo o di ferro, che costituiscono le vostre carni e le vostre ossa, saranno incorporate in altri organismi, di uomini e di bruti.  una trasformazione perpetua, anche durante la vita. Muore un essere umano al secondo, vale a dire pi di ottanta sei mila al giorno, pi di trenta milioni all'anno, pi di tre miliardi al secolo. Cento secoli - e non  un'enormit nella storia d'un pianeta, cento secoli soltanto darebbero trecento miliardi di resuscitati. L'umanit terrestre ha vissuto soltanto centomila anni - e nessuno ignora che i periodi geologici ed astronomici si contano a milioni di anni - ed essa dovrebbe gettare nella valle di Giosafat qualche cosa di simile a tre mila miliardi di uomini, di donne e di fanciulli resuscitati. E il mio conto  tutt'altro che esagerato, perch io non tengo conto dell'accrescimento secolare della popolazione terrestre. Potete rispondermi che soltanto i cristiani resusciteranno! Che sar allora degli altri? Due pesi e due misure! La morte e la vita! La notte e il giorno! Il nero e il bianco! L'ingiustizia divina e l'arbitrio regnante sulla creazione! Ma no, voi non accettate questa soluzione. La legge eterna  uguale per tutti.
Ebbene! queste migliaia di miliardi di resuscitati dove li mettete? Mostratemi una valle di Giosafat capace di contenerli. Li spargete tutti intorno al globo? Sopprimete gli oceani, i ghiacci polari? Avvolgete la terra d'una foresta di corpi umani? Sia pure. Come, quelli degli antipodi, potranno vedere l'Uomo-Dio? Far il giro del mondo! Voglio ammetterlo e dopo? Che sar di questa immensa popolazione? Trasportate gli eletti al cielo e i dannati all'inferno? Dove?... Difficolt su difficolt, assurdit su assurdit. No, miei reverendissimi Padri, le nostre credenze non devono, non possono essere prese alla lettera. Vorrei che qui non vi fossero teologi dagli occhi chiusi che guardano dentro, ma astronomi dagli occhi aperti, che guardano fuori!"
Queste parole erano state pronunziate in mezzo a un tumulto indescrivibile: pi volte si era tentato di togliere la parola al vescovo croato che veniva minacciato coi pugni e trattato di scismatico; ma le regole stesse del concilio vi si opponevano e la pi grande libert era lasciata alla discussione.
Un cardinale irlandese attir su di s i fulmini della Chiesa, e parl di scomunica e di anatema: ma si vide un prelato della Chiesa gallicana, e non uno qualunque, l'arcivescovo di Parigi in persona salire alla tribuna e dichiarare che il dogma della resurrezione dei morti si poteva discutere senza incorrere in alcun biasimo canonico e poteva essere interpretato, conciliando la ragione con la fede. Secondo lui, si poteva ammettere il dogma, pur riconoscendo razionalmente impossibile la resurrezione dei nostri corpi!
"Il Dottore angelico - disse - parlando di S. Tommaso, assicurava che la dissoluzione completa di tutti corpi umani avverr col fuoco, prima della resurrezione (Summa theologica III). Aggiunger di buon grado, col dom. Calmet (Dissertazione sulla Resurrezione dei Morti) che non  impossibile all'onnipotenza del Creatore riunire le molecole disperse, in modo che il corpo, una volta resuscitato non ne abbia nessuna che non gli sia appartenuta in qualche epoca della sua vita. Ma un simile miracolo non  poi necessario.
Lo stesso S. Tommaso ha dimostrato (loco citato) che questa identit completa di materia non  affatto indispensabile per stabilire l'identit perfetta del corpo resuscitato col corpo distrutto dalla morte. Io certamente non condivido le idee un po' sovversive del nostro onorevole collega, ma penso, al pari di lui, che la lettera debba far posto allo spirito.
"Qual  il principio dell'identit dei corpi viventi? Certo non consiste nell'identit completa e persistente della materia di questi corpi. Infatti, in questo flusso continuo, in questo rinnovamento incessante, che costituiscono il giuoco della vita fisiologica, i materiali che hanno appartenuto successivamente a uno stesso corpo umano dall'infanzia alla vecchiezza basterebbero a formare una statua colossale. In questo torrente della vita i materiali passano e cambiano senza tregua; ma l'organismo resta lo stesso, nonostante le sue modificazioni di grandezza, di forma e di costituzione intima. Il fusto nascente della quercia, ravvolto tra i suoi due cotiledoni, non sar forse pi la medesima pianta, quando sar divenuto una quercia maestosa? L'insetto in embrione, ancora contenuto nell'uovo, non sar il medesimo insetto, divenuto una volta bruco, e poi crisalide, e poi farfalla? Il feto umano non sar pi lo stesso individuo, divenuto fanciullo, uomo vecchio?
"S, certamente. Ora, nella quercia, nella farfalla, nell'uomo,  restata forse una sola delle molecole ponderabili del fusto nascente della quercia, dell'embrione, del bruco, del feto umano? Qual  dunque il principio che persiste traverso tutti questi cambiamenti? Questo principio  qualche cosa di reale, non d'immaginario. Non  l'anima; perch le piante vivono e non hanno anima, nel senso che noi dobbiamo dare a questa parola.  tuttavia qualche cosa d'imponderabile. Sopravvive al corpo? Pu darsi. S. Gregorio di Nyssa lo credeva. Se resta unito all'anima pu essere destinato a renderle un nuovo corpo, identico a quello che la morte ha disciolto, ancorch questo corpo non possedesse alcuna delle molecole che aveva posseduto in un istante qualunque della sua vita terrestre: e sar anch'esso il nostro corpo, come quello che avemmo a cinque anni, a quindici, a trenta, o a settanta.
"Un tal corpo si accorda perfettamente con le espressioni della Santa Scrittura, secondo la quale,  certo che le anime, dopo aver vissuto di una vita separata, riprenderanno i loro corpi alla fine dei tempi, e per sempre.
"A S. Gregorio di Nyssa permettetemi, reverendissimi Padri, di aggiungere un filosofo, Leibnitz, l'opinione del quale era che il principio della vita fisiologica  imponderabile, ma non incorporeo, e che l'anima resta unita a questo principio quando  separata dal corpo ponderabile e visibile. Io non pretendo n di accettare questa ipotesi, n di rigettarla. Faccio soltanto notare che pu servire a spiegare il dogma della resurrezione, al quale ogni cristiano deve credere in maniera assoluta.
"Questo tentativo di conciliare la ragione con la fede - interruppe il vescovo croato -  degno di elogi - ma mi sembra pi ingegnoso che accettabile. Questi corpi somiglieranno ai nostri? Se sono perfetti, incorruttibili, adatti alla loro nuova condizione, non devono possedere alcun organo, di cui non abbiano a servirsi. Perch una bocca, se non mangeranno pi? e perch delle gambe, se non dovranno camminare? perch braccia, poich non lavoreranno? Perch? Uno dei nostri antichi Padri, Origene, di cui non  dimenticato l'eroico sacrificio personale, ha pensato che questi corpi dovrebbero essere palle perfette. Ci sarebbe logico, ma non sarebbe bello, n, certo, molto interessante.
" preferibile ammettere con S. Gregorio di Nyssa e S. Agostino - replic l'arcivescovo di Parigi - che i corpi resuscitati avranno la forma umana, velo trasparente della bellezza dell'anima".
In questi termini fu riassunta dal cardinale francese l'opinione moderna della Chiesa sulla resurrezione dei corpi. In quanto alle obbiezioni presentate circa il luogo della resurrezione, il numero dei resuscitati, la ristrettezza della superfice del globo terrestre, il soggiorno definitivo degli eletti e dei dannati, fu impossibile intendersi, a causa di contradizioni insolubili. Dobbiamo segnalare l'idea molto originale di un predicatore dell'Oratorio, candidato alla porpora, che il mondo futuro destinato a ricevere i resuscitati, sar un immenso globo cavo, illuminato nel centro da un sole inestinguibile, e abitato internamente: - cos - egli diceva - sarebbe risolto il problema del giorno eterno della vita futura.
L'impressione che rimase nelle menti, nonostante tutte le opinioni fu che anche in questo caso le cose dovessero essere intese in senso figurato: che n il cielo, n l'inferno dei teologi devono rappresentare luoghi precisi: che doveva trattarsi di stati d'animo, di felicit o di infelicit, e che la vita eterna, qualunque sia la sua forma, potr e dovr compiersi nei mondi innumerevoli che popolano lo spazio infinito.
Parrebbe cos che il pensiero cristiano si fosse gradatamente trasformato, negli spiriti illuminati, seguendo i progressi dell'astronomia e di tutte le scienze.
Tuttavia il papa e la maggior parte dei cardinali si tenevano sempre al senso stretto e assoluto delle antiche credenze e dei dogmi decretati dagli antichi concili.
Vi fu poca discussione intorno alla cometa. Pertanto, il papa ordin per telefono a tutte le diocesi del mondo, che erano con lui in continua comunicazione, preghiere pubbliche per calmare la collera divina e allontanare dalla cristianit il braccio del Giudice Sovrano. Appositi fonografi fecero udire in tutte le chiese la stessa parola del Pontefice romano.
La seduta precedente aveva avuto luogo il marted sera, cio l'indomani delle due sedute di Parigi, riferite sopra. Il Divino Padre aveva trasmesso l'invito del Presidente dell'Istituto di allontanarsi dall'Italia per il giorno temuto: ma non se ne era tenuto alcun conto: prima perch la morte, per tutti i credenti, rappresenta una liberazione; poi perch la maggioranza dei teologi contestava l'esistenza stessa degli abitanti di Marte; in terzo luogo, perch un concilio di vescovi, presieduto dal Divino Padre, non pu mostrare di aver paura e deve conservare una certa fiducia nell'efficacia della preghiera, elevazione delle anime verso il Dio che guida i corpi celesti e che  onnipotente.
 CAPITOLO VI.
LA CREDENZA NELLA FINE DEL MONDO TRAVERSO LE ET
"Vidi nella nube una tromba meravigliosa
Che sembrava, sulla soglia profonda dei cieli
Aspettare, calma, il soffio immenso dell'Arcangelo".
V. HUGO, La trompette du Jugement.
 qui il caso di fare una breve pausa, in mezzo agli avvenimenti precipitosi che ci travolgono, paragonare questa nuova attesa della fine del mondo a tutte quelle che l'hanno preceduta, e passare rapidamente in rivista la curiosa storia delle idee a questo proposito, traverso i secoli. Del resto, su tutto quanto il globo terrestre, in tutti i paesi e in tutte le lingue, non vi era pi altro tema di conversazione.
I discorsi, tenuti dai Padri del concilio di Roma, si succedettero, nella cappella Sistina, e portarono complessivamente all'interpretazione definitiva, riassunta dal cardinale arcivescovo di Parigi, riguardante il dogma "Credo resurrectionem carnis". Quel che segue "et vitam aeternam" fu tacitamente abbandonato alle scoperte future degli astronomi e degli psicologi. Questi discorsi avevano, in certo modo, fatto la storia della dottrina cristiana, sulla fine del mondo traverso i secoli.
Questo studio  curioso, perch rappresenta anche la storia del pensiero umano, messo di fronte alla sua definitiva destinazione: Crediamo interessante esporla qui in un capitolo speciale. Abbandoniamo dunque per un istante il nostro ufficio di narratori del venticinquesimo secolo, per ritornare alla nostra epoca attuale e riassumere l'opinione delle et che ci hanno preceduto.
Vi sono stati secoli di fede convinta e profonda e, ci che  degno d'attenzione, fuori della dottrina cristiana tutte le religioni hanno lasciata aperta la medesima porta sull'ignoto, all'estremit della vita terrestre.  la porta della Divina Commedia di Dante Alighieri, bench non tutti abbiano immaginato, al di l di questa porta simbolica, il paradiso, l'inferno e il purgatorio dei cristiani.
Zoroastro e lo Zend-Avesta insegnavano che il mondo doveva morire a causa del fuoco. Si trova la stessa idea nell'epistola di S. Pietro. Poich, secondo le tradizioni di No e di Deucalione, una prima distruzione dell'umanit era avvenuta a causa del diluvio, pareva che la seconda dovesse avvenire per una causa opposta.
Tra i Romani, Lucrezio, Cicerone, Virgilio, Ovidio tengono lo stesso linguaggio e annunziano la futura distruzione della Terra, per opera del fuoco.
Abbiamo visto nel capitolo precedente che, secondo il pensiero stesso di Ges, la generazione alla quale egli parlava non sarebbe morta, prima che si compiesse la catastrofe annunziata. S. Paolo, il vero fondatore del cristianesimo, pone questa credenza nella resurrezione e nella prossima fine del mondo, come un dogma fondamentale della nuova Chiesa. Vi torna sopra otto e nove volte, nella sua prima epistola ai Corinti.
Disgraziatamente per la profezia, i discepoli di Ges, ai quali egli aveva assicurato che non sarebbero morti prima del suo avvento, soccombettero gli uni dopo gli altri alla legge comune. S. Paolo, che non aveva conosciuto personalmente Ges, ma che era stato il pi militante tra gli apostoli della Chiesa nascente, credeva di dover vivere egli stesso, fino alla grande apparizione(7).
Ma, naturalmente, tutti morirono e l'annunziata fine del mondo, e la venuta del Messia non ebbero luogo.
La credenza non venne meno per questo. Bisogn dunque smettere di prendere alla lettera la predizione del Maestro e si dov cercare d'interpretarne lo spirito.
Si seppellivano devotamente i morti, si mettevano con venerazione a giacere nella bara, invece di farli consumare dal fuoco, e si scriveva sulle loro tombe che essi dormivano, aspettando la resurrezione. Ges doveva "ben presto" tornare a giudicare "i vivi e i morti".
La parola di riconoscimento dei Cristiani era Maran Atha "il Signore sta per venire".
Gli apostoli Pietro e Paolo morirono, secondo ogni probabilit, nell'anno 64, nell'orribile carneficina ordinata da Nerone dopo l'incendio di Roma, appiccato per ordine suo, e del quale egli accus i cristiani, per assaporare il piacere di nuovi supplizi. S. Giovanni scrisse l'Apocalisse nell'anno 69. Una nebbia sanguigna offusca il regno di Nerone; il martirio sembrava la sorte naturale della virt. L'Apocalisse pare scritta sotto l'incubo dell'allucinazione generale e rappresenta l'anticristo Nerone, che precede la venuta finale del Cristo. Prodigi si manifestano in ogni parte: comete, stelle filanti, eclissi, piogge di sangue, mostri, terremoti, carestie, pestilenze e, per di pi, la guerra dei Giudei, la fine di Gerusalemme; mai forse tanti orrori, tante crudelt, tante follie, tante catastrofi, avvennero in un cos breve giro di anni (dal 64 al 69). La piccola chiesa di Ges pareva addirittura dispersa. Non era pi possibile restare a Gerusalemme. Il Terrore del 1793 e la Comune del 1871 non sono state nulla, in confronto agli orrori della guerra civile dei Giudei. La famiglia di Ges dovette abbandonare la citt Santa e fuggire, Giacomo, il discepolo di Ges, era stato ucciso, falsi profeti venivano fuori, com'era stato predetto. Il Vesuvio preparava la spaventosa eruzione del 79 e gi nel 63 Pompei era stata distrutta da un terremoto.
Tutti gl'indizi della fine del mondo c'erano, nulla vi mancava. L'Apocalisse l'annuncia: "Ges discender sopra un trono di nuvole, i martiri risusciteranno per i primi. L'angelo del giudizio aspetta solamente il comando di Dio".
Ma la tormenta si calma dopo l'uragano, l'orribile guerra dei Giudei  finita, il tempio di Gerusalemme non si rialzer pi, Nerone cade sotto la rivoluzione di Galba, Vespasiano e Tito portano la pace dopo la guerra (anno 71) e.... la fine del mondo non avviene.
Fu necessario da allora interpretare di nuovo la parola degli Evangeli. L'avvento di Ges fu rimandato fino alla rovina del vecchio mondo romano, ci che lasci un po' di margine ai commentatori. La catastrofe finale resta certa, e anzi assai vicina, in novissimo die, ma si circonda di nuvole vaghe, che tolgono ogni precisione alla lettera e anche allo spirito delle profezie. Tuttavia, si aspetta sempre.
S. Agostino dedica il XX libro della sua Citt di Dio (nell'anno 426) a dipingere il rinnovamento del mondo, la resurrezione, il giudizio finale e la nuova Gerusalemme; il suo XXI libro si occupa della descrizione dell'eterno fuoco infernale. Il vescovo di Cartagine, davanti al naufragio di Roma e dell'impero, crede di assistere al primo atto del dramma. Ma il regno di Dio doveva durare mille anni e Satana non doveva arrivare che dopo.
S. Gregorio vescovo di Tours (573), il primo storico dei Franchi, comincia la sua Storia, con queste parole:
"Sul punto di narrare le lotte dei re con le nazioni nemiche, desidero esporre la mia credenza. Lo spavento prodotto dall'attesa della prossima fine del mondo, mi decide a raccogliere nelle cronache il numero degli anni gi passati, perch si sappia chiaramente quanti ne sono scorsi dalla creazione del mondo".
Il Salvatore era venuto a purificare l'umanit. Che cosa aspettava per trasportarla al cielo?
La tradizione cristiana si perpetuava, d'anno in anno, di secolo in secolo, nonostante le smentite della natura. Ogni genere di catastrofi, terremoti, epidemie, carestie, inondazioni, ogni sorta di fenomeni, eclissi, comete, uragani, notti improvvise, tempeste, erano ritenuti come segni precorritori del cataclisma finale. I cristiani tremavano, come foglie agitate dal soffio del vento, nell'attesa perpetua del giudizio, e i predicatori con fortuna tenevano vivo in tutte le anime timorate questo mistico terrore.
Poich le generazioni erano passate e si erano rinnovate di continuo, fu necessario meglio definire il concetto della storia universale.
Allora l'anno 1000 si fiss come termine nello spirito dei commentatori. Vi furono molte sette di "millenari" le quali credevano che Ges Cristo avrebbe regnato sulla Terra coi suoi santi, per mille anni avanti il giorno del giudizio. S. Ireneo, S. Papia, S. Sulpicio Severo professavano questa credenza. Molti l'esageravano, rivestendola di colori sensuali, parlando di una specie di nozze universali fra gli eletti, durante questa era di volutt. S. Gerolamo e S. Agostino contribuirono molto a screditare queste teorie, ma senza colpire la credenza riguardante il dogma della resurrezione. I commentari dell'Apocalisse continuarono a fiorire in mezzo alle tristi piante del medio-evo e l'opinione che l'anno 1000 avrebbe segnato la fine delle cose e il loro rinnovamento, si svilupp, sopratutto nel decimo secolo.
La credenza nella fine prossima del mondo divenne, se non universale, almeno quasi generale. Molte carte del tempo cominciavano con queste parole: "Termino mundi appropinquante" avvicinandosi la fine del mondo. Bench vi sia qualcuno di diverso parere, ci parrebbe difficile non condividere l'opinione degli storici, specialmente di Michelet, Henri Martin, Guizot e Duruy sulla generalit di questa credenza presso i cristiani. Certo, non pare che il monaco francese Gerberto, allora papa sotto il nome di Silvestro II, e il re di Francia, Roberto, abbiano regolato la loro vita su questa credenza: ma essa non era perci meno penetrata in fondo alle coscienze timorate, ed il passo seguente dell'Apocalisse era il testo di molti Sermoni:
"Tra mille anni, Satana uscir dalla sua prigione e sedurr i popoli, che sono ai quattro angoli della Terra.... Il libro della vita sar aperto: il mare render i suoi morti, l'abisso infernale i suoi: ciascuno sar giudicato secondo le sue opere da Colui che  assiso sul trono risplendente.... e vi sar un nuovo cielo e una nuova terra".
Un eremita della Turingia, Bernardo, aveva preso precisamente queste parole dell'Apocalisse come testo delle sue prediche: verso l'anno 960 aveva pubblicamente annunciato la fine del mondo.
Questi fu uno dei pi zelanti promulgatori della profezia: fiss la data fatale nel giorno in cui l'Annunciazione della Vergine avrebbe coinciso col venerd Santo: ci che ebbe luogo nel 992, senza produrre alcuna catastrofe.
Un monaco di Corbia, Druthmare, annunci di nuovo la distruzione del globo per il 25 marzo dell'anno 1000. Lo spavento fu cos grande che la popolazione, specialmente nelle citt, and a chiudersi, quel giorno, nelle chiese, presso le reliquie dei Santi, e vi rest fino a mezza notte per aspettarvi il segno del giudizio finale e morire a pi della croce.
Da questa epoca cominciano numerose donazioni. Si lasciavano le terre ed i beni ai monasteri.... che le accettavano, pur predicando la prossima fine delle cose terrene.
Ci resta appunto una cronaca autentica, molto curiosa, scritta da un monaco dell'anno 1000, Raoul Glaber. Vi si legge nelle prime pagine:
"Satana sar presto liberato dai ceppi, secondo la profezia di Giovanni, poich i mille anni sono compiuti. Parliamo di questi anni".
La fine del decimo secolo e il principio dell'undicesimo segnano un'epoca veramente strana e sinistra. Pare che dall'anno 980 al 1040 lo spettro della morte distenda le sue ali sul mondo. La carestia e la peste regnano in tutta l'Europa.
Prima "il fuoco di S. Antonio" che brucia le membra e le stacca dal corpo: la carne dei malati pareva colpita dal fuoco, si distaccava dalle ossa e imputridiva. Questi disgraziati coprivano le vie che conducevano ai luoghi di pellegrinaggio, andavano a morire presso le chiese, vi si ammassavano, le empivano di fetore, e restavano morti sulle reliquie dei santi. Questa peste spaventosa miet pi di quarantamila persone in Aquitania e desol tutto il mezzogiorno della Francia.
Poi venne la carestia e stermin una parte della cristianit. Di settantatr anni - dal 987 al 1060 - quarantotto ve ne furono di carestia e di epidemie. La barbarie era tornata; i lupi avevano abbandonato i boschi e gli uomini se ne difendevano a stento. L'invasione degli Ungari, dal 910 al 945, aveva rinnovato gli orrori di Attila. Poi si era tanto combattuto, fra castello e castello, fra provincia e provincia, si era tanto devastato che i campi non erano pi coltivati. Piovve per tre anni: non si pot n seminare, n raccogliere; la terra non produceva pi; si abbandonava. Il prezzo di un moggio di grano - scrisse Raoul Glaber - sal a sessanta soldi d'oro; i ricchi dimagrarono e impallidirono; i poveri rosicchiarono le radici degli alberi, molti arrivarono a divorare carni umane. Nelle strade i forti assalivano i deboli, li straziavano, li arrostivano e li mangiavano; alcuni mostravano a qualche fanciullo un uovo, una frutta, e li attiravano in disparte per divorarli. Questo delirio, questa furia arriv al punto che le bestie erano pi sicure degli uomini; fanciulli uccidevano i loro parenti per mangiarli, madri divoravano i loro figli. Come se ormai fosse stato un uso ammesso di mangiare carne umana, vi fu un tale che os mettersi a venderne nel mercato di Tournus. Non neg affatto e fu bruciato. Un altro and di notte a dissotterrare carne umana, la mangi e anch'esso fu bruciato.
 un contemporaneo, spesso un testimone oculare che scrive. Dappertutto i popoli muoiono di fame, mangiano rettili, bestie immonde, carne umana. Nella foresta di Macon, presso una chiesa dedicata a S. Giovanni, perduta in fondo ai boschi, un assassino aveva costruito una capanna, dove sgozzava i passanti e i pellegrini. Un giorno, un viaggiatore e sua moglie entrano nella capanna per riposarvisi. Scorgono crani umani, teste di morto che ricoprono il suolo: si levano per fuggire, ma l'ospite pretende di trattenerli. Essi si difendono, scampano e raccontano la storia, arrivati a Macon. Si mandano soldati al sanguinoso albergo; vi si contano quarantotto teste umane. L'assassino  trascinato alla citt, attaccato alla trave di una soffitta e bruciato vivo. Raoul Glaber ha visto quel luogo e le ceneri del rogo.
Era l'uso di picchiarsi, di battersi, di saccheggiare. I flagelli del cielo portano nelle menti un barlume di ragione; i vescovi si riunirono; si promise loro di non battersi in tre giorni della settimana, i giorni santi, dal mercoled al sabato mattina.  quella che si chiam la tregua di Dio.
La fine di un mondo cos miserabile fu contemporaneamente la speranza e il terrore di questa epoca spaventosa.
Pure, l'anno mille pass come gli anni che l'avevano preceduto e il mondo continu ad esistere.
I profeti si erano ancora ingannati? Ges era stato crocifisso a trentatr anni; mille anni di cristianesimo si compievano forse nell'anno 1033? Si attese ancora, si sper. Ma proprio in quell'anno, il 29 giugno 1033, vi fu una grande eclissi di sole. "L'astro della luce divenne colore di zafferano: gli uomini, guardandosi tra di loro, si vedevano pallidi come morti: tutte le cose presero una tinta livida, lo stupore piomb in tutti i cuori: si aspettava qualche catastrofe generale....".
La fine del mondo non venne ancora: a quell'epoca critica si dovette la costruzione delle magnifiche cattedrali, che son rimaste traverso le et e sono state oggetto d'ammirazione nei secoli.
Doni immensi erano stati prodigati al clero e donazioni e successioni continuarono ad arricchirlo; vi fu come una nuova aurora.
"Dopo l'anno 1000 -  sempre Raoul Glaber che scrive - le sacre basiliche furono riedificate di cima in fondo, in quasi tutto l'universo, e specialmente in Italia e nelle Gallie, bench per la maggior parte fossero ancora abbastanza solide, e non avessero bisogno di riparazioni. Ma i popoli cristiani sembravano rivaleggiare fra loro in magnificenza per inalzare chiese, le une pi magnifiche delle altre. Si sarebbe detto che il mondo intero, in uno stesso accordo, avesse scosso gli stracci della sua antichit, per indossare una candida veste. I fedeli non si contentarono di ricostruire quasi tutte le chiese episcopali, ma abbellirono anche i monasteri dedicati a var Santi, e perfino cappelle di villaggi".
Il funebre periodo dell'anno 1000 aveva raggiunto nel baratro del tempo i secoli tramontati; ma per quali tribolazioni la Chiesa era passata! I papi erano divenuti il tragico giuoco degl'imperatori Sassoni e dei principi del Lazio, in rivalit armata tra loro(8).
Tutta la cristianit era in un disordine indescrivibile. La tempesta pass: ma non per questo il problema della fine dei tempi era risolto, e l'attesa, per quanto vaga ed incerta, non venne meno, tanto pi che la credenza nel diavolo e nei prodigi doveva durare ancora per molti secoli, come base delle superstizioni popolari. La scena ultima del giudizio finale fu scolpita sulle porte di tutte le cattedrali, e nessuno entrava nei santuari cristiani, senza passare sotto la bilancia dell'angelo, a sinistra del quale i diavoli e i dannati, e in procinto di essere precipitati tra le fiamme del fuoco eterno, si contorcevano in strane e fantastiche convulsioni.
Ma l'idea della fine del mondo andava lontana, al di fuori delle chiese.
Nel dodicesimo secolo, gli astrologhi spaventarono l'Europa, annunziando una congiunzione di tutti i pianeti, nella costellazione della Bilancia. Essa ebbe luogo, infatti, poich il 15 settembre 1186 tutti i pianeti si trovarono riuniti fra 180 e 190 di longitudine. Ma la fine del mondo non venne.
Il celebre alchimista Armaud di Villeneuve l'annunzi di nuovo per l'anno 1335. Nel 1406, sotto Carlo VI, una eclissi di sole, del 16 giugno, produsse un panico generale di cui Giovenale degli Orsini fu lo storico: "Era uno spettacolo che faceva grande piet vedere il popolo rifugiarsi nelle chiese: si credeva che il mondo dovesse finire".
S. Vincenzo Ferrier scrisse nel 1491 un trattato intitolato: Della fine del mondo e della scienza spirituale. Egli d all'umanit tanti anni di vita quanti versetti sono contenuti nel libro dei Salmi: 2537.
Un astrologo tedesco di nome Stoffer, annunzi a sua volta, per il 20 febbraio 1524, un diluvio universale, prodotto dalla congiunzione dei pianeti. Il panico fu generale. Le propriet situate nelle valli, in riva ai fiumi, o vicine al mare furono vendute, dai proprietar, a basso prezzo, a gente meno credula. Un dottore di Tolosa, certo Auriol, si fece costruire un'arca per s, per la famiglia e per gli amici, e Bodin assicura che non fu il solo. Pochi furono gli scettici. Al gran cancelliere di Carlo V fu risposto da Pietro Martire, che egli aveva consultato, che il danno non sarebbe stato forse tanto grave quanto si temeva, ma che senza dubbio queste congiunzioni avrebbero prodotto grandi squilibr.
Il giorno fatale arriv.... e il mese di febbraio fu cos asciutto, come non era mai stato! Pure questo non imped che fossero messi fuori nuovi prognostici per l'anno 1532 dall'astrologo dell'elettore di Brandeburgo, Giovanni Carion; e poi per l'anno 1584 dall'astrologo Cipriano Leowtz. Si trattava ancora d'una congiunzione di pianeti e di un diluvio.
"Lo spavento del popolo fu enorme - scrive un contemporaneo, Luigi Guyon: - le chiese non potevano contenere tutti quelli che vi cercavano rifugio; molti facevano testamento, senza riflettere che era una cosa inutile, poich tutti dovevano morire; altri donavano i loro beni agli ecclesiastici, nella speranza che le loro preghiere ritardassero il giorno del giudizio".
Nel 1588 nuova predizione astrologica, nei seguenti termini apocalittici:
"Dopo mille cinquecento ottanta anni, cominciando dal parto della Vergine, l'ottavo anno che sorger sar un anno strano e spaventoso. Se in questo anno terribile il globo terrestre non andr in polvere, se la terra e i mari non saranno distrutti, tutti gl'imperi del mondo saranno sconvolti e il dolore graver sul genere umano".
Si trova nei libri di quest'epoca, specialmente nella Cronaca dei Prodigi, pubblicata nel 1557 da Corrado Licostene, una quantit veramente fantastica di descrizioni e di figure che mettono bene in evidenza tutti questi terrori del medio-evo.
Noi ne offriamo qui qualche saggio ai nostri lettori: una cometa, soldati tra le nuvole, un combattimento nel cielo: tutto questo descritto come se fosse stato veduto perfettamente da tutti gli spettatori.
La cometa non  tanto esagerata; ma, quanto ai combattimenti celesti, bisogna confessare che l'immaginazione ha buoni occhi!
Il celebre indovino Nostradamus non poteva mancare di far parte del gruppo dei profeti astrologi. Gli si attribuisce specialmente la quartina seguente che  stata oggetto di molti commenti:
Quando Giorgio Dio crocifigger
E Marco lo risusciter
E San Giovanni lo porter
La fine del mondo arriver.
Ci significa che quando cadr la Pasqua il 25 aprile (festa di S. Marco) il Venerd Santo sar il 23 (festa di S. Giorgio) e il Corpus Domini cadr di giugno. Questa quartina non mancava di malizia, perch a tempo di Nostradamus, morto nel 1566, il calendario non era stato ancora riformato (lo fu infatti nel 1582) e la Pasqua non poteva cadere il 25 d'aprile. Nel sedicesimo secolo, il 25 aprile corrispondeva al 15. Dopo la riforma gregoriana Pasqua pu essere il 25 aprile, che  la data estrema: e ci ebbe, o avr luogo nel 1666, 1734, 1886, 1943, 2033, 2190 etc., senza che questa coincidenza abbia per resultato la fine del mondo.
Le congiunzioni planetarie, le eclissi e le comete sembra che debbano dividersi fra di loro le predizioni sinistre. Fra le comete storiche, le pi memorabili da questo punto di vista, segnaliamo: quella di Guglielmo il Conquistatore che brill nel 1066, e che si vede rappresentata sulla tappezzeria della Regina Matilde a Bayeux; quella dell'anno 1264, che, si dice, disparve il giorno stesso della morte del papa Urbano IV; quella dell'anno 1337, una delle pi belle e delle pi grandi che si sieno vedute e che "presag" la morte di Federico, re di Sicilia; quella del 1399, che Giovenale degli Orsini qualific "segnale di un gran male futuro", quella del 1402, che si colleg colla morte di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano; quella del 1456, che gett lo spavento in tutta la cristianit sotto il papa Callisto III durante la guerra dei Turchi, e che  legata alla storia dell'Angelus, e quella del 1472, che precedette la morte del fratello di Luigi XI. Altre ne vennero poi corrispondenti, come le anteriori, alle catastrofi, alle guerre, e sopra tutto alla minaccia dell'ultima fine. Quella del 1527  rappresentata da Ambrogio Par e da Simone Goulart, come formata di teste tagliate, di pugnali e di nubi sanguinanti(9). Quella del 1531 apparve annunciatrice della morte di Luisa di Savoia, madre di Francesco I, e la principessa condivise l'errore comune intorno a questi astri, che si dicevano apportatori di disgrazia: "Ecco, - ella disse stando a letto e vedendola attraverso la finestra - ecco un segno che non si mostra, per una persona di bassa condizione. Dio lo fa apparire per avvertirci; prepariamoci alla morte". Tre giorni dopo essa era morta.
Ma, fra tutte le comete, quella del 1556, la famosa cometa di Carlo V,  forse la pi memoranda. Essa era stata identificata con quella del 1264 e se ne era annunziato il ritorno per l'anno 1848 circa; ma invece non ritorn. La cometa del 1577, quella del 1607, quella del 1652 e quella del 1665 furono oggetto di dissertazioni interminabili, la collezione delle quali costituisce tutto un reparto di biblioteca.
 a questa ultima che Alfonso VI, re di Portogallo, tir, nella sua collera, un colpo di pistola, lanciandole le minacce pi grottesche.
Per ordine di Luigi XIV, Pierre Petit pubblic una istruzione contro timori chimerici "e politici" ispirati dalle comete. Il gran re ci teneva a restare senza rivale, sole unico, nec pluribus impar! e non ammetteva che si supponesse che la perpetua gloria della Francia potesse essere minacciata, neppure da un fenomeno celeste.
Una delle pi grandi comete, che abbiano mai colpito gli sguardi degli abitanti della Terra,  certamente quella famosa del 1680, che fu l'oggetto dei calcoli di Newton.
- Essa si slanci - disse Lemonnier - con la pi grande rapidit, dal profondo dei cieli; parve cadere perpendicolarmente sul sole, donde fu vista risalire con una velocit uguale a quella con cui era caduta; si osserv per quattro mesi: si avvicin molto alla Terra: alla sua apparizione antecedente Whiston aveva attribuito il diluvio. Bayle pubblic i suoi curiosi "Pensieri diversi scritti a un dottore della Sorbona, in occasione della cometa" e mise in evidenza l'assurdit delle antiche credenze, relative ai segnali celesti. Madame de Svign scriveva a suo cugino, Conte de Bussy-Rabutin: "Noi abbiamo qui una cometa molto vasta, con la pi bella coda che si possa vedere. Tutti i grandi personaggi sono allarmati e credono che il cielo, occupandosi molto della loro rovina, abbia voluto avvertirli con questa cometa. Si dice che quando i medici ebbero tolto ogni speranza sulla salute del Cardinale Mazzarino, i cortigiani credettero che occorresse onorare la sua agonia con un prodigio e gli annunziarono che era apparsa una grande cometa, da cui si sentivano impauriti. Egli ebbe la forza di burlarsi di loro, e disse scherzosamente che la cometa gli faceva troppo onore".
"Si dovrebbe, in verit, ragionare tutti come lui: l'orgoglio umano presume troppo, credendo che gli astri si dieno un gran da fare, quando si deve morire".
 proprio vero: le comete vanno sempre perdendo un po' del loro prestigio.
Tuttavia, leggiamo in un trattato dell'astronomo Bernouilli questa osservazione assai bizzara: "Se il corpo della cometa non  un segno visibile della collera di Dio, potrebbe bene esserlo la coda".
La paura della fin del mondo fu ancora associata all'apparizione delle comete nel 1773; un terrore panico invase l'Europa e anche Parigi. Ecco ci che ognuno pu leggere nelle Memorie Segrete, di Bachaumont:
"6 maggio 1773. - Nell'ultima assemblea pubblica dell'accademia delle Scienze il Sig.r de Lalande doveva leggere una memoria molto pi curiosa di quelle gi lette; ci che non ha potuto fare per mancanza di tempo. Essa trattava delle comete che possono, avvicinandosi alla Terra, produrvi rivoluzioni, e specialmente si occupava di quella della quale si attende il ritorno fra diciotto anni; ma, bench abbia detto che essa non  tra le comete che possono nuocere alla terra, e che d'altra parte era stato osservato che  impossibile fissare l'ordine di questi avvenimenti, ne  resultata una generale inquietudine.
9 maggio. - Il gabinetto del Sig. de Lalande  sempre affollato di curiosi che vanno a interrogarlo sulla memoria in questione, cui egli dar indubbiamente una necessaria pubblicit, per rassicurare le teste sconvolte dalle fiabe che si sono spacciate su questo argomento. Il fermento  stato tale che devoti creduloni sono andati a sollecitare il Signor Arcivescovo di fare preghiere di quaranta ore per allontanare il tremendo diluvio che minacciava la terra: e il prelato avrebbe ordinate queste preghiere, se alcuni accademici non gli avessero fatto sentire il ridicolo di questo suo agire.
14 maggio. - La memoria del Sig. de Lalande vien fuori. Secondo lui delle sessanta comete conosciute, otto potrebbero, avvicinandosi molto alla Terra, produrre una tale pressione, da fare uscire il mare dal suo letto e coprire una parte del globo. -
Col tempo, il panico si spense; la paura delle comete cambi natura; si cess di vedervi i segni della collera divina, e si discussero invece scientificamente i casi possibili d'incontro e si temettero quest'incontri. Alla fine dell'ultimo secolo, Laplace formulava la sua opinione su quest'argomento, nei termini piuttosto drammatici, sopra riportati (cap. II).
Nel nostro secolo, la predizione della fine del mondo  stata ancora molte volte associata alle apparizioni delle comete. La cometa di Biela, per esempio doveva incrociare l'orbita terrestre il 29 ottobre 1832. Gran chiasso vi fu; di nuovo, la fine dei tempi era vicina, il genere umano era in pericolo. Che sarebbe successo?
Si era confusa l'orbita della Terra, cio la via che essa percorre con la Terra stessa. Il nostro globo non doveva affatto passare in quel punto della sua orbita nello stesso tempo della cometa, ma pi di un mese dopo, il 30 novembre, e la cometa doveva restar sempre a pi di 20 milioni di leghe distante da noi.
Ancora una volta si fu liberi dalla paura. Lo stesso accadde nel 1857. Qualche profeta di malaugurio aveva annunziato per il 13 giugno di quell'anno il ritorno della famosa cometa di Carlo V, alla quale si era attribuita una rivoluzione di tre secoli. Pi di un'anima impaurita vi prest ancora fede e nella stessa Parigi i confessionali accolsero pi penitenti del solito.
Nuova predizione nel 1872, sotto il nome d'un astronomo che non c'entrava per nulla (M. Plantamour, direttore dell'Osservatorio di Ginevra).
Come le comete, i grandi fenomeni celesti o terrestri, le eclissi totali di sole, le stelle misteriose che compaiono d'improvviso nel cielo, le piogge di stelle filanti, le eruzioni vulcaniche formidabili, che spandono intorno a s l'oscurit di una notte profonda e pare che debbano seppellire il mondo sotto un diluvio di cenere, i terremoti che sconvolgono le citt, per i quali le abitazioni umane sono inghiottite dalle viscere della terra, tutti questi avvenimenti grandiosi o terribili sono stati associati alla paura della fine immediata e universale degli esseri e delle cose.
Gli annali delle eclissi basterebbero, essi soli, a formare un volume, non meno interessante della storia delle comete. Per non parlare brevemente che dei moderni, una delle ultime eclissi totali di sole, la cui zona travers la Francia, quella del 12 agosto 1654, era stata annunziata dagli astronomi e quest'annunzio era stato seguito da un immenso terrore. Per qualcuno essa preludeva ad un grande sconvolgimento degli Stati e alla rovina di Roma; per altri, si trattava di un nuovo diluvio universale, per altri ancora ne doveva conseguire nientemeno che un incendio del globo terrestre: infine, per i meno esagerati, doveva ammorbare l'aria.
La credenza in questi effetti tragici era cos generale che, per ordine espresso dei medici, una moltitudine di gente spaventata si rifugi in sotto-suoli ben chiusi, riscaldati e profumati, per mettersi al riparo dall'influenza pericolosa. Questo si pu leggere specialmente nel volume Les mondes di Fontenelle, 2a serata.
"Non avemmo una bella paura - egli scrive - per questa eclissi, che, a dire il vero, fu totale? Un'infinit di persone non se ne stettero chiuse nelle cantine? E i filosofi, che scrissero per rassicurarci, non scrissero invano, o quasi? Quelli che si erano rifugiati nelle cantine, ne uscirono, forse?".
Un altro autore dello stesso secolo, P. Petit, di cui abbiamo parlato poco fa, racconta nella sua "Dissertazione sulla natura delle comete" che la costernazione aument di giorno in giorno, fino alla data fatale, e che un curato di campagna, non potendo pi, egli solo, confessare tutti i suoi parrocchiani, che si credevano vicini all'ultima ora, si vide costretto a dir loro dal pulpito di non affrettarsi tanto, perch l'eclissi era rimandata di quindici giorni....
Questi bravi parrocchiani non ebbero pi difficolt a credere che l'eclissi fosse rimandata di quella che avessero avuto per credere al suo influsso.
In occasione delle ultime eclissi totali di sole, che hanno traversato la Francia, quelle del 12 maggio 1706, del 22 maggio 1724, dell'otto luglio 1842, e anche non totali, ma quasi, come quelle del 9 ottobre 1847, del 28 luglio 1851, del 15 marzo 1858, del 18 luglio 1860 e del 22 dicembre 1870, si ebbero ancora in Francia impressioni pi o meno vive, in un certo numero di spiriti timorati: almeno noi sappiamo, da fonte sicura, per mezzo di relazioni riguardanti queste eclissi, che gli annunci astronomici di tali avvenimenti naturali furono di nuovo interpretati da una classe speciale di Europei, come associati, secondo qualche probabilit, a segni di maledizione divina: e sappiamo che al loro apparire, in molti istituti di educazione religiosa, gli allievi furono invitati a pregare. Questa interpretazione mistica tende a sparire affatto nelle nazioni progredite e senza dubbio la prossima eclissi totale di sole che passer vicino alla Francia, sulla Spagna, il 28 maggio 1900 non ispirer pi alcun timore, da questa parte dei Pirenei: non si potrebbe, forse, concepire la stessa speranza riguardo ai suoi osservatori spagnuoli.
Anche oggi, nei paesi non inciviliti, questi fenomeni suscitano gli stessi terrori di cui in altri tempi erano causa presso di noi. I viaggiatori lo hanno constatato, specialmente in Africa.
In occasione del 18 luglio 1860, si videro in Algeria gli uomini e le donne mettersi gli uni a pregare, le altre a fuggire verso le loro case.
Durante l'eclissi del 28 luglio 1878, che fu totale, agli Stati Uniti, un negro, preso da un subitaneo accesso di terrore e convinto che la fine del mondo fosse giunta, sgozz la moglie e i figlioli.
Bisogna confessare, del resto, che tali fenomeni sono adatti a colpire l'immaginazione. Il Sole, il dio del giorno, l'astro ai cui raggi la nostra vita  sospesa, perde la sua luce che, prima di spengersi, diviene d'un pallore spaventoso e lugubre. Il cielo, trasformato, prende un tono scialbo, gli animali sono disorientati, i cavalli non vogliono pi camminare, i bovi che lavorano si fermano come masse inerti, il cane si rifugia vicino al padrone, i polli rientrano precipitosamente nel pollaio, dopo avervi riunito i loro pulcini, gli uccelli cessano di cantare e se ne sono veduti cadere morti. Arago racconta che durante l'eclissi totale di sole, osservata a Perpignano l'8 luglio 1842, ventimila spettatori formavano, l, un quadro molto espressivo.
"Quando il Sole, ridotto a una piccola fettuccia, cominci a mandare soltanto una luce debolissima, una specie d'inquietudine s'impadron di tutti; ognuno provava il bisogno di comunicare agli altri le proprie impressioni. Ne venne un mugghio sordo, simile a quello di un mare lontano, dopo la tempesta. Il rumore cresceva di mano in mano che la falce solare diminuiva: poi spar. Le tenebre seguirono d'un tratto alla luce e un silenzio assoluto segn questa fase dell'eclissi, cos nettamente come il pendolo del nostro orologio astronomico. Il fenomeno, nella sua magnificenza, trionfava della petulanza della giovent, della leggerezza, che alcuni prendono come un segno di superiorit, della chiassosa spensieratezza, di cui generalmente i soldati fanno professione!
Una calma profonda regn anche nell'aria: gli uccelli avevano smesso di cantare....
Dopo un'attesa solenne di circa due minuti, scoppi di gioia, applausi frenetici salutarono, con lo stesso accordo, con la stessa spontaneit il riapparire dei primi raggi solari. Al malinconico raccoglimento, prodotto da sentimenti indefinibili, succedeva una soddisfazione viva e franca, che nessuno si sognava di frenare e di moderare".
Ciascuno restava commosso da uno dei pi grandiosi spettacoli della natura, serbandone un ricordo incancellabile.
Alcuni contadini furono spaventati dall'oscurit, sopra tutto perch credevano di esser divenuti ciechi.
Un povero ragazzo guardava la sua greggia. Ignorando completamente quel che doveva accadere, vide con inquietudine il Sole gradatamente oscurarsi, in un cielo senza nubi. Quando la luce a un tratto disparve, il povero ragazzo, al colmo dello spavento, si mise a piangere e a chiamare: aiuto!
Piangeva ancora, quando il sole lanci il suo primo raggio. Rassicurato da quella vista, il fanciullo incroci le mani, gridando
- Oh beou souleou! Sole, bello!
Il grido di questo ragazzo non  quello stesso dell'umanit?
Si spiega dunque facilmente come le eclissi abbiano prodotto la pi viva impressione e sieno state associate all'idea della fine del mondo, finch non si  saputo che sono l'effetto naturalissimo del movimento della Luna intorno alla Terra e che il calcolo pu predirle con una precisione assoluta.
Vi sono stati anche grandi fenomeni celesti, e specialmente apparizioni improvvise di stelle sconosciute, molto pi rare, del resto, delle eclissi. La pi celebre  stata quella del 1527. L'11 novembre di quell'anno, pochi mesi dopo la strage di S. Bartolomeo, una stella luminosa, di prima grandezza, apparve a un tratto nella costellazione di Cassiopea. Stupore generale, non soltanto nel pubblico, che tutte le sere la vedeva fiammeggiare nel cielo, ma anche negli scienziati, che non si sapevano spiegare quest'apparizione. Alcuni astrologi pensarono che questo enigma celeste doveva essere la stella dei Magi, che veniva ad annunziare il ritorno dell'Uomo-Dio, il giudizio finale e la resurrezione. Di qui gran commozione in ogni classe sociale. La stella diminu gradatamente di splendore e fin con lo spengersi, in capo a diciotto mesi, senza aver prodotto nessun'altra catastrofe, all'infuori di tutte quelle che la sciocchezza umana aggiunge alle miserie di un pianeta assai mal riuscito.
La storia delle scienze riporta molte apparizioni di questo genere, ma quella del 1572  la pi memorabile.
Commozioni dello stesso genere hanno accompagnato sempre tutti i grandi fenomeni naturali, sopra tutto se imprevisti. Si pu leggere nelle cronache del medio-evo e anche nelle memorie pi recenti la commozione che aurore boreali, piogge di stelle filanti, cadute di bolidi hanno prodotto sui loro spettatori allarmati. Non  molto, a tempo della grande pioggia di stelle del 27 novembre 1872, quando furono nel cielo pi di quarantamila meteore provenienti dalla dissoluzione della cometa di Biela, si son viste, a Nizza specialmente - non meno che a Roma - donne del popolo precipitarsi da quelli che esse ritenevano capaci di informarle, per sapere la causa di questo fuoco d'artifizio celeste, a cui avevano immediatamente connessa l'idea della fine del mondo e della caduta delle stelle, annunciata come precedente al cataclisma.
I terremoti e le eruzioni vulcaniche raggiungono qualche volta proporzioni tali che la paura della fine del mondo ne  la conseguenza naturalissima.
Pensiamo allo stato d'animo degli abitanti di Ercolano e di Pompei, al tempo dell'eruzione del Vesuvio, che li inghiott sotto una pioggia di cenere! Non era per loro la fine del mondo? E, pi recentemente, i testimoni dell'eruzione del Krakatoa, che poterono assistervi senza esserne vittime, non ebbero proprio la stessa convinzione? Una notte impenetrabile, che dur 18 ore: l'atmosfera trasformata in un forno pieno di cenere che empiva il naso, gli occhi e le orecchie, il cannoneggiamento sordo e incessante del vulcano, la caduta delle pietre pomici dal cielo nero; la scena tragica era illuminata a intervalli soltanto da deboli chiarori o da fuochi fatui accesi sugli alberi e sui cordami del naviglio; il fulmine cadeva dal cielo nel mare con un fragore satanico, la pioggia di cenere si cambiava in pioggia di fango: ecco quello che soffrirono, in questa notte di 18 ore, dal 26 al 28 agosto 1883, i numerosi passeggeri di un naviglio di Giava, mentre una parte dell'isola di Krakatoa saltava in aria e il mare, indietreggiando, saliva sulle terre fino a un'altezza di 35 metri, alla distanza da 1 a 10 chilometri dalla riva, per un'estensione di 500 chilometri e sommergeva, ritirandosi, quattro citt: Tjringin, Mrak, Telok-Btong, Anjer, tutta la popolazione della costa, pi di quarantamila uomini! I passeggeri d'un vascello che attravers lo stretto, l'indomani, videro con spavento il loro naviglio ostacolato nel suo cammino da grappoli di cadaveri abbracciati, e molte settimane dopo si trovarono, nelle viscere dei pesci, dita con le unghie, pezzi di teste coi capelli attaccati. Quelli che si salvarono, quelli che assistettero al disastro sopra una nave e poterono, il giorno seguente, rivedere la luce del giorno, che pareva dovesse essere spenta per sempre, raccontarono con orrore che avevano aspettato rassegnati la fine del mondo, convinti di un cataclisma universale e dell'inabissarsi del creato. Un testimonio oculare ci assicurava, che per tutti i beni possibili e immaginabili, non avrebbe mai voluto riprovare simili emozioni. Il Sole era spento: il lutto piombava sulla natura e la morte avrebbe regnato sovrana.
Questa eruzione fantastica fu di una tale violenza che il contraccolpo si sent, ai suoi antipodi, traverso tutta la Terra: il getto vulcanico raggiunse ventimila metri d'altezza: l'oscillazione atmosferica prodotta da questo getto si estese su tutta la superficie del globo, di cui ella fece il giro in trentacinque ore (a Parigi stesso i barometri abbassarono 4 millimetri): per pi d'un anno il pulviscolo leggerissimo, lanciato nell'alto dell'atmosfera dalla forza dell'esplosione, ha prodotto, rischiarato dal Sole, le magnifiche luci crepuscolari che tutti hanno ammirato.
Questi sono cataclismi formidabili, parziali fini del mondo. Certi terremoti meritano di essere paragonati a queste terribili eruzioni vulcaniche per la tragica grandezza dei loro effetti. Nel terremoto di Lisbona, del 1 novembre 1755, trentamila persone morirono: la scossa si sent su di una superfice, grande quattro volte quella dell'Europa. Nel tempo della distruzione di Lima, nel 28 ottobre 1724, il mare si alz 27 metri sul livello abituale, si precipit sulla citt e la port via in modo cos radicale che neppure una casa rest. Si trovarono navi affondate nei campi, a molti chilometri di distanza dalla riva. Il 10 dicembre 1869, gli abitanti della citt di Onlah, in Asia Minore, spaventati da rumori sotterranei e da una prima scossa molto violenta, si erano rifugiati su di una collina vicina: videro coi loro occhi stupefatti aprirsi traverso la citt molti crepacci e la citt intiera sparire in pochi minuti sotto questo suolo mobile! Abbiamo testimoni oculari, che ci assicurano che nel terremoto di Nizza del 23 febbraio 1887 l'idea della fine del mondo fu la prima a colpire lo spirito degli abitanti.
La storia del globo terrestre potrebbe offrirci un numero notevole di drammi dello stesso genere, di cataclismi parziali e di minacce di distruzione finale. Era questo il momento di soffermarci su questi grandi fenomeni, come sui ricordi di questa credenza nella fine del mondo, che ha traversate tutte le et, modificandosi insieme col progresso delle conoscenze umane. La fede in parte  scomparsa: l'aspetto mistico e leggendario che colpiva l'immaginazione dei nostri padri e di cui si ritrovano ancora tante curiose rappresentazioni sulle porte delle nostre belle cattedrali e nelle sculture e nelle pitture, ispirate dalla tradizione cristiana, quest'aspetto teologico dell'ultimo giorno della Terra ha ceduto il posto allo studio scientifico della durata del sistema solare, al quale la nostra patria appartiene. La concezione geocentrica e antropocentrica dell'universo, che considerava l'uomo come il centro e lo scopo della creazione, s' gradatamente trasformata e ha finito per sparire: perch noi ora sappiamo che il nostro umile pianeta  un'isola nell'infinito, che la storia umana  stata fatta fin qui di pure illusioni e che la dignit dell'uomo risiede nel suo valore intellettuale e morale: lo spirito umano non ha per scopo precipuo la conoscenza esatta delle cose, la ricerca della Verit?
Nel corso del diciannovesimo secolo, profeti di malaugurio, pi o meno sinceri, hanno annunziato per venticinque volte la fine del mondo, basandosi su calcoli cabalistici che non avevano nessun principio serio. Simili predizioni si rinnoveranno finch durer l'umanit(10).
Ma questo intermezzo storico, nonostante la sua opportunit, ci ha momentaneamente staccato dal nostro racconto del venticinquesimo secolo. Affrettiamoci a ritornarvi, perch eccoci arrivati alla conclusione.
 CAPITOLO VII.
L'URTO.
(Cfr. fig. 7)
"As stars with trains of fire
and dews of blood".
SHAKESPEARE, Hamlet, 1.
Inesorabilmente, come una legge del destino che nessuna potenza pu piegare, come una palla che uscita dalla gola del cannone muove al bersaglio, la cometa avanzava sempre, seguendo la sua orbita regolare e precipitandosi con una velocit sempre crescente verso il punto dello spazio, a cui il nostro pianeta doveva arrivare nella notte dal 13 al 14 luglio (fig. 7).
I calcoli definitivi non si erano ingannati di un iota. I due viaggiatori celesti, la Terra e la cometa, si correvano incontro, come due treni lanciati uno contro l'altro nel fantastico e cieco galoppo del vapore, e che vanno a corpo morto a sprofondarsi, a sbriciolarsi nell'urto mostruoso di due rabbie insaziate. Ma in questo caso la velocit dell'incontro doveva essere ottocentosessantacinque volte superiore a quella dell'incontro di due treni rapidi lanciati uno contro l'altro, con la velocit di cento chilometri l'ora per ciascuno!
Nella notte dal 12 al 13 luglio, la cometa si svilupp su quasi tutta la distesa dei cieli e si distinguevano, a occhio nudo, turbini di fuoco che giravano intorno ad un'asse, obliqua alla verticale. Pareva che ci fosse tutta un'armata di meteore in conflagrazioni disordinate, nelle quali l'elettricit ed i lampi davan luogo a combattimenti fantastici. L'astro fiammeggiante pareva girar su se stesso e agitarsi internamente, come se fosse stato dotato d'una vita propria e fosse tormentato da dolori. Immensi getti di fuoco irrompevano da diversi focolari, alcuni verdastri, altri d'un rosso sangue; i pi vivi abbagliavano tutti gli occhi colla loro smagliante bianchezza. Era evidente che l'illuminazione solare agiva sul turbine di vapori, decomponendo alcuni corpi, producendo combinazioni esplosive, elettrizzando le parti pi vicine, spingendo fumate al di l dell'immensa testa che arrivava fin sopra a noi: ma l'astro diffondeva fuochi molto diversi dal vaporoso riflesso della luce solare e lanciava fiamme sempre crescenti, come un mostro che si precipitasse sulla Terra per divorarla, incendiandola. Ci che colpiva forse anche pi, in questo spettacolo, era il non sentir nulla: Parigi e tutte le agglomerazioni umane tacevano istintivamente quella notte, come immobilizzate da un'attenzione che non aveva avuto l'eguale, cercando di cogliere qualche eco del tuono celeste che s'avanzava; e nessun rumore giungeva dal pandemonio cometario.
La luna piena brillava, verde nella rossa fornace, ma senza splendore: e non v'erano ombre.
La notte non era pi notte. Le stelle erano scomparse, il cielo ardeva di una luce intensa.
La cometa si avvicinava alla Terra con una velocit di 147.000 chilometri all'ora e il nostro pianeta si avanzava nello spazio, con la velocit di 104.000 chilometri, da ovest verso est, in direzione obliqua all'orbita della cometa che, per la posizione di un meridiano qualunque a mezzanotte, si dirigeva a nord-est. La combinazione delle due velocit avvicinava i due corpi celesti di 173.000 chilometri all'ora. Quando le osservazioni, insieme col calcolo, constatarono che i contorni della testa dell'astro non erano pi distanti della Luna, si seppe che il dramma doveva cominciare due ore dopo.
Contrariamente a quello che s'aspettava, la giornata del venerd 13 luglio fu meravigliosamente bella, come tutte le precedenti: il sole brill in un cielo senza nuvole, l'aria era calma, la temperatura abbastanza elevata, ma rinfrescata gradevolmente da una brezza leggera: tutta la natura pareva in festa; le campagne erano lussureggianti di bellezza, i ruscelli mormoravano nelle valli, gli uccelli cantavano nei boschi. Le citt umane soltanto erano affrante; l'umanit era avvilita e costernata. L'impassibilit tranquilla della natura e l'angosciosa ansiet dei cuori, facevano un contrasto pi doloroso e pi ripugnante.
Milioni d'Europei erano fuggiti da Parigi, da Londra, da Vienna, da Berlino, da Pietroburgo, da Roma, da Madrid e s'erano rifugiati in Australia, cio agli antipodi.
Man mano che il giorno dell'incontro si avvicinava, l'amministrazione generale delle aeronavi transatlantiche aveva dovuto triplicare, quadruplicare, decuplicare i treni aerei elettrici, che si precipitavano come nuvole d'uccelli su S. Francisco, Honolulu, Noumea e sulle capitali australiane di Melbourne, Sydney, Liberty e Pax. Ma questi milioni di partenze riguardavano una minoranza privilegiata, e non ci si accorgeva neppure dei fuggiti, tanto le citt e i villaggi formicolavano d'uomini erranti e affollati.
Gi molte notti intere erano passate, senza che la gente prendesse sonno, poich il terrore dell'ignoto aveva tenuto svegli tutti gli animi: pareva che si stesse per dormire il sonno eterno e non si dovesse pi conoscere la gioia del risveglio. Tutti i visi erano di un pallore livido, con le orbite incavate, i capelli incolti, gli occhi smarriti, la tinta scialba, coi segni dell'angoscia pi spaventosa, che abbia mai pesato sui destini umani.
L'aria respirabile diventava sempre pi secca e sempre pi calda. Nessuno dalla vigilia si era sognato di riparare con una alimentazione qualsiasi alle forze spossate, e lo stomaco, organo ordinariamente cos poco dimentico di se stesso, non reclamava niente. Ma una sete ardente fu il primo effetto fisiologico dell'aridit dell'aria e i pi sobri non poterono sottrarsi alla necessit di tentare di calmarla, con tutti i mezzi possibili, senza riuscirvi. La sofferenza fisica cominciava l'opera sua e doveva ben presto dominare le angosce morali; l'atmosfera diveniva sempre meno respirabile, pi opprimente, pi crudele; i bambini piangevano, per un male sconosciuto, chiamando le mamme.
A Parigi, a Londra, a Roma, a Berlino, a Pietroburgo, in tutte le capitali, in tutte le citt, in tutti i villaggi, le popolazioni agitate andavano errando, come le formiche nei loro formicai disturbati. Tutti gli affari della vita normale erano trascurati, abbandonati, dimenticati: ogni progetto era lasciato in asso.
Non si teneva pi a niente, n alla casa, n ai parenti, n alla propria vita. Era un'assoluta depressione morale, anche peggiore di quella prodotta dal mal di mare.
Le chiese cattoliche, i templi riformati, le sinagoghe israelitiche, le cappelle greche e ortodosse, le moschee mussulmane, le cupole cinesi buddiste, i santuari delle evocazioni spiritiche, le sale di studio dei gruppi teosofici, occultistici, psicosofici e antroposofici, le sedi della nuova religione gallicana, tutti i luoghi di riunione dei culti cos diversi, che si dividevano ancora l'umanit, erano affollati in quella memoranda giornata del venerd 13 luglio, e a Parigi stessa la folla ammassata sotto l'arco delle porte non permetteva pi a nessuno di avvicinarsi alle chiese, nell'interno delle quali si sarebbero potuti vedere i credenti colla faccia prona al suolo. Si mormoravano preghiere a voce bassa; ma i canti, gli organi, le campane, tutto taceva. I confessionali erano circondati da penitenti che aspettavano il loro turno, come in quelle antiche epoche di fede sincera ed ingenua, di cui parlano gli storici del medio-evo.
Nelle strade, sui boulevards, dappertutto lo stesso silenzio; qua e l qualche gruppetto vacillante di gente che aveva cercato nell'ubriachezza l'oblio del pericolo e che si trascinava gemendo, o si precipitava contro i muri, proferendo minaccie insensate. Non si gridava pi, non si stampava pi nessun giornale. Nell'aria aviatori, aereonavi, elictteri, palloni dirigibili erano scomparsi; le sole vetture che si vedevano passare erano i carri funebri che portavano a cremare le prime vittime della cometa, gi innumerevoli.
La giornata pass senza incidenti astronomici. Ma con quale ansiet si aspettava la notte suprema! Mai forse un tramonto fu cos bello e un cielo cos puro! L'astro del giorno parve adagiarsi in un letto d'oro e di porpora: il suo disco rosso discese all'orizzonte, ma le stelle non comparvero, la notte non giunse: al giorno solare segu un giorno cometario e lunare, rischiarato da una luce intensa, che ricordava quella delle aurore boreali, sensibilmente pi viva, proveniente da un ampio focolare incandescente, che non aveva brillato di giorno perch era al di sotto dell'orizzonte, ma che avrebbe certamente rivaleggiato di splendore col sole.
Questo luminoso focolare si lev ad oriente, quasi nel medesimo tempo della luna piena - che sembr salir con lui nel cielo - come un'ostia sepolcrale sopra un altare funebre, che dominasse il lutto immenso della natura.
Mano mano che essa si alzava, la luna impallidiva: ma il Focolare cometario aumentava di splendore coll'abbassarsi del sole sull'orizzonte occidentale e ora, nelle ore della notte regnava sul mondo, sole nebuloso, rosso scarlatto, con getti di fiamme gialle e verdi, che sembravano immense ali distese. Tutti gli occhi atterriti vedevano in lui un gigante smisurato che, da sovrano, prendesse possesso del Cielo e della Terra.
Gi l'avanguardia della chioma cometaria era penetrata nell'orbita lunare; da un istante all'altro avrebbe toccato le frontiere rarefatte dell'atmosfera terrestre, a circa duecento chilometri d'altezza.
In quest'attimo tutti gli occhi divennero quasi feroci e spaventosamente folli, vedendo accendersi intorno all'orizzonte come un vasto incendio, che lanciava nel cielo piccole fiamme violacee. Quasi subito dopo la cometa diminu di splendore; senza dubbio perch sul punto di toccare la terra era entrata nell'ombra del nostro pianeta e aveva perduto una parte della sua luce, quella proveniente dal sole. Questa estinzione apparente era, sopra tutto, effetto d'un contrasto perch, quando gli occhi meno abbagliati si furono abituati a questo nuovo chiarore, esso apparve intenso quasi come il primo, ma scialbo, sinistro, sepolcrale. Mai la Terra era stata illuminata da una simile luce: era una luce livida al di l della quale trasparivano guizzi di lampi; l'aridit dell'aria divenne insopportabile al respiro, il calore di un forno ardente soffi dall'alto e un orribile odore di zolfo, dovuto senza dubbio all'ozono sovraelettrizzato ammorb l'atmosfera. Ognuno ebbe il senso dell'attimo supremo; un grande grido ruppe il silenzio e domin tutte le angosce: "La terra brucia, la terra brucia!" si urlava dappertutto, in un tumulto formidabile....
Infatti, tutto l'orizzonte sembr ardere d'una corona di fiamme bluastre: era proprio, come si era preveduto, l'ossido di carbonio che bruciava nell'aria producendo anidride carbonica.
Pure, senza dubbio, vi si combinava lentamente dell'idrogeno cometario: pareva un fuoco funebre, acceso intorno a un catafalco.
D'improvviso, mentre l'umanit atterrita guardava, immobile, silenziosa, trattenendo il respiro, scossa fino alle midolla, resa catalettica dal terrore, tutta la volta del cielo parve squarciarsi dall'alto in basso; e per la fenditura aperta, parve di vedere una gola enorme, vomitante fasci di fiamme verdi, abbaglianti; e gli spettatori furono colpiti da un bagliore cos accecante e da un rombo di tuono cos spaventoso che tutti quelli che non si erano ancora rinchiusi nelle cantine, uomini, donne, vecchi, ragazzi, dai pi energici ai pi timorosi, tutti, senza eccezione, si precipitarono alla prima porta che loro capit e discesero come valanghe nei sotterranei, gi quasi tutti affollati. Vi fu una gran quantit di morti, prima per schiacciamento, poi per apoplessia, rottura d'aneurismi, follie improvvise, degenerate in febbri cerebrali.
La ragione parve d'un tratto annientata fra gli uomini e sostituita dallo stupore folle, incosciente, rassegnato, muto. Solo alcune coppie, abbracciate, parevano isolarsi dal cataclisma, staccarsi dall'universale terrore e vivere per se stesse, abbandonate alla sola esaltazione del loro amore.
Sulle terrazze e negli osservator gli astronomi erano rimasti ai loro posti e molti fotografavano continuamente le trasformazioni del cielo. Questi furono, per pochissimo tempo, i soli testimoni dell'incontro della cometa con la terra; e possiamo aggiungervi anche qualcuno, di eccezionale forza d'animo che os guardare il cataclisma dietro i vetri delle alte finestre degli appartamenti pi alti.
Il calcolo indicava che il globo terrestre doveva penetrare nella cometa come una palla in una massa nebulosa, e che, dal momento del primo contatto delle zone estreme dell'atmosfera cometaria con quelle dell'atmosfera terrestre, la traversata sarebbe durata quattro ore e mezzo; ci di cui  facile rendersi conto, giacch la cometa - sessantacinque volte circa pi larga di diametro della Terra - doveva essere attraversata non nel centro, ma a un quarto di distanza dal centro, con la velocit di 173.000 chilometri all'ora. Erano circa quaranta minuti dacch era avvenuto il primo contatto, quando il calore della fornace incandescente e l'odore orribile di zolfo divennero cos soffocanti, che sarebbero bastati pochi minuti ancora di questo supplizio perch ogni vita fosse fermata, nel suo corso, senza remissione. Gli astronomi stessi si trascinarono nell'interno degli osservator, che cercarono di chiudere ermeticamente, e discesero anche loro nelle cantine: a Parigi soltanto la giovine calcolatrice, con la quale abbiamo fatto conoscenza, rest sulla terrazza pochi secondi di pi, quelli che bastarono per assistere all'irruzione di un bolide formidabile, quindici o venti volte pi grosso, a vedersi, della Luna, che si precipitava verso il Sud con la rapidit del fulmine.
Ma le forze mancarono per qualunque osservazione.
Non si respirava pi: al calore e all'aridit, che distruggono ogni funzione vitale, si aggiungeva l'avvelenamento dell'atmosfera per la mescolanza dell'ossido di carbonio, che si cominciava a produrre.
Le orecchie zufolavano, per una specie di tintinnio interno, i cuori acceleravano violentemente i loro battiti, e sempre quest'odore di zolfo irrespirabile! Contemporaneamente, una pioggia di fuoco cadde dall'alto dei cieli, una pioggia di stelle filanti e di bolidi, di cui un'immensa maggioranza non arrivava al suolo, ma scoppiava come bombe, traversando i tetti: si vedevano incend da tutte le parti. Il cielo s'infiamm e al fuoco del cielo rispondevano i fuochi della Terra, come se un'armata di fulmini avesse d'un tratto dato fuoco al mondo.
Colpi di tuono che stordivano si succedevano ininterrottamente: le esplosioni provenivano in parte dai bolidi, e in parte da un uragano immenso in cui sembrava che tutto il calore dell'atmosfera si fosse trasformato in elettricit. Un continuo rullo, che ricordava quello di tamburi lontani, empiva gli orecchi di un prolungato e sordo rombo, interrotto da orribili colpi e da sibili, somiglianti al fischio sinistro dei serpenti: vi erano poi clamori selvaggi, come l'urlo di una immensa caldaia che bolle, esplosioni violente, cannonate ripetute, gemiti di vento, ohi, ohi lamentosi, scosse del suolo, come se la Terra s'inabissasse.
La tempesta divenne a questo punto cos spaventosa, cos strana, cos selvaggia e furiosa, che l'Umanit si sent come catalettica, muta di terrore, annichilita e poi, finalmente, tranquilla come una foglia morta, in bala del vento.
Questa volta era proprio la fine di tutto. Ognuno si rassegn, senza cercare neppure un momento soccorso, ad esser sepolto sotto le rovine dell'incendio universale.
Quelli che non si erano lasciati si abbracciarono in una stretta suprema, aspirando soltanto alla consolazione di morire insieme.
Ma il grosso dell'armata celeste era passato e una specie di rarefazione, di vuoto, si era prodotta nell'atmosfera, forse in seguito alle esplosioni meteoriche, perch d'un tratto i vetri delle case si spezzarono, lanciate di fuori, e le porte si aprirono da s. Un uragano spaventoso soffi, affrettando l'incendio e rianimando gli uomini, che simultaneamente tornarono a vivere e uscirono dall'incubo. Segu un vero diluvio.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
"Comprate il XXV secolo! La morte del papa e di tutti i vescovi. La caduta della cometa a Roma. Comprate il giornale"!
Dopo una mezz'ora che la furia celeste era finita, gli uomini cominciavano a risalire dalle cantine e a sentirsi rivivere, uscivano a poco a poco come da un sogno, e non si rendevano ancora ben conto dei fuochi accesi nonostante la pioggia torrenziale, e gi le voci squillanti dei giovani rivenditori di giornali riempivano Parigi, Lione, Marsiglia, Bruxelles, Londra, Vienna, Torino, Madrid, tutte le citt, appena riavute; dappertutto la stessa notizia, i medesimi gridi; e prima di pensare ad arrestare gl'incendi, tutti compravano il grande giornale popolare a un centesimo, l'immenso foglio di sedici pagine illustrate, uscito allora allora dalla stamperia.
"Leggete la morte del papa e dei cardinali! Il Sacro Collegio ucciso dalla cometa. Impossibilit di eleggere un nuovo papa. Comprate il giornale!"
E i rivenditori si succedevano e ognuno desiderava sapere quello che c'era di vero in questa notizia, e comprava il grande giornale socialista popolare.
Ecco ci che era accaduto.
L'israelita americano col quale abbiamo gi fatto conoscenza, e che aveva trovato modo, il marted precedente, di realizzare molti milioni colla riapertura della Borsa di Parigi e di Cicago, non aveva disperato che gli affari continuassero: e come altre volte i monasteri avevano accettato i testamenti scritti in vista della fine del mondo, cos il nostro instancabile speculatore aveva creduto bene di stare al suo telefono, portato per la circostanza in una vasta galleria sotterranea, ermeticamente chiusa. Essendo proprietario di fili speciali, che collegavano Parigi alle principali citt del mondo, non aveva cessato di rimanere in comunicazione con loro.
Il nucleo della cometa conteneva, confuse in una massa di gas incandescente, alcune concrezioni uranolitiche, di cui qualcuna misurava molti chilometri di diametro. Una di queste masse aveva colpito la Terra, poco lontano da Roma, e i fonogrammi del corrispondente romano annunciavano quanto segue:
Tutti i cardinali, tutti i prelati del concilio erano riuniti alla festa solenne, sotto la cupola di S. Pietro, per la celebrazione del dogma della divinit pontificia. La cerimonia dell'adorazione era stata fissata all'ora sacra della mezzanotte. In mezzo alla splendida illuminazione del primo tempio della cristianit, tra le pietose invocazioni che si elevavano nell'aria coi canti delle confraternite, mentre gli altari fumavano dei profumi dell'incenso e i fremiti profondi degli organi echeggiavano nell'alto dell'immensa chiesa, il papa assiso sul suo trono d'oro vedeva prosternato ai suoi piedi il popolo di fedeli, rappresentante tutta la cristianit di cinque parti del mondo, e si alzava per dare a tutti la benedizione suprema, quando un blocco di ferro massiccio, grosso quanto mezza Roma, cadendo dall'alto dei cieli con fulminea rapidit, aveva schiacciato il papa, la chiesa, e precipitato tutto in un abisso di una profondit ignota: vera caduta nel profondo inferno!
Tutta l'Italia aveva tremato e il rombo d'un terribile terremoto si era sentito fino a Marsiglia.
Il bolide era stato visto da tutte le citt d'Italia, tra l'immensa pioggia di stelle e l'incendio di tutta l'atmosfera, aveva illuminato la Terra come un nuovo sole, d'un rosso fulgente, e un immenso schianto, qualche cosa d'infernale era successo alla sua caduta come se veramente la volta del cielo si fosse squarciata dall'alto al basso. ( questo il bolide che era stato l'oggetto dell'ultima osservazione della giovane calcolatrice dell'Osservatorio di Parigi, nel momento in cui, nonostante tutto il suo zelo, le era stato impossibile rimanere nell'atmosfera soffocante del cataclisma).
Il nostro speculatore riceveva i dispacci, dava gli ordini dal suo gabinetto telefonico e dettava le notizie sensazionali al suo giornale, stampato nello stesso momento a Parigi e nelle principali citt del mondo. Ogni ordine lanciato da lui compariva un quarto d'ora dopo, in testa al XXV Secolo, a New-York, a Pietroburgo, a Melbourne e in tutte le capitali vicine a Parigi. Una mezz'ora dopo la prima edizione, c'era gi la seconda.
"Leggete l'incendio di Parigi e di quasi tutte le citt dell'Europa, la fine definitiva della Chiesa cattolica. Il papa punito del suo orgoglio. Roma in cenere.... Comprate il XXV Secolo, seconda edizione".
E, in questa nuova edizione, si poteva gi leggere una dissertazione molto serrata, scritta da un competente, sugli effetti dell'annientamento del Sacro Collegio. Il redattore stabiliva che, dopo la costituzione del concilio del Laterano del 179, del concilio di Lione del 1274, di Vienna del 1312, dopo le ordinanze di Gregorio X e Gregorio XIII, i sovrani pontefici non potevano essere eletti se non dal conclave dei cardinali.
Questi concili e queste ordinanze non avevano previsto il caso della morte simultanea di tutti i cardinali. Secondo gli stessi termini della giurisdizione ecclesiastica non poteva pi essere nominato nessun papa. Per questo medesimo fatto, la chiesa non avrebbe pi capo e S. Pietro pi successori. Era la fine della chiesa cattolica, come era costituita da tanti secoli.
.... "Comprate il XXV Secolo, quarta edizione. La comparsa di un nuovo vulcano in Italia, una rivoluzione a Napoli. Comprate il giornale".
Questa quarta edizione era successa alla seconda, senza preoccupazione della terza. In questa si raccontava che un bolide di centomila tonnellate e forse pi si era precipitato, con la velocit sopra riferita, sulla solfatara di Pozzuoli, aveva traversato la crosta leggera e sonora dell'antica arena, che era sprofondata: le fiamme interne erano scaturite fuori, aggiungendo un nuovo vulcano al Vesuvio e illuminando del loro splendore i campi Flegrei. La rivoluzione, che covava sotto il terrore napoletano, aveva visto in ci un ordine del cielo e, capitanata da monaci fanatici, cominciava a saccheggiare il "Palazzo reale". "Comprate il XXV secolo, sesta edizione. L'apparizione di una nuova isola nel Mediterraneo, le conquiste dell'Inghilterra...."
Un frammento del nucleo della cometa era caduto nel Mediterraneo, ad ovest di Roma, e aveva formato un'isola irregolare, emergente di cinquanta metri sul livello delle acque, di cinquecento metri di lunghezza e settecento di larghezza. Il mare l intorno aveva cominciato a bollire e notevolmente sollevato per la marea aveva inondato le rive. Eppure, si era trovato l un Inglese che non aveva avuto altra cura che sbarcare in un golfo dell'isola nuova e scalare le rocce, per andare a piantare la bandiera britannica sulla cima pi alta.
In tutte le parti del mondo, il giornale del famoso speculatore lanci in questa notte dal 13 al 14 luglio milioni di esemplari, dettati telefonicamente dal gabinetto del direttore, che aveva saputo monopolizzare tutte le notizie della crisi. Dappertutto la gente si era precipitata avidamente su queste notizie, anche prima di mettersi d'accordo sugli sforzi necessari per spengere gl'incendi. La pioggia fin dai primi momenti aveva portato un aiuto insperato, ma i danni materiali erano immensi, bench quasi tutte le costruzioni fossero in ferro. Le compagnie d'assicurazione si valsero del caso di forza maggiore e rifiutarono di pagare. D'altra parte, le assicurazioni contro l'asfissia avevano realizzato, in otto giorni, fortune colossali.
"Comprate il XXV Secolo, decima edizione. Il miracolo di Roma. Comprate il giornale".
Quale miracolo? Era molto semplice. Il XXV Secolo dichiarava, in questa nuova edizione, che il suo corrispondente da Roma si era fatto eco di una voce infondata e che il bolide.... non aveva niente affatto schiacciata Roma, ma era caduto assai lontano dalla citt. S. Pietro e il Vaticano erano miracolosamente scampati.
Ma il giornale era stato venduto, in tutti i paesi del mondo, a centinaia di milioni. Era un affare eccellente.
La crisi pass. A poco a poco l'umanit si riebbe, tutta felice di vivere. La notte rest illuminata dalla strana luce cometaria, tuttora sospesa sulle teste, per la caduta delle meteore che durava ancora e per gli incendi tuttora accesi.
Quando venne la luce, verso le tre e mezzo, erano gi pi di tre ore che il nucleo della cometa aveva urtato contro il globo terrestre e la testa dell'astro era passata verso ovest: ma il nostro pianeta restava ancora completamente immerso nella coda. L'urto aveva avuto luogo nella notte dal 13 al 14 luglio, alla mezzanotte e dieci di Parigi, vale a dire alla mezzanotte e cinquantotto di Roma, secondo l'esatta previsione del Presidente della Societ astronomica di Francia, di cui i nostri lettori non hanno forse dimenticato l'affermazione.
Mentre la pi grande parte dell'emisfero terrestre volto verso la cometa nel momento dell'incontro era stata colpita dall'aridit, dal calore soffocante, dal pestilenziale odore solforoso e dallo stupore letargico causato dalla resistenza dell'atmosfera al corso dell'astro, dalla elettrizzazione sovrasaturata dall'ozono e dalla mescolanza del protossido d'azoto con l'aria superiore, l'altro emisfero terrestre era rimasto quasi immune da ogni danno, non contando i turbamenti atmosferici inevitabili per la rottura dell'equilibrio. I barometri registratori avevano tracciato curve fantastiche con montagne ed abissi. Fortunatamente, la cometa aveva appena sfiorato la Terra e l'urto era stato tutt'altro che nel centro. Certo anche la forza d'attrazione terrestre aveva avuto una grande azione nella caduta dei bolidi sull'Italia e sul Mediterraneo. In tutti i casi, l'orbita della cometa fu intieramente trasformata da questa perturbazione, mentre che la Terra e la Luna continuarono tranquillamente il loro corso intorno al sole, come se niente fosse accaduto. Da parabolica, l'orbita della cometa divenne ellittica, con l'afelio vicino al punto dell'eclittica nel quale era stata attratta dal nostro pianeta.
Quando, pi tardi, si fece la statistica delle vittime, si trov che il numero dei morti saliva al quarantesimo della popolazione europea. Solamente a Parigi, che si stendeva su di una parte degli antichi dipartimenti della Senna e della Senna-e-Oisa, e contava nove milioni d'abitanti c'erano stati, in questo indimenticabile mese di luglio, pi di duecentomila morti, da registrare cos:
Settimana compiuta il 7 luglio
7750
Giornata di Domenica 8 luglio
1648
Giornata di Luned 9 luglio
1975
Giornata di Marted 10 luglio
1917
Giornata di Mercoled 11 luglio
2465
Giornata di Gioved 12 luglio
10098
Giornata di Venerd 13 luglio
100842
Giornata di Sabato 14 luglio
81067
Giornata di Domenica 15 luglio
11425
Giornata di Luned 16 luglio
3783
Giornata di Marted 17 luglio
1893
Cinque giorni seguenti (media di ciascuno)
980
Dopo il 22 (media normale)
369
La mortalit era triplicata da prima della settimana fatale ed era quintuplicata nel giorno 9. L'aumento si era arrestato dopo le sedute dell'Istituto; che avevano tranquillizzato gli spiriti e calmato le immaginazioni turbate: aveva manifestato una sensibile diminuzione nel giorno di marted. Disgraziatamente, con l'avvicinarsi dell'astro minaccioso, il panico aveva ripreso pi forza che mai il mercoled, e la mortalit era arrivata al sestuplo della media normale: la maggior parte delle costituzioni deboli avevano dovuto soccombere. Il gioved 12, all'approssimarsi del giorno fatale, a causa delle privazioni di ogni genere, della mancanza di nutrizione e di sonno, della traspirazione cutanea, dello stato febbrile di tutti gli organi, della sovreccitazione cardiaca e delle congestioni cerebrali, la mortalit aveva raggiunto, nella sola Parigi, la cifra enorme di 10.000 casi! Poi, nell'attacco generale della notte 13-14 luglio, per essiccamento di laringe, congestioni polmonari, soffocamenti nelle cantine, anestesia degli organi respirator, arresto nella circolazione del sangue, le vittime erano state pi numerose di quelle delle antiche battaglie vere e proprie, e la cifra dei morti sal a pi di centomila. L'ossido di carbonio, tanto temuto, non aveva fatto vittime, perch, ai limiti dell'atmosfera, la trasformazione del movimento in calore ne aveva prodotto la combustione, e l'ossido non aveva potuto, per questa combustione e per la sua pochissima densit, mescolarsi in quantit sufficiente con gli strati inferiori dell'atmosfera. Una parte degli esseri colpiti mortalmente vissero fino al giorno dopo e alcuni ebbero prolungata di molti giorni ancora un'esistenza ormai condannata. Soltanto una quindicina di giorni dopo il cataclisma, la media normale si ristabil. In questo mese disastroso diciassettemilacinquecento fanciulli erano nati a Parigi, ma erano morti quasi tutti, vittime dello spavento delle loro madri, e si erano affacciati al mondo come se fossero avvelenati, coi piccoli corpi illividiti.
La statistica medica, sottraendo dalla cifra totale delle morti la media normale, calcolata sulla proporzionale igienicamente raggiunta di 15 morti su 1000 abitanti, cio di centotrentacinquemila all'anno, o trecento sessantanove al giorno, e sottraendo dal numero precedente la cifra di undicimilaquattrocentotrentanove cittadini, che sarebbero morti anche senza la cometa, attribu, naturalmente, a questa la differenza tra i due numeri: duecentodiciottomila circa.
Su questa cifra, la malattia che aveva fatto pi vittime era stata:
La Paura . . . . . . . . . .150.000
per sincopi, rotture di aneurismi, o congestioni cerebrali.
Ma questo cataclisma non port affatto la fine del mondo. I vuoti non tardarono ad esser riparati con una specie di eccesso di vitalit umana, come era accaduto altre volte dopo le guerre: sul globo terrestre i bambini nacquero in ragione di uno al secondo e anche, nel primo anno dopo il terrore, in ragione di cento al minuto: pi ardente che mai, la Venere fisica prov che il mondo non era vicino a finire; la Terra continu a girare sotto la feconda luce del Sole, e l'umanit continu ad elevarsi verso pi alti destini.
La cometa era stata sopra tutto occasione di tutte le discussioni possibili intorno a questo grande e capitale argomento della fine del mondo.
 PARTE SECONDA
FRA DIECI MILIONI DI ANNI.
 CAPITOLO I.
LE TAPPE DELL'AVVENIRE
"L'homme enfin prend son sceptre et jete son bton,
Et l'on voit s'envoler le calcul de Newton
Mont sur l'ode de Pindare".
V. HUGO, Plein Ciel.
L'avvenimento al quale abbiamo assistito e le discussioni che aveva suscitato si erano svolti nel venticinquesimo secolo dell'ra cristiana. L'umanit terrestre non era finita per l'incontro della cometa con la terra, il pi grande fenomeno di tutta la storia, avvenimento memorabile e mai dimenticato, nonostante le trasformazioni di ogni genere subite, pi tardi, dalla razza umana. La Terra aveva continuato a girare; il Sole a brillare; i fanciulli erano divenuti vecchi e si erano incessantemente rinnovati nel flusso perpetuo delle generazioni; i secoli, i periodi secolari si erano susseguiti; il Progresso, legge suprema, aveva conquistato il mondo, a dispetto dei freni, degli ostacoli, degl'inciampi che gli uomini oppongono sempre al suo cammino, e l'umanit aveva lentamente progredito nella scienza e nel benessere, traverso a mille oscillazioni passeggere, per arrivare al suo apogeo e percorrere la via dei destini terrestri.
Ma traverso quali trasformazioni fisiche e mentali!
La popolazione dell'Europa, dall'anno 1900 al 3000, era salita da trecentosessantacinque a settecento milioni; quella dell'Asia da ottocentosessantacinque milioni a un miliardo; quella delle Americhe da centoventi milioni a un miliardo e mezzo; quella dell'Affrica, da sessantacinque a duecento milioni, quella dell'Australia da cinque a sessanta milioni: cio, per la popolazione totale del globo, un aumento da un miliardo e quattrocento cinquanta milioni a tre miliardi e quattrocento milioni. La progressione era sempre continuata, con qualche oscillazione.
Le lingue si erano modificate. Gl'incessanti progressi delle scienze e dell'industria avevano creato un gran numero di vocaboli nuovi, formati per lo pi dalle antiche etimologie greche; la lingua inglese si era diffusa su tutta la superfice del globo.
Tra il venticinquesimo e il trentesimo secolo, la lingua parlata in Europa era un misto d'inglese, di francese e di termini etimologicamente greci, a cui si erano aggiunte alcune espressioni prese dal tedesco e dall'italiano: nessun tentativo di lingua universale, creata artificialmente, era riuscito.
Gi prima del venticinquesimo secolo la guerra era scomparsa dalla logica umana, e non si comprendeva pi come una razza, che si riteneva intelligente e ragionevole avesse potuto imporsi per tanto tempo, spontaneamente, un giogo brutale e stupido, che la poneva molto al di sotto delle bestie. Alcuni episodi storici, popolarizzati dalla pittura, mostravano in tutto il suo orrore l'antica barbarie. Qui era Ramsete III, in Egitto, che vedeva vuotare davanti al suo carro i panieri pieni di mani, tagliate ai vinti, per contarli pi facilmente, a centinaia e migliaia; qua era Teglatpal-Asar, nelle pianure della Caldea, che faceva scorticare vivi i prigionieri, e Assurbanipalo, in Assiria, che faceva strappare la lingua ai Babilonesi e impalare i Susiani: pi lontano si vedevano, davanti alle mura di Cartagine, gli ostaggi crocifissi per ordine di Amilcare; altrove Cesare, faceva, con un colpo di ascia, tagliare i pugni ai Galli ribellati; altri quadri mostravano Nerone che assiste al supplizio dei cristiani, accusati dell'incendio di Roma e portati di peso per esser bruciati vivi: e, di faccia, Filippo II di Spagna e la sua corte davanti ai roghi di eretici, bruciati in nome di Ges. Da un'altra parte ecco Gengis Khan che lascia sulla via delle sue vittorie piramidi di teste tagliate, Attila che incendia tutti i villaggi, dopo averli saccheggiati, i condannati dall'Inquisizione, morenti tra le torture, i Cinesi nell'atto di seppellire i condannati fino al collo e di spalmarne di miele le teste, per lasciarle in pasto alle mosche, o in quello di segare gli uomini chiusi tra due tavole: supplizio pi sbrigativo! Giovanna d'Arco morente tra le fiamme, Maria Stuard, con la testa sul ceppo, Lavoisier, Bailly, Andrea Chnier sul patibolo della rivoluzione; le "dragonnades"(11) delle Cevenne, le armate di Luigi XIV che saccheggiano il Palatinato; i soldati di Napoleone morti sui campi nevosi della Russia e le citt bombardate, le battaglie navali, i mucchi di truppe fulminate in un baleno per mezzo di esplosivi, i combattimenti aerei che precipitavano veri grappoli umani nelle profondit dello spazio.
Dappertutto e sempre la dominazione brutale del pi forte e la pi spaventosa barbarie. Tutta la serie delle guerre internazionali, civili, politiche, sociali era passata in rivista e nessuno voleva credere che le infami aberrazioni di questa follia omicida avessero potuto realmente dominare per tanto tempo la povera razza umana, arrivata finalmente all'et della ragione.
Invano gli ultimi sovrani avevano tentato di proclamare con un'enfasi rimbombante che la guerra era d'istituzione divina, che era il resultato naturale della lotta per la vita, che costituiva il pi nobile degli esercizi e che il patriottismo era la prima delle virt: invano i campi di battaglia erano stati qualificati campi d'onore e i capi vittoriosi avevano visto le loro statue gloriose dominare le folle adulatrici. Si era finito per notare che nessuna specie animale, eccettuata qualche razza di formiche, aveva dato l'esempio di una stoltezza cos colossale; che la guerra segnava lo stato primitivo della specie umana, obbligata a contendere la sua vita agli animali; che da molto tempo l'uomo aveva rivolto questo istinto primitivo contro se stesso; che la lotta per la vita non consisteva, per gli uomini, nell'uccidere loro stessi, ma nel conquistar la natura; che tutte le risorse dell'umanit erano sciupate, col gettarle nell'abisso senza fondo delle armate permanenti e che il solo obbligo del servizio militare iscritto nei codici costituiva un tale attentato alla libert, da poter dire che aveva addirittura ristabilito la schiavit, sotto pretesto di dignit.
Le nazioni governate da re bellicosi e sacerdotali si erano ribellate, dopo avere imprigionato i loro sovrani e dopo averli imbalsamati, alla loro morte, come tipi storici degni di essere conservati: questi erano stati trasportati a Aix-la-Chapelle ed erano stati messi in fila, come satelliti di un'altra et, intorno alla vecchia tomba di Carlomagno.
Gli stati europei, costituiti in repubbliche e confederati, riconobbero che il militarismo rappresentava, in tempo di pace, un parassitismo divoratore, l'impotenza e la sterilit, in tempo di guerra il furto e l'assassinio legalizzato, il diritto brutale del pi forte, regime stolto, mantenuto da un'obbedienza passiva agli ordini di diplomatici, speculante soltanto sulla sciocchezza umana. Una volta, nei tempi antichi, si era combattuto tra villaggio e villaggio, per l'interesse e la gloria dei capi: e questa specie di guerra perdurava, nel diciannovesimo secolo, fra i villaggi dell'Africa centrale, dove si vedevano giovanotti e ragazze, convinti della loro parte di schiavi, arrendersi spontaneamente, qualche volta, ai paesi, da cui dovevano essere mangiati con grande cerimonia. In seguito, dominata un po' la barbarie, erano sorte associazioni costituenti province e si era combattuto tra una provincia e l'altra, fra Atene e Sparta, fra Roma e Cartagine, fra Parigi e Digione, fra Londra e Edimburgo, e la storia aveva celebrato i magnifici combattimenti del duca di Borgogna contro il re di Francia, dei Normanni contro i Parigini, degl'Inglesi contro gli Scozzesi, dei Veneziani contro i Genovesi, dei Sassoni contro i Bavaresi etc. Pi tardi si erano formate nazioni pi vaste, e si erano perci soppresse le insegne e le divisioni provinciali, ma si era continuato ad insegnare ai fanciulli l'odio contro i popoli vicini e ad abituare i cittadini all'idea di sterminarsi tra loro. Si erano avute guerre interminabili, rinnovate continuamente, tra la Francia, l'Inghilterra, la Germania, l'Austria, l'Italia, la Spagna, la Russia, la Turchia, etc. Gli strumenti sterminatori avevano seguto, nel loro perfezionarsi, i progressi della chimica, della meccanica, dell'aeronautica e della maggior parte delle scienze: e c'erano perfino dei teorici - specialmente tra gli uomini di Stato - che sostenevano che la guerra era la legge necessaria del progresso; dimenticando che la maggior parte degl'inventori nelle scienze e nell'industria - elettricit, fisica, meccanica, etc. sono stati invece, tutti, gli uomini pi pacifici e pi antiguerrieri di questo mondo. La statistica aveva stabilito che la guerra uccideva regolarmente quaranta milioni d'uomini al secolo, mille cento al giorno, senza tregua n riposo, e aveva fatto mille duecento milioni di cadaveri in tremila anni.
Era naturale che le nazioni vi si fossero spossate e rovinate, poich, soltanto nel diciannovesimo secolo, avevano speso per questo bel resultato la somma di settecento miliardi. Si obbiettava anche che era utile, qualche volta, fare un salasso di questo genere, per impedire che la popolazione crescesse troppo, dimenticando che la Terra potrebbe nutrire un numero di abitanti dieci volte maggiore di quello che le guerre distruggono. Queste divisioni di patria, conservate con abilit dagli uomini politici che ne vivevano, avevano per molto tempo impedito all'Europa d'imitare l'America, sopprimendo le armate (che consumavano tutte le forze e assorbivano ormai pi di dieci miliardi all'anno dai risparmi con tanta fatica messi insieme dai lavoratori), e costituendosi in Stati-Uniti d'Europa, vivendo di un lavoro utile, nell'abbondanza: il ferro di Marte continu a decapitare i migliori cittadini. Ma poich gli uomini non si decidevano a gettar via gli orpelli delle loro vanit nazionali, il sentimento femminile salv l'umanit(12).
Per ispirazione d'una donna di cuore, quasi tutte le madri si collegarono, in tutta l'Europa, per allevare i loro figliuoli, e sopra tutto le figliuole, nell'orrore della barbarie militare. Le conversazioni fra parenti, le chiacchiere della sera, i racconti, le letture mettevano in evidenza la stoltezza degli uomini, la leggerezza dei pretesti che avevano lanciato le nazioni l'una contro l'altra, la furberia dei diplomatici, che mettevano in opera tutti i loro mezzi per sovreccitare il patriottismo e accecare gli spiriti, la sostanziale inutilit delle guerre, nella storia, l'equilibrio europeo sempre turbato e mai raggiunto, la rovina dei popoli, i campi di battaglia coperti di morti e di feriti, straziati dalla mitraglia, morti e feriti che un'ora prima vivevano felici, sotto il buon sole della natura.... e le vedove, e gli orfani, e le miserie!... Una sola generazione educata con queste idee illuminate era stata sufficente per salvare i fanciulli da quel resto di animalit carnivora e per allevarli in un sentimento di disprezzo e di orrore contro tutto ci che poteva ricordare l'antica barbarie. Le donne erano elettrici ed eleggibili. Da principio ottennero che la prima condizione di eleggibilit degli Amministratori fosse l'impegno di non votare pi il bilancio della guerra; questa evoluzione pi facilmente che altrove avvenne in Germania, per opera dei socialisti internazionali. Ma, una volta in carica, pi della met dei deputati dimenticarono assolutamente le loro promesse, sotto pretesto di ragione di Stato. Essi confessarono che avevano messa da parte la propria personalit e che non potevano fare altro che obbedire alla parola d'ordine dei capi dei gruppi parlamentari! In realt, i governanti rifiutavano di disarmare e il bilancio della guerra continuava ad esser votato tutti gli anni. Si immagin, in seguito, che i soldati delle diverse patrie si differenziassero tra loro sopra tutto per le divise diverse e che bastasse soltanto sopprimere queste, per sopprimer gli eserciti: ma una simile idea era troppo semplice perch potesse avere qualche buon successo. Allora le ragazze si giurarono scambievolmente di non sposar mai un uomo che portasse armi: rinunciarono al marito e mantennero il giuramento.
I primi anni di questa lega furono assai duri, anche per le ragazze; e, se non fosse stato il pensiero della riprovazione generale, pi d'un cuore avrebbe ceduto. I giovanotti non mancavano di doti personali e l'uniforme non aveva perduto il vantaggio di una certa eleganza. Per dire la verit, ci fu qualche diserzione ma, poich le coppie di fanciulle e militari, furono, fino dal primo giorno, disprezzate dalla societ e lasciate da parte, come se si trattasse di paria e di rinnegati, non furono molte. L'opinione pubblica era affermata e sarebbe stato impossibile, ormai, risalire la corrente.
Si vedevano un po' dappertutto sulle piazze pubbliche scritti e appelli in favore della pace universale. - I partigiani della guerra sono degli assassini e dei ladri. - Questa era la frase che si leggeva pi spesso, specialmente a Berlino.
In cinque anni non vi fu, per modo di dire, un solo matrimonio, una sola unione. Tutti i cittadini erano soldati, in Francia, in Germania, in Italia, nella stessa Inghilterra, dove "l'imposta del sangue" era stata votata, come nelle altre nazioni, nel ventesimo secolo: delle nazioni d'Europa qualcuna era pronta a confederarsi in Stati-Uniti, ma sempre, poi, si ritiravano per le loro questioni di bandiera. Le donne tenevan duro. Sentivano che la verit era nelle loro mani, che la loro decisione avrebbe liberato l'umanit dalla schiavit che l'opprimeva e che la vittoria era certa. Alle preghiere appassionate di qualche uomo, rispondevano tutte ugualmente; "no, non vogliamo pi degl'imbecilli!". Altre aggiungevano: "ci rifiutiamo di allevare dei figlioli per il macello". E se la scissura fosse continuata, erano decise a mantenere il loro giuramento, o ad emigrare in America, dove gi da tanti secoli il militarismo era scomparso.
Al comitato degli Amministratori degli affari dello Stato (che in altri tempi si chiamavano deputati o senatori) i cittadini pi eloquenti reclamavano, ad ogni sessione, il disarmo. Finalmente, il quinto anno, di fronte alla muraglia femminile, che diveniva di giorno in giorno pi forte e pi inaccessibile, i deputati di tutti i paesi, come spinti da una stessa molla, misero fuori fiumi di eloquenza, per insistere ancora su tutti gli argomenti invocati dalle donne e la stessa settimana, in Italia, in Austria, in Spagna, il disarmo fu dichiarato. La Repubblica tedesca aveva trionfato dei vecchi pregiudiz, di cui ella stessa aveva dovuto soffrire di pi.
Era primavera e non vi era alcuna rivoluzione. Innumerevoli matrimoni ebbero luogo. La Russia e l'Inghilterra erano restate indietro al movimento, poich il suffragio femminile non vi era stato unanime. Ma poich l'anno successivo, tutti i popoli dell'Europa, costituiti in repubblica, si confederarono in un solo Stato, ad invito del Governo degli Stati Uniti d'Europa, anche le due grandi nazioni decretarono il disarmo graduale e a decimi.
Gi da molto tempo le Indie non appartenevano pi all'Inghilterra, e questa era costituita in repubblica. Quanto alla Russia, la forma monarchica vi sussisteva ancora. I ministeri della guerra furono dappertutto soppressi come una mostruosit sociale, come una macchia infamante. Si era allora alla met del ventiquattresimo secolo. Da questa epoca, il sentimento ristretto della patria fu sostituito dal sentimento generale dell'umanit, e la ferocia internazionale dette luogo ad una federazione intelligente.
Delle istituzioni militari non rest che la musica, la sola fantasia gradevole che sia stata associata al militarismo, e che si volle conservare. Furono mantenute milizie speciali, soltanto perch rimanesse questo genere di musica marziale, cos gaio, cos vivace, cos brillante.
In seguito, non si arriv mai a capire che questa musica era stata inventata per condurre degli eserciti al macello.
Liberata dall'incubo della schiavit militare, l'Europa si era immediatamente affrancata anche dalla burocrazia che aveva, d'altra parte, indebolite le nazioni, le quali parevano condannate a morir di pletora: ma c'era voluto, per questo, una rivoluzione radicale. I parassiti del bilancio si videro inesorabilmente tolti di mezzo. Da allora l'Europa si era rapidamente alzata, con un volo radioso, in un meraviglioso progresso sociale, scientifico, artistico e industriale.
Si respirava, una buona volta, liberamente: si viveva. Per arrivare a pagare settecento miliardi al secolo, ai cittadini distolti da ogni lavoro produttivo, e per supplire alle esigenze della burocrazia, i governi erano stati costretti a metter tasse su tasse, in numero spaventoso. L'imposta progressiva, adottata nel ventesimo secolo, non era bastata, nonostante i miliardi ottenuti. Dal 31 decembre 1950 al 31 decembre 1960, lo Stato francese era entrato in possesso di tutte le linee ferroviarie francesi e, malgrado i rimborsi, si era subito arricchito di un capitale di venti miliardi: ma il frutto di questo capitale era gi stato prima scontato dalla Commissione del bilancio e dai mangiatori di bilancio, e le imposte, invece di diminuire, erano andate sempre crescendo, fino al ventunesimo secolo. Si era arrivati a tassare tutto: l'aria che si respira, l'acqua delle sorgenti e quella piovana, la luce e il calore del sole; il pane, il vino, tutti i commestibili, i vestiti, fino alla camicia, le case, le strade delle citt, le vie di campagna, gli animali, cavalli, bovi, cani, gatti, polli, conigli, uccelli in gabbia, le piante, i fiori, gli strumenti musicali, piani, organi, violini, chitarre, flauti, corni da caccia; i mestieri, le varie condizioni sociali, i celibi e i coniugati, i bimbi e le balie, i mobili, tutto, proprio tutto; e le imposte erano cresciute fino al giorno in cui la loro cifra era stata uguale al prodotto netto dell'attivit dei lavoratori, fatta eccezione del puro "pane quotidiano". Allora ogni lavoro era finito. Pareva ormai impossibile vivere. E cos era sorta la grande rivoluzione sociale degli anarchici internazionali, di cui si parl al principio di questo libro, e le rivoluzioni successive.
Tutti gli Stati erano falliti, uno dopo l'altro. Ma queste rivoluzioni non erano riuscite a liberare definitivamente l'Europa dall'antica barbarie: i pregiudizi patriottici ricominciavano gi l'indebitamento universale e l'umanit dovette alla lega delle fanciulle quella liberazione.
Si vide allora una cosa inaudita, incredibile, inammissibile, senza precedenti nella storia: la diminuzione delle tasse! Alleggerito di nove decimi di spese, il bilancio serv soltanto a mantenere l'ordine interno, alla sicurezza dei cittadini, alle scuole di ogni genere, all'incoraggiamento delle nuove ricerche, al progresso sempre crescente delle scienze, delle arti, dell'industria e di tutte le manifestazioni dell'attivit intellettuale; ma l'iniziativa individuale aveva preso il sopravvento sull'antico accentramento ufficiale che per tanti secoli, sperperando le finanze pubbliche, aveva fatto abortire i pi entusiastici tentativi, e la burocrazia era morta della sua bella morte.
La stoltezza del duello era scomparsa poco dopo quella della guerra. Si cess di concepire che qualunque divergenza potesse considerarsi come risolta da un colpo di pistola e di spada, come non si ammirava pi affatto la cavalleria degli ufficiali francesi della battaglia di Fontanay che invitavano, col cappello in mano, "i signori Inglesi a tirar per i primi". Tutto questo, anche agli occhi dei ragazzi, pareva qualche cosa di stravecchio e di eccessivamente stupido.
Nonostante le incoerenze, lo scetticismo vano, la nullit scientifica, l'incompetenza abituale, e anche le prevaricazioni di alcuni uomini politici, aveva prevalso, su tutte le altre, la forma di governo repubblicano, non la dominazione democratica. Si era riconosciuto che non v' uguaglianza intellettuale e morale fra gli uomini, e che  meglio affidare il governo a un consiglio di pochi spiriti illuminati, anzich a una folla d'ambiziosi, il cui merito principale era di esser provvisti di buoni polmoni e di esser dotati di una inesauribile loquacit, che non avevano mirato ad altro che a rivolgere in loro personale profitto il giuoco perpetuo delle passioni popolari. Era stato anche constatato che una Camera composta di molte centinaia di deputati dimostrava assai meno acume e criterio di un uomo solo. Gli errori grossolani e gli eccessi brutali della demagogia avevano messo pi d'una volta la Repubblica in pericolo di morte; ma poich il governo monarchico ereditario non dava maggiori garanzie di essere un governo razionale, si era finito con l'adottare una costituzione diretta da un piccolissimo numero di cittadini, eletti con le garanzie di un suffragio ristretto ed illuminato. Le cariche non vennero pi concesse agl'intriganti che brigavano per averle, non si dette pi ascolto a quelli che le ambivano; si andarono a cercare quelli che le meritavano, intenti ai loro lavori.
L'unificazione dei popoli, delle idee, delle lingue aveva avuto per complemento quello dei pesi e delle misure. Nessuna nazione era stata refrattaria ad adottare il sistema metrico, stabilito sulla misura stessa del pianeta. Una sola moneta fu adottata universalmente, un solo meridiano iniziale regol la geografia: questo meridiano passava dall'Osservatorio di Greenwich, ed al suo antipodo il giorno cambiava nome a mezzod: il meridiano di Parigi era caduto in disuso verso la met del ventesimo secolo.
La sfera terrestre era stata per molti secoli divisa convenzionalmente in fusi di 24 ore; ma poich le differenze con l'ora vera avevano avuto per conseguenza irregolarit illogiche ed inutili, le ore locali, assolutamente necessarie nelle osservazioni astronomiche, erano ricomparse, come satelliti dell'ora universale. Si cont consecutivamente da 0 a 24, e non pi fanciullescamente, come in altri tempi, per due volte dodici ore.
Trasformazioni non meno complete vi furono nelle scienze, nelle arti, nell'industria, sopratutto, e nelle letterature. La classificazione delle conoscenze umane, dal punto di vista del loro valore intrinseco, cambi col relativo progresso di ciascuna di loro. La meteorologia, per esempio, divenne una scienza esatta e raggiunse la precisione dell'astronomia; verso il trentesimo secolo si arriv a predire il tempo, come noi prediciamo, oggi, l'arrivo di una eclissi o il ritorno d'una cometa.
Gli antichi almanacchi fecero posto ad annuari precisi, che predicevano a gran distanza di tempo, i fenomeni della natura. Le feste pubbliche, le partite di piacere furono sempre accompagnate da un bel cielo, e le navi non andarono in mare incontro alle tempeste.
I boschi erano scomparsi interamente, distrutti per la coltivazione, e per la fabbricazione della carta.
L'interesse legale era disceso a un mezzo per 100. Il tempo delle grosse rendite era tramontato come le et fossili.
L'elettricit aveva sostituito il vapore. Le ferrovie, i tubi pneumatici funzionavano ancora, ma soprattutto per il trasporto dei materiali. Si viaggiava di preferenza, specialmente di giorno, in palloni dirigibili, in aeronavi elettriche, in aeroplani, in elicotteri, in apparecchi aerei, alcuni pi pesi dell'aria come gli uccelli, altri pi leggeri, come gli aerostati. Gli antichi vagoni, sporchi, pieni di fumo e di polvere, rumorosi e sobbalzanti, coi fischi fantastici e strani delle locomotive, erano stati sostituiti dai navigli aerei, leggeri, eleganti, che fendevano l'aria silenziosi, nell'atmosfera pura delle grandi altezze.
Per il solo fatto della navigazione aerea, le frontiere - che, del resto, non sono mai esistite per la scienza n per i dotti, nei loro scambievoli rapporti, - sarebbero state soppresse, se gi non lo fossero state dal progresso della ragione. I viaggi continui su tutta la superfice del globo avevano portato l'internazionalismo e il libero scambio del commercio e delle idee. Abolite le dogane: ricchezza universale: nessun debito pubblico, n armata, n marina, n dogane, n dazio. Tutto l'organismo sociale era semplificato.
L'industria aveva fatto conquiste strepitose. Fin dal trentesimo secolo il mare era stato portato a Parigi per mezzo di un largo canale e i navigli elettrici arrivavano dall'Atlantico - e dal Pacifico per l'istmo di Panama - allo scalo di S. Denis, al di l del quale la grande citt si stendeva molto lontano al nord. I navigli facevano in poche ore il tragitto da S. Denis al porto di Londra, e molti viaggiatori li prendevano, nonostante il regolare servizio di aeronavi, il tunnel e il viadotto della Manica.
Fuori di Parigi c'era la stessa attivit; perch il canale dei Due-Mari, congiungendo il Mediterraneo all'Atlantico, da Narbona a Bordeaux, aveva reso inutile il lungo giro dello stretto di Gibilterra; e d'altra parte un tubo metallico, costantemente percorso dai treni ad aria compressa, collegava la Repubblica d'Iberia (anticamente Spagna e Portogallo) all'Algeria occidentale (antico Marocco). Parigi e Cicago contenevano allora nove milioni di abitanti, Londra dieci, Nuova York dodici. Avendo continuato la sua marcia secolare verso l'ovest, Parigi si stendeva dal confluente della Marna fino al di l di S. Germano. Soltanto pochi monumenti lasciati cadere in rovina ricordavano la Parigi del diciannovesimo e del ventesimo secolo. Per non dirne che qualche aspetto, era illuminata di notte da cento lune artificiali, fari elettrici accesi su torri alte 1000 metri; i camini ed il fumo erano scomparsi, perch il calore si prendeva dalla terra o dalle sorgenti elettriche: la locomozione aerea aveva sostituito le vetture primitive delle epoche barbare: non si vedeva pi nelle strade n pioggia, n fango; tettoie di vetro filato erano abbassate immediatamente alla prima gocciola, e i milioni d'ombrelli antichi si trovavano con vantaggio sostituiti da uno solo. Quel che oggi chiamiamo civilt non era che barbarie in confronto ai progressi che si erano effettuati.
Tutte le grandi citt avevano progredito a scapito delle campagne; i lavori agricoli si facevano per mezzo dell'elettricit; l'idrogeno era estratto dall'acqua dei mari, le cadute d'acqua e le maree mandavano lontana la loro forza, che si trasformava in luce; i raggi solari immagazzinati nell'estate venivano distribuiti durante l'inverno e le stagioni erano quasi scomparse, specialmente da quando i pozzi sotterranei portavano alla superfice del suolo la temperatura interna del globo, che pareva inesauribile.
Tutti gli abitanti della Terra potevano comunicare tra loro telefonicamente.
Il telefonoscopio faceva conoscere immediatamente dappertutto gli avvenimenti pi importanti, o i pi interessanti. Uno spettacolo teatrale, dato a Cicago o a Parigi, si ascoltava e si vedeva da qualunque parte del mondo. Premendo un bottone elettrico, si poteva assistere, a piacere, ad una rappresentazione teatrale, scelta a volont.
Un commutatore trasportava immediatamente in fondo all'Asia, facendo apparire le baiadere di una festa di Ceylan o di Calcutta. Ma non soltanto si udiva e si vedeva a distanza: il genio dell'uomo era arrivato anche a trasmettere, per mezzo d'influenze cerebrali, la sensazione del tatto e quella dell'olfatto. L'immagine che appariva poteva, in certe speciali condizioni, ricostituire interamente l'oggetto assente.
Nel cinquantesimo secolo strumenti meravigliosi di ottica, di fisica furono immaginati; una nuova sostanza sostitu il vetro e port la scienza a resultati assolutamente imprevisti; nuove forze naturali furono conquistate.
Il progresso sociale aveva camminato di pari passo col progresso scientifico.
Le macchine mosse dall'elettricit si erano gradatamente sostituite ai lavori manuali. Per gli usi quotidiani della vita, si era dovuto rinunciare ai servitori umani, perch non ce n'era pi uno che non sfruttasse in modo odioso i suoi padroni e non aggiungesse alle paghe principesche un furto organizzato in tutte le regole.
Inoltre, in tutte le citt importanti, i mercati erano scomparsi, abbandonati dai clienti, a causa delle ingiurie che questi dovevano subire dai venditori. Per questa ragione si era arrivati a sopprimere a poco a poco tutti gl'intermediari e ad attingere direttamente, pi che fosse possibile, alle sorgenti naturali, con l'aiuto d'apparecchi automatici, manovrati da scimmie. Non vi furono altri servitori che le scimmie addomesticate. La servit umana, del resto, non poteva fare a meno di sparire come era sparita, in altri tempi, la schiavit.
Contemporaneamente, poi, il sistema dell'alimentazione si era interamente trasformato. La sintesi chimica era giunta a sostituire zuccheri, albumine, amidi, grassi estratti dall'aria, dall'acqua e dai vegetali, composizioni eccellenti, in proporzioni calcolate scientificamente, di carbonio, d'idrogeno, d'ossigeno, d'azoto, etc. e i pasti pi sontuosi non si facevano pi intorno a tavole fumanti di pezzi d'animali sgozzati, macellati, o asfissiati, bovi, vitelli, montoni, porci, polli, pesci, uccelli, ma in eleganti saloni, ornati di piante sempre verdi, di fiori sempre sbocciati, in mezzo ad un'atmosfera pura, che i profumi e la musica rallegravano con le loro armonie. Gli uomini e le donne non inghiottivano con una ghiottoneria brutale pezzi di bestie immonde, senza neppur separare l'utile dall'inutile. Da principio le carni erano state distillate; in seguito, poich gli animali sono formati di elementi tolti al regno vegetale e al regno minerale, si ricorse a questi elementi. In bevande squisite, in frutta, in dolci, in pillole la bocca assorbiva i principi necessari alla riparazione dei tessuti organici, liberata dalla grossolana necessit di masticar della carne.
L'elettricit e il sole, d'altra parte, fabbricavano perpetuamente l'analisi e la sintesi d'aria e delle acque.
I medici erano spariti, riconosciuti inutili. Una igiene razionale, tenendo conto dei temperamenti, delle et e dei sessi, avevano sostituito fin dal trentesimo secolo l'antica medicina, cieca ed interessata.
Ciascuno aveva riconosciuto che studiando se stessi era superfluo e pericoloso esporre il proprio corpo ai palpamenti della medicina empirica e ai veleni farmaceutici. Rimasero soltanto degl'igienisti per la conservazione della salute normale, e dei chirurghi per le lesioni accidentali dell'organismo umano.
A partire dal sessantesimo secolo specialmente, il sistema nervoso s'era affinato e sviluppato in modo inatteso. Il cervello femminile era rimasto sempre un po' pi piccolo di quello maschile ed aveva continuato a pensare un po' diversamente (la squisita sensibilit femminile  subito colpita dagli apprezzamenti sentimentali, prima che il ragionamento completo abbia avuto il tempo di formarsi nelle cellule pi profonde) e la testa della donna era restata pi piccola, con la fronte meno ampia, ma cos elegantemente sorretta da un collo di leggiadra sveltezza e staccata con tanta grazia dalle spalle e dal busto armonioso, che pi che mai otteneva l'ammirazione dell'uomo. Bench, in confronto alla testa maschile fosse rimasta pi piccola, pure era cresciuta, con l'esercizio delle facolt intellettuali: ma sopra tutto le circonvoluzioni cerebrali erano divenute pi numerose e profonde, tanto sotto i crani femminili che sotto quelli maschili. In complesso, la testa era ingrossata; il corpo invece era diminuito: non c'erano pi giganti.
Quattro cause permanenti avevano contributo a modificare insensibilmente la forma umana: lo sviluppo delle facolt intellettuali e del cervello, la diminuzione dei lavori manuali e degli esercizi corporali, la trasformazione del sistema di alimentazione e la scelta dei fidanzati. La prima aveva avuto per effetto di accrescere il cranio in proporzione del resto del corpo: la seconda aveva diminuito la forza delle gambe e delle braccia; la terza l'ampiezza del ventre; e aveva rimpiccolito, affinato, arrotondito i denti; la quarta tendeva piuttosto a perpetuare le forme classiche della bellezza umana, la statura maschile, la nobilt del viso, alzato al cielo, le curve salde e graziose della donna.
Verso il centesimo secolo della nostra ra, non si ebbe che una sola razza molto piccola, bianca, nella quale gli antropologi avrebbero forse potuto ritrovare qualche traccia della razza anglo-sassone e della razza cinese.
Nessun'altra razza venne a sostituire la nostra e a dominarla. Quando i poeti avevano annunziato che l'uomo avrebbe finito, col progresso meraviglioso di tutte le cose, per mettere le ali e volare nell'aria con la sua sola forza muscolare, non avevano studiato le origini della struttura antropomorfica: non avevano pensato che, per avere insieme braccia ed ali, l'uomo avrebbe dovuto appartenere ad un ordine zoologico di sestupedi, che non esiste sul nostro pianeta, mentre egli  tra i quadrupedi, il cui tipo si  a poco a poco trasformato. Ma se l'uomo non aveva acquistato nuovi organi naturali, ne aveva acquistati di artificiali. Sapeva sopra tutto dirigersi a volont nell'aria, librarsi nelle altezze celesti, con l'aiuto di leggeri apparecchi, mossi dall'elettricit, e l'atmosfera era divenuta il suo regno, come per gli uccelli.  molto probabile che se una razza di grandi volatori avesse potuto, sviluppando nei secoli le sue facolt di osservazione, acquistare un cervello simile a quello dell'uomo anche pi primitivo, non avrebbe tardato a dominare la specie umana e a sostituire alla nostra una nuova razza. Ma poich per la grande forza della gravit terrestre le razze alate non avrebbero mai potuto acquistare uno sviluppo simile, l'umanit, perfezionata, era rimasta la sovrana del mondo.
Verso il ducentesimo secolo, la specie umana cess di somigliare fisicamente alle scimmie, e moralmente agli animali carnivori.
Tutte le divisioni nazionali delle epoche primitive erano successivamente scomparse, dopo grandi oscillazioni. L'Europa, una volta pacificata, aveva dovuto subire l'inondazione asiatica; finch vi erano stati dei barbari, le varie civilt erano state una alla volta schiacciate dalla brutalit, perch i popoli arrivati al benessere alla sicurezza, alla ricchezza, all'intellettualit, al sapere, cessano di concepire le divisioni nazionali, perdono il sentimento di patria e soccombono sotto l'invasione dei vicini, ancora barbari. Cos fu dell'Egitto, della Persia, della Grecia, di Roma, della Francia, dell'Europa intiera; prima gli Slavi, poi i Cinesi avevano dominato. Ma col progresso generale nei secoli, le civilt erano risorte, sempre un po' pi elevate e pi forti, e i barbari avevano finito per scomparire interamente dalla superfice del globo. Scomparsa la forza brutale, l'umanit s'era idealizzata e aveva cominciato a vivere intellettualmente.
 CAPITOLO II.
LE METAMORFOSI.
"Vidi ego, quod fuerat quondam solidissima tellus.
Esse fretum: vidi fractas ex aequore terras.
Et procul a pelago conchaee jacuere marinae
Et vetus inventa est in montibus anchora summis".
OVIDIUS, Metamorph. XV, 262.
 nota la leggenda dell'arabo di Kuzwini, raccontata da un viaggiatore del tredicesimo secolo, che non aveva alcuna idea della durata delle varie epoche delle natura.
"Passando un giorno - egli disse - da una citt antichissima e di prodigiosa popolazione, domandai ad uno dei suoi abitanti da quanto tempo fosse stata fondata.
-  davvero - quegli mi rispose - una citt potente, ma noi non sappiamo da quando esista e i nostri antenati, su questo punto, erano ignoranti come noi".
Cinque secoli dopo ripassai dallo stesso luogo, e non vidi alcuna traccia di quella citt. Domandai a un contadino, occupato a cogliere delle erbe nel luogo dove una volta la citt sorgeva, da quanto tempo fosse stata distrutta.
"Ecco, mi disse, una strana domanda davvero: questo terreno  stato sempre come ora".
"Ma non vi fu qui anticamente - replicai io - una splendida citt?".
"Mai - mi rispose - per quello almeno che noi abbiamo visto; e i nostri padri stessi non ci hanno mai parlato di nulla di simile".
"Ritornando cinquecento anni dopo, in quegli stessi luoghi, li trovai occupati dal mare: sulla spiaggia stava un gruppo di pescatori, a cui io domandai da quando quella terra era coperta dalle acque.
" una domanda - mi dissero - che un uomo come voi dovrebbe fare? Questo luogo  stato sempre come oggi".
Dopo cinquecento anni vi tornai ancora e il mare era scomparso; m'informai da un uomo che incontrai solo in quel luogo, da quanto tempo era avvenuto quel cambiamento, e mi rispose come gli altri.
Infine, dopo altrettanto tempo, vi ritornai per un'ultima volta e vi trovai una citt fiorente, pi popolata e pi ricca di monumenti della prima che avevo visitato; e quando volli essere informato della sua origine, gli abitanti mi risposero: "La data della sua fondazione si perde nell'antichit pi remota: noi non sappiamo da quando esista e i nostri padri, a questo riguardo, non ne sapevano pi di noi".
Non  in questa leggenda l'immagine della brevit della memoria umana e della ristrettezza dei nostri orizzonti, cos nel tempo come nello spazio?
Fig. 7. - Inesorabilmente la cometa avanzava.
Fig. 8. - Il suolo si livell, poi le acque diminuirono.
Noi incliniamo a credere che la Terra sia stata sempre come ora; soltanto difficilmente possiamo rappresentarci le trasformazioni secolari che essa ha subito; l'estensione di questi tempi ci opprime, come, in astronomia, la grandezza dello spazio.
Pure tutto cambia, si trasforma, muta aspetto. Venne il giorno in cui Parigi, questo centro di attrazione di tutte le nazioni, vide impallidir la sua luce e cess di essere l'astro del mondo.
Dopo la fusione degli Stati-Uniti d'Europa in una sola confederazione, la Repubblica russa aveva formato, da Pietroburgo a Costantinopoli una specie di barriera allo sviluppo dell'emigrazione chinese, che aveva gi fondato citt popolose sulle rive del mar Caspio. Ma le antiche nazionalit erano scomparse col progresso. Poich le bandiere europee, francese, inglese, tedesca, italiana, iberica si erano consunte e lacerate, tutte per le stesse cause, poich le comunicazioni da est ad ovest, fra l'Europa e l'America, erano divenute sempre pi facili, ed il mare non era pi un ostacolo al cammino dell'umanit, conforme a quello del Sole, l'attivit industriale-aveva preferito ai territor esausti dell'Europa occidentale le nuove terre del vasto continente americano; e gi nel venticinquesimo secolo il focolare della civilt brillava sulle rive del lago Michigan, in una nuova Atene di nove milioni d'abitanti, come Parigi. Ma col tempo l'elegante capitale francese non aveva tardato a seguire l'esempio delle sue sorelle maggiori, Roma, Atene, Menfi, Tebe, Ninive, Babilonia. Le grandi ricchezze, le risorse di ogni genere, le vere attrattive erano altrove.
L'Iberia, l'Italia, la Francia, a poco a poco andate in decadenza, avevano visto distendersi la solitudine sulle rovine delle antiche citt. Lisbona era scomparsa, sotto le onde: Madrid, Roma, Napoli, Firenze erano cadute in rovina: Parigi, Lione, Marsiglia avevano seguito, un po' pi tardi, la loro stessa sorte. I tipi e le favelle umane avevano subito una tale trasformazione che sarebbe stato impossibile all'etnologo o al filologo trovare qualche cosa del passato. Da molto tempo non si parlava pi n francese, n inglese, n tedesco, n italiano, n spagnolo, n portoghese; l'Europa aveva emigrato al di l dell'Atlantico e l'Asia aveva emigrato in Europa. I Cinesi, in numero d'un miliardo, avevano invaso a poco a poco tutta l'Europa occidentale; mescolati alla razza anglosassone, avevano, in certo modo, formato una nuova razza umana. La loro capitale principale si era distesa, come una via interminabile, da una parte e dall'altra del canale dei Due-Mari, da Bordeaux a Tolosa e a Narbona. Le cause per cui era sorta Lutezia nell'isola della Senna e si era gradatamente andata sviluppando la citt dei Parigini fino agli splendori del venticinquesimo secolo, non esistevano pi, e Parigi era morta collo sparire delle cause che l'avevano fatta fiorire e risplendere. Il commercio si era impadronito del Mediterraneo e delle grandi linee oceaniche, e il canale dei Due-Mari era divenuto l'emporio del mondo.
Le nazioni che chiamiamo moderne erano decadute come le antiche. Dopo aver vissuto circa due mila anni d'una vita tutta sua, la Francia era sparita nel ventottesimo secolo, fondendosi nello stato europeo, e lo stesso era successo della Germania nel trentaduesimo e dell'Italia nel ventinovesimo: l'Inghilterra si era sparsa sulla superficie dell'oceano. L'antica Europa offriva agli occhi e alla mente i medesimi spettacoli delle pianure dell'Assiria, della Caldea, dell'Egitto e della Grecia. Altri tempi, altri uomini. Esseri nuovi popolarono le antiche citt. Cos, ai nostri giorni, Roma e Atene vivono ancora: ma da lungo tempo i Romani e i Greci sono scomparsi dalla faccia del mondo.
Le rive del sud e dell'ovest dell'antica Francia erano state protette, per mezzo di dighe, dall'invasione del mare; ma il nord-ovest e il nord, essendo stati trascurati per l'affluire delle popolazioni a sud e a sud-ovest, l'abbassamento lento e continuo delle rive continentali, osservato fin dall'epoca di Cesare, aveva fatto discendere le antiche pianure al disotto del livello del mare e l'Oceano, continuando ad allargare la Manica e a rodere le scogliere, dall'Havre fino alla punta dell'Helder, le dighe olandesi non ressero pi, ed il mare aveva invaso i Paesi Bassi, il Belgio e il Nord della Francia. Amsterdam, Utrecht, Rotterdam, Anversa, Bruxelles, Lilla, Amiens, Rouen, erano state sommerse dalle acque e le navi avevano galleggiato sopra le loro rovine.
Parigi stessa, dopo essere stata a lungo porto di mare e spiaggia marittima, aveva visto salire le acque fino all'altezza delle antiche torri di Ntre-Dame, aveva visto coperta dalle onde agitate tutta la famosa pianura su cui per tanto tempo si erano svolti i pi brillanti destini del mondo. Era accaduto per la Francia ci che in altri tempi era stato per la Zelanda, dove per molto tempo si videro galleggiare, sui flutti, le rovine dei villaggi inghiottiti dal mare(13).
S, Parigi, la bella Parigi, l'antica e gloriosa citt non era che un mucchio di rovine. Il suolo dell'Europa, specialmente all'ovest, al nord-ovest e al nord, si era insensibilmente abbassato, 30 centimetri al secolo in media, ed il mare aveva roso gli scogli, avanzandosi di circa tre metri al secolo nel posto delle terre disgregate dalle acque. La carta della Francia era a poco a poco cambiata. L'abbassamento era stato di 3 metri in mille anni, di 24 metri in ottomila anni, e poich il livello della Senna a Parigi non  che di 25 metri su quello del mare, le grandi maree avevano roso con le loro ondate le banchine di Parigi, porto di mare a pi delle scogliere di S. Germano.
Contemporaneamente, l'erosione del continente prodotta dal mare, aveva sottratto 24 chilometri di coste.
Il logoramento delle montagne a causa delle piogge, dei ruscelli, dei torrenti aveva, in otto mila anni, un po' diminuito il rilievo dei continenti (di 56 centimetri soltanto). Ma il livello del mare non si era alzato per questa ragione, perch la quantit d'acqua era diminuita press'a poco nella stessa proporzione.
Dopo circa altrettanto tempo, diciassette mila anni, l'abbassamento era stato di 50 metri. Parigi, che era stata a poco a poco abbandonata, aveva finito coll'essere completamente sommersa. Il viaggiatore, errando sulle rovine sparse sui colli, cercava il posto del Louvre, delle Tuileries, dell'Istituto, di tutte le antiche glorie della morta capitale.
 curioso vedere quale variazione geografica porta una piccola differenza di livello.
Tracciamo due carte di Francia: una col suolo pi alto 50 metri di quello che  ora, come fu in altri tempi; un'altra con un abbassamento di suolo corrispondente, come sembra che dovr essere in avvenire, e confrontiamole. Quale trasformazione!
Tutte le rive dell'antica Francia si erano trasformate quasi in penisole. L'asse della provincia degli Stati Uniti d'Europa che teneva il luogo del popolo francese scomparso, era geograficamente tracciato da Colonia al canale dei Due Mari. Da allora Parigi, e la Francia, furono del tutto scancellate dalla storia del nostro pianeta. L'Olanda, il Belgio, una parte del nord della Francia erano interamente sommerse; Amsterdam, Rotterdam, Anversa, Lilla, erano sott'acqua; il mare arrivava a Londra da molto tempo. La piccola Bretagna era un'isola.
L'aspetto geografico della Francia, dell'Europa e della Terra intera si era modificato nel corso dei secoli. I mari avevano preso il posto dei continenti e nuovi depositi in fondo alle acque ricoprivano le et scomparse, formando nuovi giacimenti geologici. D'altra parte, i continenti avevano preso il posto dei mari.
Alle Bocche-del-Rodano, per esempio, la terra ferma che da principio aveva guadagnato sul mare, tutta l'estensione da Arles alla riva, aveva continuato ad estendersi verso sud: in Italia, le alluvioni del Po avevano continuato ad avanzarsi nell'Adriatico, come quelle del Nilo, del Tevere e di molti fiumi pi recenti nel Mediterraneo. D'altra parte, dune e cordoni littoranei avevano accresciuto in proporzioni variabili il dominio della terra ferma: l'aspetto dei continenti e dei mari era cambiato al punto che era impossibile riconoscere le antiche carte geografiche della storia.
Non  pi a periodi di cinque secoli ciascuno che lo storico delle epoche della natura deve contare, come l'Arabo del tredicesimo secolo, di cui poco fa abbiamo riferito la leggenda: il decuplo di questo periodo basta appena per modificare sensibilmente le configurazioni della terra, perch cinque mila anni sono un'inezia rispetto all'oceano delle et. Bisogna contare a diecine di migliaia d'anni, per vedere l'insieme dei continenti discesi nel fondo delle acque e terre nuove emerse alla luce del sole, in seguito ai cambiamenti, avvenuti nei secoli, del livello della superficie terrestre il cui spessore e la cui densit variano secondo le regioni e il cui peso sul nucleo planetario ancora plastico e mobile, fa oscillare le pi vaste regioni. Una leggera variazione d'equilibrio, un movimento di basculla insignificante, di meno di 100 metri, spesso, sui 12.000 chilometri di diametro del globo, basta a trasformare la faccia del mondo.
E, se noi esaminiamo nel suo insieme la storia della Terra, non a periodi di dieci, venti o trenta mila anni, ma di centomila, per esempio, constatiamo che in una diecina di queste grandi epoche, cio in un milione d'anni, la superficie del globo  stata molte volte trasformata, specialmente in certe regioni di attivit degli agenti interni ed esterni.
Inoltrandoci di uno o due milioni di anni nell'avvenire, assistiamo ad un flusso e riflusso prodigioso degli esseri e delle cose.
Quante volte, in questo corso di dieci o ventimila secoli, quante volte le onde del mare sono venute a rovesciarsi sulle antiche citt umane! Quante volte la terra ferma  uscita di nuovo, vergine e rigenerata, dagli abissi dell'oceano! Queste variazioni erano avvenute in addietro per brusche rivoluzioni e sprofondamenti del suolo, spostamenti di livello, rottura delle dighe naturali, terremoti, convulsioni del terreno, eruzioni vulcaniche, sollevamenti di montagne, nelle epoche primitive, in cui il pianeta ancora caldo e liquido era ricoperto, esteriormente, da una sola debole scorza ghiacciata sopra un oceano ardente. Poi le trasformazioni erano state lente, di mano in mano che questa crosta superficiale era divenuta pi spessa e pi solida: la contrazione graduale del globo aveva prodotto la formazione di vuoti sotto l'involucro solido, la caduta di diverse parti di quest'involucro sul nucleo pastoso e infine movimenti di basculla, che avevano trasformato il rilievo del suolo terrestre. Pi tardi ancora, modificazioni insensibili erano avvenute per gli agenti esterni: da una parte i fiumi, trasportando continuamente alla foce i detriti delle montagne, avevano elevato il fondo del mare ed aumentato lentamente il dominio della terra, avanzandosi lentamente nell'interno dei mari, facendo ritirare, coi secoli, gli antichi porti nella terra continentale: e d'altra parte l'azione delle onde e delle tempeste, rodendo di continuo le scogliere, aveva diminuito il dominio dei continenti a beneficio del mare. Perpetuamente e senza tregua, la configurazione geografica delle rive s'era trasformata, e pi d'una volta il mare aveva preso il posto della terra, e la terra quello del mare. Il nostro pianeta era divenuto, per lo storico, tutto un altro mondo. Tutto era cambiato. Continenti, mari, configurazioni geografiche, razze, lingue, costumi, corpi e spirito, sentimenti, idee, tutto.
La Francia sott'acqua, il fondo dell'Atlantico emerso, una parte dell'America scomparsa, un continente al posto dell'Oceania, la China sotto il mare: la morte aveva sostituito la vita e la vita la morte, con l'oblio eterno di tutto ci che altre volte aveva fatto la gloria e la grandezza delle nazioni! Se l'umanit attuale emigrasse su Marte, forse vi si sentirebbe meno a disagio che se qualcuno di noi ritornasse sulla Terra, dopo queste tappe dell'avvenire.
Nello stesso tempo, periodicamente, la popolazione animale del globo si era, a poco a poco, trasformata. Le bestie feroci, leoni, tigri, iene, pantere, elefanti, giraffe, canguri, al pari delle balene, dei capidogli, delle foche, spariti del tutto. Lo stesso era accaduto degli uccelli di rapina. L'umanit aveva conquistato e addomesticato le specie che poteva utilizzare, e distrutto le altre, impadronendosi completamente del globo. Il regno della natura aveva indietreggiato continuamente con le vittorie della civilt.
Tutto il pianeta aveva finito per divenire il giardino dell'umanit, giardino ormai diretto scientificamente, razionalmente, con intelligenza: non si videro pi gli alberi fruttiferi e le vigne fiorire prima dei geli della primavera, n la grandine devastare i frutti della terra, n le tempeste devastare i frumenti, n i fiumi inondare i villaggi, n le piogge o l'aridit mandare a male i raccolti, n l'eccesso del calore o del freddo uccidere gli esseri. Si utilizz in inverno il calore solare, immagazzinato con cura durante l'estate; l'ordine naturale e l'ordine sociale furono organizzati; gli operai non morirono pi di fame, decimati dalla miseria, e i fannulloni non morirono pi di apoplessia o di gastralgia, per aver mangiato troppo. L'intelligenza regn.
...
.
...
CAPITOLO 3. L'APOGEO.
.
"Ali! Ali!
Ali al di sopra della vita!
Ali al di l della morte!"
RUCKERT.
.
Il progresso  la legge suprema imposta a tutti gli esseri dal Creatore; ogni essere aspira al meglio; ci  ignoto donde veniamo e dove andiamo; i sistemi solari trasportano i mondi traverso gli spazi infiniti; noi non vediamo n l'origine n la fine e lo scopo resta sconosciuto. Ma nella nostra sfera di percezione cos circoscritta, cos limitata, cos incompleta, nonostante la morte degl'individui, delle specie e dei mondi, constatiamo che il progresso governa la natura e che ogni essere creato si evolve costantemente verso un grado pi alto. Ognuno vuol salire, nessuno discendere.
Traverso le metamorfosi secolari del pianeta, l'umanit era sempre andata perfezionandosi col progresso che  la legge suprema, e dalle origini della vita sulla Terra fino al giorno in cui le condizioni di abitabilit del globo cominciarono a diminuire, tutti gli esseri viventi si erano sviluppati in bellezza, in ricchezza di organi e in perfezionamenti. L'albero della vita terrestre, inaugurato al tempo dei protozoari rudimentali, acefali, ciechi, sordi, muti, quasi affatto sprovvisti di sensibilit, si era inalzato nella luce, aveva acquistato successivamente gli organi meravigliosi dei sensi ed era arrivato all'uomo che, perfezionato egli stesso di secolo in secolo, si era lentamente trasformato, dal selvaggio primitivo, schiavo della natura, fino al sovrano intellettuale, che aveva dominato il mondo e aveva fatto della terra un paradiso di felicit, di estetica gioiosa, di scienza e di volutt.
La Scienza aveva trasfigurato il pianeta. Gli abitanti di questo globo vivevano finalmente nel cielo, sapendo di esserne cittadini. La fisica e la chimica avevano fatto tanti progressi quanti ne aveva fatti l'astronomia. L'industria aveva sostituito dappertutto macchine automatiche alla schiavit della mano d'opera. Le arti avevano raggiunto l'ideale delle pi nobili concezioni umane.
.
La sensibilit nervosa dell'uomo aveva acquistato uno sviluppo prodigioso. I sei antichi sensi, la vista, l'udito, l'odorato, il tatto, il gusto, il senso della riproduzione si erano gradatamente elevati al di sopra delle grossolane sensazioni primitive, per raggiungere una delicatezza squisita. Con lo studio delle propriet elettriche degli esseri viventi, un settimo senso, il senso elettrico, si era, per cos dire, creato, e ogni donna aveva la facolt, pi o meno attiva, pi o meno viva, secondo i temperamenti, di esercitare un'attrazione o una repulsione sui corpi, sia vivi, sia inerti.
.
Ma il senso che dominava tutti gli altri e che teneva il primo posto nelle relazioni umane era certamente l'ottavo, il senso psichico, che faceva comunicare tra loro le anime, a distanza.
Due altri sensi si erano intravisti, ma avevano subito un arresto fatale di sviluppo dalla loro nascita, per cos dire. Il primo aveva avuto per oggetto la visibilit dei raggi ultra-violetti, cos sensibili ai processi chimici, ma completamente oscuri per la retina umana: gli occhi, che si erano esercitati in questo senso, non avevano acquistato quasi nulla di facolt nuove e avevano perduto molto delle antiche. Il secondo aveva avuto per scopo l'orientazione ma non era riuscito meglio, neppure in seguito ai tentativi di utilizzazione del magnetismo terrestre.
.
Non si era arrivati a chiudere gli orecchi ai discorsi noiosi come si chiudono gli occhi a volont, facolt che esiste in certi mondi pi privilegiati del nostro. La nostra organizzazione imperfetta s'era fatalmente opposta a pi di un progresso desiderabile.
La scoperta della periodicit sessuale dell'uovo produttore di femmine aveva, per un certo tempo, prodotto un perturbamento pericoloso, nella proporzione delle nascite, perch si tem che non vi sarebbero altro che maschi. L'equilibrio fu ristabilito con una vera e propria trasformazione sociale.
A poco a poco, in molte regioni, le donne di mondo cessarono di esser madri e il peso della maternit, a cui le eleganze femminili non si adattarono pi, fu abbandonato alle ragazze del popolo e delle campagne.
.
L'amore era divenuto la legge suprema, essendo fine a se stesso, lasciando nell'ombra e nell'oblio l'antico dovere di perpetuare la specie, avvolgendo l'essere sensitivo di carezze e di piaceri. La bellezza e il profumo dei fiori fanno qualche volta dimenticare i frutti.
Da molto tempo, del resto, le forti generazioni uscivano dalle file del popolo: poich i talami aristocratici, snervati, non avevano che rari discendenti, deboli ed infermi; e nelle citt brillanti si era vista da una nuova specie di donne riportare nel mondo il fascino carezzevole e lascivo delle volutt orientali, raffinate anche dai progressi di un lusso stravagante. I costumi e le convenzioni sociali avevano subito trasformazioni profonde. I fanciulli erano allevati a spese dello Stato. Le eredit erano state interamente soppresse. I legami del matrimonio legale erano stati rotti e nessuna legge poteva pi incatenare scambievolmente due esseri.
.
Le donne, elettrici ed eleggibili, che avevano conquistato un posto importante nella legislazione, avevano fatto tutti i loro sforzi per mantenere nella sua integrit l'antica e vantaggiosa istituzione del matrimonio; ma non avevano potuto impedire che cadesse a poco a poco in disuso, poich le unioni ispirate dall'amore ardente e reciproco avevano sostituito tutte le antiche associazioni d'interesse. La libera scelta dei fidanzati, la selezione e l'ereditariet produssero una razza di uomini rigenerati, che pareva uscita dalla terra fecondata da un nuovo diluvio e che, di nuovo, trasform la faccia del mondo.
Nuove civilt si succedettero, flusso e riflusso dell'immensa marea della storia umana. La materia si umili a poco a poco sotto il dominio ascendente dello spirito.
I lavoratori intellettuali, per i quali le giornate passano cos presto, erano giunti ad allungar di due ore, senza nuova fatica, il tempo che consacravano alle ricerche utili all'umanit, prendendo queste due ore agli uomini senza valore intellettuale, che desiderano di "ammazzare il tempo". Di comune accordo, i primi si erano creati giornate di ventisei ore e i secondi di ventidue, in questo senso: che i primi dormivano sei ore al giorno invece di otto, mentre gli altri dormivano dieci ore, durante le quali gente esperta sottraeva loro, con una impercettibile operazione di pochi secondi, una certa dose di forza virile che trasfondevano nelle arterie dei primi. Era come se avessero dormito tutti otto ore: ma in realt erano due ore guadagnate per gli uomini utili.
L'ottavo senso, soprattutto, il senso psichico, teneva un gran posto nelle relazioni umane.
Lo sviluppo delle facolt intellettuali dell'uomo, la cultura degli studi psichici avevano cambiato del tutto la nostra razza. Si erano scoperte nell'anima forze latenti che avevano dormito nel primo periodo degl'istinti grossolani, per pi d'un milione di anni e, di mano in mano che l'alimentazione, da bestiale come era stata per tanto tempo, era divenuta di ordine chimico, le facolt dell'anima si erano elevate, ravvivate, ingrandite in un magico slancio.
Da allora si pens in modo tutt'affatto diverso da quello con cui l'umanit pensa attualmente. Le anime comunicarono, con facilit, tra loro, a distanza. Le vibrazioni eteree che resultano dai movimenti cerebrali si trasmettevano in virt di un magnetismo trascendente di cui anche i fanciulli si sapevano servire. Ogni pensiero eccita nel cervello un movimento vibratorio; questo movimento d origine ad onde eteree e, quando queste onde incontrano un cervello in armonia col primo, possono comunicargli il pensiero iniziale che le ha prodotte: come una corda vibrante riceve a distanza l'ondulazione emanata da un suono lontano, come la lamina del telefono riproduce la voce, silenziosamente trasmessa da un movimento elettrico. Queste facolt, latenti per lungo tempo nell'organismo umano, erano state studiate, analizzate e sviluppate. Non era raro che un pensiero ne evocasse un altro, distante, e facesse apparire con quello l'immagine dell'essere desiderato. L'essere evocava l'essere.
La donna continu ad esercitare sull'uomo un'attrazione pi forte di quella che l'uomo esercitasse su lei. L'uomo rimase schiavo dell'amore. Nelle ore di assenza, di solitudine, di sogno, bastava che ella pensasse, desiderasse, chiamasse, per veder comparire la dolce immagine del diletto. E qualche volta la comunicazione era cos completa, che l'immagine diveniva tangibile ed udibile, tanto le vibrazioni dei due cervelli erano d'accordo. Ogni sensazione risiede nel cervello, non altrove.
Gli esseri terrestri che vivevano cos nella sfera spirituale, comunicavano anche con esseri invisibili che vivono intorno a noi, sprovvisti di corpo materiale, e comunicavano anche da un mondo a un altro.
La prima comunicazione inter-astrale era stata col pianeta Marte, la seconda col pianeta Venere e dur sino alla fine della Terra: ma quella di Marte fin per la morte dell'umanit marziale, mentre le comunicazioni con Giove cominciarono soltanto, e per pochi iniziati, verso la fine dell'umanit terrestre.
Questi studi ultra mondani e una selezione bene intesa nelle unioni avevano finito per creare una razza davvero nuova, superlativamente nervosa, la cui forma organica rassomigliava certamente alla nostra, ma aveva facolt intellettuali tutte diverse. La conoscenza dell'ipnosi, l'azione ipnotica, magnetica, psichica aveva sostituito con vantaggio gli antichi processi cos barbari e cos ciechi, talvolta, della medicina, della farmacia, e anche della chirurgia. La telepatia era divenuta una scienza vasta e feconda.
L'umanit aveva raggiunto un grado di ragione sufficiente, per vivere con tranquillit e con intelligenza. Gli sforzi della mente e del lavoro erano stati rivolti alla conquista di nuove forze naturali e al perfezionamento costante della civilt. Insensibilmente, gradualmente, la persona umana era stata trasformata o, meglio, trasfigurata.
Gli uomini erano quasi tutti intelligenti. Si ricordavano, sorridendo, delle ambizioni fanciullesche dei loro avi nell'epoca in cui, invece di essere "qualcuno" ognuno cercava di essere "qualche cosa": deputato, senatore, accademico, prefetto, generale, ministro, pontefice, direttore di questo o di quello, gran-croce d'una sciocchezza nazionale qualunque, e combatteva febbrilmente nella lotta delle apparenze. Avevano finalmente compreso che la felicit consiste nell'intelligenza, che lo studio  la pi elevata soddisfazione dell'anima, che l'amore  il sole dei cuori, che la vita  breve, che non merita far conto delle esteriorit e tutti erano felici nell'indipendenza del pensiero, senza preoccupazione di quei beni che non possono essere portati via.
Le donne avevano acquistato una bellezza perfetta, con le figure assottigliate, cos diverse dall'abbondanza ellenica, con la carne d'una bianchezza diafana, gli occhi illuminati da una luce di sogno, i lunghi capelli di seta, di un castagno rosso in cui si erano fusi il bruno e il biondo d'altri tempi, colore nuovo illuminato dei toni fulvi del sole morente, temperato d'armoniosi riflessi; l'antica mascella, che aveva qualche cosa di bestiale, era scomparsa e si era idealizzata in una bocca minuscola: e davanti a quei graziosi sorrisi, a quelle perle rilucenti, incastrate nella tenera carne di rosa, non si poteva capire come gli amanti primitivi avessero potuto baciare con ardore le bocche delle donne primitive.
Sempre, nell'anima femminile, il sentimento dominava la ragione, sempre i nervi avevano conservato la loro auto-eccitabilit, cos curiosa, sempre la donna aveva continuato a pensare un po' diversamente dall'uomo, conservando la sua indomabile tenacit d'impressioni e d'idee; ma tutto il suo essere era cos squisito, le qualit del suo cuore avvolgevano l'uomo in un'atmosfera cos dolce e penetrante, era, nella donna, tanta abnegazione, tanta devozione e bont, che non si poteva desiderare nulla di pi e la felicit sembrava esser giunta per sempre al suo apogeo. Forse la giovinetta era come un fiore, troppo presto sbocciato: ma le sensazioni erano cos vive, decuplicate, centuplicate dalle delicatezze della trasformazione nervosa a poco a poco avvenuta, che la giornata della vita non aveva pi aurora, n crepuscolo.
D'altra parte, l'intelligenza, il pensiero, il sogno dominavano l'antica materia. La bellezza regn. Fu un'era di volutt ideale. Pi che in qualunque altra epoca della storia, in questo periodo d'iperestesia di tutti i sensi, gli uomini divennero pazzi per le donne, e le donne pazze del loro corpo. Questa specie di sovreccitazione cerebrale non imped affatto che i pi grandi lavori dell'intelletto si compissero e che si realizzassero le pi meravigliose scoperte scientifiche. Pareva proprio che fosse sorta un'altra razza umana, dominante da una magica altezza quella di Aristotele, di Keplero, di Hugo, delle Frini, delle Diane di Poitiers, delle Paoline Borghese. La trasformazione era cos completa che con uno stupore vicino all'incredulit si guardavano, nei musei geologici, gli esemplari degli uomini fossili dal ventesimo al centesimo secolo, coi loro scheletri pesanti, i loro denti brutali e i loro grossi intestini: si ammetteva appena che organismi cos materiali avessero davvero potuto essere gli antenati dell'elegante razza dell'apogeo.
Cos l'umanit era giunta a uno stato di felicit fisica e morale, di grandezza intellettuale, di perfezionamento scientifico artistico e industriale, incomparabilmente superiore a tutto quello che possiamo immaginare. Abbiamo detto che il calore centrale del globo era stato conquistato e applicato al riscaldamento generale della superficie terrestre in inverno, a riscaldare citt, villaggi, officine, industrie diverse, per molti milioni di anni.
Quando questo calore, essendosi a poco a poco abbassato, aveva finito con lo sparire, i raggi solari erano stati presi, immagazzinati, diretti a piacere dall'uomo: l'idrogeno era stato estratto dall'acqua dei mari; la forza delle cadute d'acqua, prima, poi quella delle maree, era stata trasformata in forza calorifica e luminosa; tutto quanto il pianeta terrestre era divenuto cosa della scienza, che soggiogava a volont tutti gli elementi. Gli antichi sensi umani elevati a un grado di raffinamento che ora si direbbe extra terrestre; i nuovi sensi, di cui abbiamo parlato, perfezionati di generazione in generazione: l'essere umano sempre pi alleggerito della grave materia; il modo di alimentazione trasformato, l'intelligenza divenuta dominatrice del corpo, gli appetiti volgari dei primitivi tempi scomparsi, le facolt psichiche in esercizio perpetuo, agenti a distanza su tutta la superfice del globo, comunicanti, come abbiamo detto, con gli abitanti dei pianeti vicini; strumenti scientifici per noi inconcepibili, in sostituzione degli antichi strumenti d'ottica, che avevano aperta la via ai progressi dell'astronomia fisica; tutto un mondo nuovo di percezioni e di studi, in uno stato sociale illuminato, dal quale l'invidia e la gelosia erano sparite insieme al furto, alla miseria e all'assassinio; era una umanit reale, in carne e in ossa come la nostra, ma superiore per grandezza intellettuale, per sensazioni squisite e finezza di spirito, a quella dei nostri tempi; come noi siamo superiori, rispetto alle scimmie dell'epoca terziaria.
L'interesse del denaro, sopra tutto, aveva cessato di dominare i pensieri e le azioni umane. Il sentimento guidava i cuori, l'intelligenza guidava gli spiriti.
Grazie ai progressi della fisiologia, all'igiene universale, alle cure pi scrupolose dell'antisepsi, all'assimilazione degli estratti orchitici e vertebrali, al rinnovamento del sangue nei tessuti, allo sviluppo del benessere generale e all'esercizio di tutte le facolt, la durata della vita umana era stata molto prolungata, e non era raro vedere vecchi di cento cinquanta anni. Non si era potuta sopprimere la morte, ma si era trovato il modo di non invecchiare, e le potenze della giovent si perpetuavano oltre i cento anni. La maggior parte delle malattie era stata vinta dalla scienza, dalla tisi al mal di denti. E il carattere della gente era quasi sempre amabile - tolte alcune sfumature inevitabili - perch esso dipende molto dal temperamento e dalla salute, e gli organismi erano quasi tutti equilibrati.
L'umanit aveva mirato all'unit: una sola razza, una sola lingua, un solo governo generale, una sola religione (la filosofia astronomica): non pi sistemi religiosi ufficiali, la sola voce delle coscienze illuminate: e in quest'unit le differenze antropologiche antiche avevano finito per fondersi. Non s'incontravano pi teste a pan di zucchero, di fanatici creduli, n teste piatte, di scettici ciechi. Le religioni di altri tempi, il cristianesimo, l'islamismo, il buddismo, il moseismo sembravano quasi leggende mitologiche. La Trinit cristiana abitava il cielo pagano. Gli olocausti offerti per tanti secoli agli Dei antropomorfi e ai loro profeti, a Budda, a Osiride, a Ieova, a Baal, a Giove, a Ges o a Maria, a Mois o a Maometto, i culti dei tempi antichi e moderni, tutte queste astrazioni del pensiero religioso erano spariti con l'incenso delle preghiere, si erano perduti nel cielo terrestre, nell'atmosfera nebulosa, senza aspettare l'Essere irraggiungibile. Lo spirito umano non aveva potuto conoscere l'inconoscibile.
L'astronomia era arrivata al suo scopo: la conoscenza della natura degli altri mondi.
Come le lingue, come le idee, come i costumi, come le leggi, la maniera di computare il tempo era cambiata. Si contava sempre ad anni e a secoli; ma l'ra cristiana era scomparsa, come i santi del calendario, come l'ra mussulmana, giudaica, cinese, affricana, come le altre. Le antiche religioni di Stato si erano spente col bilancio dei culti e coll'andar del tempo erano state sostituite, nei cuori, dalla filosofia astronomica.
Vi era un solo calendario per tutta l'umanit, composto di dodici mesi, divisi in quattro trimestri uguali, formati di tre mesi di 31, 30 e 30 giorni, poich ogni trimestre conteneva esattamente tredici settimane. Il "giorno dell'anno" era un giorno di festa e non contava nell'annata. Negli anni bisestili ce n'erano due. La settimana era stata conservata. Tutti gli anni cominciavano nello stesso giorno, il luned, e le stesse date corrispondevano indefinitamente agli stessi giorni della settimana. L'anno cominciava, per tutto il globo, con la data antica del 20 marzo. L'ra, puramente astronomica, aveva per origine la coincidenza del solstizio di decembre col perielio e si rinnovava ogni venticinquemila settecento sessantacinque anni. La prima ra, abbracciando tutta la storia antica e sopprimendo le date negative anteriori alla nascita di Ges Cristo, datava dall'anno 24517 avanti l'ra cristiana. La storia cominciava l. La seconda era era stata fissata nell'anno 1248 dell'ra nostra: la terza, con una festa universale, nell'anno 27013 e si era continuato cos, tenendo conto, in seguito, delle variazioni astronomiche secolari, della precessione degli equinozi e dell'obliquit dell'eclittica.
I princip razionali avevano finito per trionfare di tutte le bizzarrie fantastiche degli antichi calendari. La scienza aveva saputo conquistare tutte le energie della natura e rivolgere tutte le forze psichiche e fisiche a profitto dell'umanit: i soli limiti delle sue conquiste erano stati quelli delle facolt umane certamente limitate in confronto alle facolt di alcuni esseri extra-terrestri ma tuttavia notevolmente superiori alle nostre facolt attuali.
Il nostro pianeta arriv cos a formare una sola patria, illuminata da una viva luce intellettuale, trionfante nei suoi alti destini, come un cuore che si apra tra gli accordi d'una immensa armonia.
Tuttavia, ogni mondo ha la sua sfera di espansione spirituale, e anche la nostra Terra aveva un limite, che non poteva essere oltrepassato. Nei dieci milioni di anni della storia dell'umanit, la specie umana, sopravvivendo a tutte le generazioni, aveva subito questi grandi mutamenti fisici e morali. Era rimasta sempre la sovrana della Terra, e non era stata detronizzata da nessun'altra razza, perch nessun essere discende dal cielo, n sale dall'inferno, non nasce nessuna Minerva armata, nessuna Venere si sveglia fanciulla in una conchiglia di madreperla, a fior delle onde; tutto diviene e la specie umana, derivata dai suoi antenati, era stata, fino dalla sua origine, il resultato naturale dell'evoluzione vitale del pianeta. La legge del progresso l'aveva fatta uscire dal limbo dell'animalit; e questa medesima legge aveva continuato ad agire su lei e l'aveva a poco a poco perfezionata, trasformata, raffinata.
Ma venne il tempo in cui, cominciando a perdere di forza le condizioni atte alla vita terrestre, l'umanit doveva smettere di progredire, doveva entrare, anch'essa, nella via della decadenza.
Il calore interno del globo, ancora considerevole nel diciannovesimo secolo, ma gi senz'alcuna efficacia sulla temperatura della superfice, che era mantenuta soltanto dal Sole, era lentamente diminuito, e la Terra aveva finito col raffreddarsi interamente. Questo raffreddamento non aveva avuto diretta influenza sulle condizioni fisiche della vita terrestre, che era rimasta soggetta al calore solare e all'atmosfera. Il raffreddamento interno del pianeta non pu produrre la fine del mondo.
Insensibilmente, di secolo in secolo, il globo si era livellato (fig. 8). Le piogge, le nevi, i geli, il calore solare, i venti avevano esercitato la loro azione sulle montagne; le acque dei torrenti, dei ruscelli, dei fiumi avevano lentamente trasportato al mare i detriti di tutti questi rilievi continentali: il fondo del mare s'era rialzato e le montagne erano quasi interamente scomparse.... in nove milioni di anni. Intanto il pianeta era invecchiato pi presto del Sole: aveva perduto le sue condizioni di vitalit pi rapidamente di quel che l'astro del giorno non avesse perduto le sue facolt raggianti di luce e di calore.
Questa evoluzione planetaria  conforme alla nostra attuale conoscenza dell'universo.
Senza dubbio la nostra logica  fatalmente incompleta, puerile, di fronte alla grande Verit universale ed eterna, e vale quella delle due formiche, che parlavano fra loro della storia di Francia. Ma, nonostante la modestia inflitta al nostro sentimento dall'infinit delle cose create, nonostante l'umilt del nostro essere, la sua nullit davanti all'infinito, non possiamo sottrarci alla necessit di apparir logici a noi stessi: non possiamo pretendere che dimettere la nostra ragione sia miglior garanzia di giudizio, che il farne uso. Noi crediamo ad una costituzione intelligente dell'universo, a un destino dei mondi e degli esseri; pensiamo che i globi importanti del sistema solare devono durare pi a lungo dei minori e che, per conseguenza, la vita dei pianeti non sia sospesa in ugual modo ai raggi del Sole, e non debba durare uniformemente quanto quell'astro. Del resto, l'osservazione diretta conferma anch'essa questo modo di vedere l'universo. La Terra, sole spento, s' raffreddata pi presto del Sole: Giove, immenso,  ancora alla sua epoca primordiale: la Luna, pi piccola di Marte,  avanzata pi di lui nelle fasi della sua vita astrale (forse  giunta alla fine), Marte, pi piccolo della Terra,  avanzato nella vita pi di noi, meno della Luna. Il nostro pianeta, a sua volta, deve precedere Giove nel suo destino finale, e precedere anche lo spengersi del Sole.
Confrontiamo, infatti, la grandezza della Terra con quella degli altri pianeti: Giove  undici volte pi largo di diametro del nostro globo, e il Sole  circa dieci volte pi largo di Giove.
Il diametro di Saturno  nove volte quello della Terra. Ci sembra naturale pensare che Giove e Saturno vivranno pi a lungo della Terra, di Venere, Marte o Mercurio, pigmei del cielo!
I fatti confermarono queste deduzioni della scienza umana. Mille agguati ci erano tesi nell'immensit: mille accidenti potevano colpirci, comete, corpi celesti, oscuri o infiammati, nubulose, etc.: ma il nostro pianeta non mor per questo. La vecchiezza attese lui, come gli altri esseri. Ed esso invecchi pi presto del Sole, perdette le condizioni necessarie alla sua vita pi presto di quello che l'astro centrale perdesse il suo calore e la sua luce.
Durante i periodi secolari del suo splendore vitale, quando troneggiava nel coro dei mondi, dando vita, alla sua superfice, ad una umanit intellettuale, vincitrice delle forze cieche della natura, allora una atmosfera vivificante avvolgeva i suoi regni d'un'aureola protettrice, sotto la quale si svolgevano tutti i giuochi della vita e della felicit.
Un elemento essenziale della natura, l'acqua, governava la vita terrestre; questa sostanza era entrata fin da principio nella composizione di tutti i corpi, vegetali, animali ed umani; essa formava la parte attiva della circolazione atmosferica, costituiva l'organo principale dei climi e delle stagioni, era la sovrana dello Stato terrestre.
Di secolo in secolo, la quantit d'acqua era diminuita nei mari, nei fiumi, nell'atmosfera. Una parte dell'acqua piovana era stata dapprima assorbita nell'interno della Terra e non era tornata al mare, perch, invece di discendere, scivolando su letti impermeabili, e di formare o sorgenti, o corsi d'acqua sotterranei e sotto-marini, s'era infiltrata profondamente e aveva riempito a poco a poco tutti i vuoti, tutte le fessure, saturando le rocce fino a una grande profondit. Finch il calore interno del globo era stato sufficiente ad opporsi alla discesa indefinita di queste acque e a convertirle in vapore, la quantit d'acqua alla superfice del globo era rimasta notevole. Ma passarono i secoli e venne il tempo in cui il calore interno del globo fu interamente disperso nello spazio e cess di opporsi all'infiltrazione delle acque in questa massa porosa.
Esse diminuirono a poco a poco alla superfice, si unirono alle rocce sotto forma d'idrati e si fissarono, e disparvero in parte dalla circolazione atmosferica.
Basta, infatti, che le acque del mare diminuiscano soltanto qualche decimo di millimetro all'anno, perch in dieci milioni di anni siano consumate.
L'infiltrazione graduale delle acque nell'interno del globo, di mano in mano che il calore primitivo di questo globo si perde nello spazio, il fissarsi lento degli ossidi e degl'idrati portarono, dopo otto milioni di anni circa, una diminuzione di tre quarti nella quantit d'acqua in circolazione sulla superfice della Terra. In seguito al livellamento dei rilievi continentali, dovuto all'opera secolare delle piogge, delle nevi, dei ghiacci, dei venti, dei ruscelli, dei torrenti, dei fiumi, che trasportavano lentamente tutti i detriti al mare, in obbedienza alle leggi di gravit, il globo terrestre quasi divenne una superfice di uguale livello ed i mari non ebbero quasi pi profondit.
Ma poich, nell'evaporazione e nella formazione del vapore acqueo atmosferico, agisce soltanto la superfice delle acque e non la loro profondit, l'atmosfera era sempre molto ricca di vapore acqueo. Il nostro pianeta raggiunse allora le condizioni d'abitabilit che osserviamo attualmente su Marte, mondo ancora abitabile per esseri simili a quelli che popolano la Terra, nel quale vediamo i grandi oceani scomparsi, i mari ridotti a stretti mediterranei, poco profondi, i continenti appianati, l'evaporazione facile, il vapore acqueo ancora in quantit considerevole nell'atmosfera, le piogge rare, le nevi abbondanti nelle regioni polari di condensazione e la loro fusione quasi totale durante le estati di ogni anno.
Questa epoca segn l'apogeo dell'umanit terrestre.
Di qui le condizioni della vita impoverirono. Di generazione in generazione gli esseri subirono trasformazioni profonde. Specie vegetali, specie animali, razza umana, tutto ancora cambi.
Ma mentre fin qui le varie metamorfosi avevano arricchito, abbellito, perfezionato gli esseri, venne il giorno in cui la decadenza cominci.
L'intelligenza umana aveva conquistato cos completamente le forze della natura, da sembrare che mai la grandezza cos gloriosamente raggiunta potesse esser vinta. La diminuzione dell'acqua, tuttavia, cominci a dare l'allarme ai pi ottimisti. Gli oceani erano scomparsi. I poli erano rimasti gelati. I continenti che occupavano le antiche latitudini dove Babilonia, Ninive, Ecbatane, Tebe, Menfi, Atene, Roma, Parigi, Londra, New-York, Cicago, Liberty, Pax e tanti altri focolari di civilt avevano sparso un cos vivo splendore, erano immensi deserti, senza un fiume e senza un mare. A poco a poco l'umanit si era avvicinata alla zona tropicale, ancora bagnata da corsi d'acqua, laghi e mari. Non vi erano pi montagne, pi condensatori di nevi.
La terra era quasi appianata e mari mediterranei poco profondi, laghi, e qualche corso d'acqua, confinarono la vegetazione e la vita nella zona ristretta delle regioni equatoriali.
...
.
...
CAPITOLO 4. VANITAS VANITATUM.
.
"Eternit, nant, pass, sombres abmes,
Que faites-vous des jours que vous engloutissez?
Parlez: nous rendrez-vous ces extases sublimes
Que vous nous ravissez?"
LAMARTINE, Mditations.
.
Tutto questo immenso progresso dell'umanit, lentamente e gradualmente raggiunto con un lavoro di molti milioni di anni, doveva - o legge misteriosa ed impenetrabile all'homunculus terrestre! - doveva finire alla sommit di una curva, a un apogeo, ed arrestarsi.
E la curva geometrica che potrebbe segnare, rispetto alla nostra intelligenza, il diagramma della vita umana, discender come  salita.
Partita da zero, dalla nebulosa cosmica primitiva, inalzatasi, colle forze planetarie ed umane, alla sua cima luminosa, ridiscende, per cadere nella notte eterna.
S, tutto questo progresso, tutta questa scienza, tutta questa felicit, tutte queste glorie dovevano un giorno arrivare all'ultimo sonno, al silenzio, all'annullamento della storia stessa. La vita terrestre era nata: doveva finire. Il sole dell'umanit si era levato, altre volte, nelle speranze dell'aurora, era salito gloriosamente al suo meriggio; ne discendeva per svanire in una notte senza dimani.
A che cosa, dunque, tutte queste glorie, tutte queste lotte, tutte queste conquiste, tutte queste vanit avevano servito, se la luce e la vita dovevano spengersi?
I martiri e gli apostoli di tutte le libert avevano versato il loro sangue per innaffiare questa terra, destinata a morire, a sua volta.
Tutto doveva sparire e la morte doveva restare l'ultima sovrana del mondo. Avete mai pensato, contemplando un cimitero di villaggio, come  piccolo questo cimitero, per contenere tutte le generazioni, che si sono ammassate l per secoli e secoli? L'uomo esisteva gi avanti l'ultima epoca glaciale anteriore a noi di due mila secoli, e la sua antichit pare che risalga a pi di duecento cinquanta mila anni. La storia scritta data da ieri. Si son trovate a Parigi pietre tagliate e levigate che attestano la presenza dell'uomo, sulle rive della Senna, molto innanzi alla prima origine storica dei Galli. I Parigini della fine del diciannovesimo secolo si muovono su di una terra consacrata da pi di diecimila anni d'antenati. Che cosa resta di tutti quegli esseri che hanno formicolato in questo fro del mondo? Che cosa resta dei Romani, dei Greci, degli Egiziani, degli Asiatici, che hanno regnato attraverso i secoli? Che cosa resta dei miliardi d'uomini che hanno vissuto? Neppure un pugno di ceneri!
Muore un essere umano al secondo, su tutto quanto il globo; ossia circa ottantaseimila uomini al giorno, e ne nasce lo stesso numero o, per dir meglio, un po' di pi. Questa statistica, fatta nel diciannovesimo secolo, pu servire per una lunga epoca, aumentando la cifra in proporzione del tempo. Il numero degli abitanti della Terra  andato sempre crescendo, di periodo in periodo. Al tempo d'Alessandro vi era forse un miliardo d'uomini sulla superficie del globo. Alla fine del diciannovesimo secolo ve ne era un miliardo e mezzo, nel ventiduesimo due miliardi, nel ventinovesimo tre. Al suo apogeo la popolazione terrestre aveva raggiunto i dieci miliardi, poi aveva cominciato a diminuire.
Degl'innumerevoli corpi umani che hanno vissuto, nulla resta, tutto  ritornato agli elementi, per formare altri esseri. Il cielo sorride, il campo fiorisce, la Morte miete.
Di mano in mano che i giorni passano, ci che  esistito durante quei giorni cade nel nulla; lavori, piaceri, dolori, felicit: il tempo  fuggito ed il giorno passato non esiste pi. Alle glorie d'altri tempi sono seguite delle rovine.
Nella voragine dell'eternit, quel che fu  scomparso. Il mondo visibile sfugge ogni momento di pi, la sola cosa reale e durevole  l'invisibile. Le condizioni della vita terrestre erano lentamente cambiate. L'acqua era diminuita alla superficie del pianeta; era il vapore acqueo dell'atmosfera che manteneva il calore e la vita e la sua scomparsa port il raffreddamento e la morte; s, da allora il vapore acqueo doveva sparire dall'atmosfera, il calore solare diveniva incapace a conservare la vita vegetale ed animale, vita che, d'altra parte, non avrebbe potuto sussistere, poich gli esseri vegetali ed animali sono essenzialmente composti d'acqua.
Il vapore acqueo invisibile, diffuso nell'aria, esercita la pi grande influenza sulla temperatura. Senza dubbio, la quantit di questo vapore  piccola e quasi trascurabile, poich l'ossigeno e l'azoto soli formano i 99 centesimi e mezzo dell'aria che respiriamo, e nel mezzo centesimo che resta vi , oltre al vapore acqueo, acido carbonico, ammoniaca ed altre sostanze. Non vi  pi di un quarto di centesimo di vapore acqueo. Considerando gli atomi che compongono l'aria, il fisico constata che su duecento atomi d'ossigeno e d'azoto, ve n' appena uno di vapore acqueo. Ma quest'atomo ha ottanta volte pi energia assorbente degli altri duecento.
Il calore raggiante del Sole viene a riscaldare la superficie della Terra, dopo aver traversato l'atmosfera. Le onde di calore che emanano dalla Terra riscaldata, non si perdono nello spazio, ma vanno ad urtare negli atomi di vapore acqueo, come in un soffitto che li trattiene e li conserva al nostro pianeta.
 questa una delle pi geniali e feconde scoperte della fisica moderna. Le molecole di ossigeno e di azoto, di aria secca non si oppongono alla dispersione del calore. Ma, come dicevamo, una molecola di vapore acqueo ha ottanta volte pi energia assorbente che le altre duecento d'aria secca, per conservare il calore!  dunque il vapore acqueo, e non l'aria propriamente detta, che regola le condizioni della vita terrestre. Se si togliesse dall'aria che ricuopre la Terra il vapore acqueo che essa contiene, avverrebbe alla superficie del suolo una dispersione di calore, simile a quella che ha luogo alle maggiori altezze: l'atmosfera aerea non  pi efficace del vuoto a conservare il calore. Si avrebbe un freddo simile a quello che esiste sulla superficie della Luna. Il suolo potrebbe anche scaldarsi direttamente sotto l'azione del Sole; ma anche durante il giorno, il calore non si conserverebbe e, dopo il tramonto dell'astro la Terra sarebbe esposta al freddo ultra-glaciale dello spazio, che si crede di 273 gradi sotto zero. Ci significa che la vita vegetale, animale, umana sarebbe impossibile, se gi non lo fosse per la mancanza dell'acqua.
Certo possiamo, dobbiamo ammettere che l'acqua non  stata su tutti i mondi dell'infinito, come  stata sul nostro la condizione essenziale della vita. La potenza della natura non  limitata dalla sfera dell'osservazione umana. Devono esistere, esistono, nei campi dell'immensit senza limiti, miriadi, milioni di soli differenti dal nostro, sistemi di mondi o di altre sostanze, di altre combinazioni chimiche, di altre condizioni fisiche e meccaniche; altri mezzi hanno prodotto esseri del tutto diversi da noi, che vivono un'altra vita, che sono forniti di altri sensi, incomparabilmente pi lontani dal nostro organismo, di quel che il pesce o il mollusco delle profondit oceaniche non sieno dall'uccello o dalla farfalla. Ma qui noi studiamo le condizioni della vita terrestre, e queste condizioni sono determinate dalla costituzione stessa del nostro pianeta.
Di mano in mano che la quantit d'acqua era diminuita, che le pioggie si erano fatte pi rare, che le sorgenti erano prosciugate, che il vapore acqueo era calato, i vegetali avevano cambiato aspetto, avevano aumentato la grandezza delle foglie, allungato le radici, cercato in tutti i modi di assorbire l'umidit necessaria alla loro esistenza. Le specie che non avevano potuto adattarsi al nuovo regime erano scomparse, le altre si erano trasformate. Nessun albero, nessuna pianta di quelle che ci sono note avrebbe potuto essere riconosciuta: non vi erano pi n querce, n frassini, n olmi, n pioppi, n crpini, n tigli, n salci, ed i paesaggi non somigliavano in nulla a quelli della nostra epoca.
Le sole specie rudimentali di crittogame erano rimaste.
Lo stesso era accaduto nel regno animale.... Le forme erano notevolmente cambiate: la antiche razze selvagge erano scomparse, o erano state addomesticate. La diminuzione dell'acqua aveva modificato l'alimentazione degli erbivori e dei carnivori. Le specie nuove, trasformazione delle precedenti, erano pi piccole, meno carnose, pi fornite di ossa. Il numero delle piante era molto diminuito; in conseguenza l'acido carbonico dell'aria era meno assorbito, e ce n'era di pi.
La popolazione umana era gradatamente discesa da dieci miliardi a nove, a otto, a sette, quando poteva ancora estendersi sulla met della superfice terrestre.
Poi, di mano in mano che la zona abitabile si ristringeva all'equatore, aveva continuato a diminuire, mentre la durata stessa della vita diminuiva. Venne il giorno in cui si ridusse a qualche centinaio di milioni, che vivevano disseminati a gruppi, lungo l'equatore, con gli artifizi di un'industria sapiente e laboriosa.
Nelle abitazioni umane, il ferro e il vetro si erano sostituiti alla pietra e al legno, e tanto le citt quanto i villaggi parevano di cristallo. Ai vantaggi di quest'architettura s'era imposta, verso la fine dei tempi, una necessit climatologica: giacch il vapore acqueo dell'atmosfera, essendo sensibilmente diminuito con la diminuzione dei mari, l'aria si era notevolmente raffreddata.
La cosa pi importante era stata di imprigionare i raggi solari e di conservarli.
Dappertutto, alti saloni a vetri immagazzinavano il calore solare. Gli antichi edifizi erano ormai rovine abbandonate.
Nonostante i milioni d'anni che erano passati, il Sole riversava ancora sulla Terra quasi la stessa quantit di calore e di luce; per lo meno questa quantit non era variata di oltre un decimo. L'astro era soltanto un po' pi giallo e un po' pi piccolo.
La Luna girava sempre intorno alla Terra, ma pi lentamente; si era gradatamente allontanata dal nostro globo e la sua dimensione apparente era diminuita (il Sole, invece, aveva cambiato realmente di dimensione).
Contemporaneamente, il movimento rotatorio della Terra si era rallentato. Questo triplice effetto - rallentamento del moto di rotazione del nostro globo, allontanamento della Luna e allungamento del mese lunare - dipendeva dalle maree, che agiscono un po' come un freno. Se la Terra e la Luna durassero molto a lungo, come gli oceani e le maree, il calcolo permette di prevedere che verrebbe un'epoca, in cui la rotazione del nostro globo diverrebbe tanto lenta da divenire uguale al mese lunare, prolungato a tal punto che nell'anno non vi sarebbero pi che cinque giorni e un quarto: la Terra presenterebbe allora sempre la stessa faccia alla Luna.
Ma per una tale trasformazione di cose non occorrerebbero meno di 150 milioni d'anni: il periodo al quale siamo arrivati (dieci milioni d'anni) non rappresenta che la quindicesima parte di quello spazio di tempo: invece di essere settanta volte pi lunga di oggi, la rotazione della Terra era soltanto quattro volte e mezzo pi lunga, circa cento dieci ore.
Queste giornate lunghe permettevano al Sole di scaldare a lungo la superfice terrestre: ma questo calore non era efficace, ormai, che nelle regioni che lo ricevevano direttamente, cio nella zona equatoriale, fra i due circoli tropicali: l'obliquit dell'eclittica non era cambiata, l'asse della Terra era sempre inclinato allo stesso modo (circa 2 gradi) e le variazioni dell'eccentricit dell'orbita terrestre non avevano prodotto alcun effetto sensibile sulle stagioni ed i climi.
Forza umana, alimentazione, respirazione, funzioni organiche, vita fisica e intellettuale, idee, giudiz, religioni, scienze, lingue, tutto era cambiato. Dell'uomo di altri tempi non rimaneva quasi niente e un po' dappertutto, sulla superfice del globo, il viaggiatore incontrava rovine silenziose e solitarie che, d'anno in anno, sprofondavano e crollavano, per non risorger mai pi.
...
.
...
CAPITOLO 5. OMGAR.
.
"Tu sais de quel linceul le temps couvre les hommes,
Tu sais que, tt ou tard, dans l'ombre de l'oubli,
Sicles, peuples, hros, tout dort enseveli".
LAMARTINE, Harmonies.
.
Il freddo cresceva. Era come un inverno perpetuo, nonostante il Sole. Tutte le specie animali e vegetali divenivano caduche, malgrado le loro trasformazioni, e non lottavano pi per l'esistenza, come se avessero compreso la loro condanna. Le meravigliose facolt di adattamento della specie umana e una specie d'energia selvaggia e infaticabile avevano prolungato la vita fisica e intellettuale della nostra razza pi di quella delle razze animali superiori, ma soltanto in qualche centro di civilt privilegiata: perch l'umanit in generale, condannata a una irrimediabile miseria, era lentamente caduta nella barbarie e non doveva pi rialzarsi.
Non restavano che due gruppi di qualche centinaio d'esseri umani, proprietari degli ultimi capitali dell'industria. Su tutto il resto del globo la razza umana era quasi scomparsa, disseccata, spossata, degenerata, a poco a poco, di secolo in secolo, per mancanza di atmosfera assimilabile e di alimentazione.
I suoi ultimi discendenti sembravano tornati alla barbarie; vegetavano come selvaggi su di una terra d'Esquimesi, e morivano tutti lentamente di fame e di freddo. I due antichi focolari di civilt erano rimasti, gradatamente deperendo, a prezzo di lotte incessanti tra il genio industriale e l'implacabilit della natura.
Le ultime regioni del globo, abitate, erano in due luoghi vicini all'equatore, in due larghe vallate, occupanti il fondo degli antichi mari, da lungo tempo disseccati, vallate poco profonde a causa del generale livellamento verificatosi. Non si vedevano pi n picchi, n montagne, n burroni, n orridi abissi, n valloni boscosi, n precipizi: tutto era piano; fiumi e mari erano insensibilmente scomparsi. Ma poich gli agenti meteorici, le piogge e i torrenti, erano diminuiti insieme con le acque, gli ultimi abissi marini non erano stati interamente colmati e restavano vallate poco profonde, vestigia della struttura antica del globo. L si trovavano ancora alcuni terreni umidi e ghiacciati, ma non vi era, per dir cos, nessuna circolazione d'acqua nell'atmosfera, e gli ultimi fiumi scorrevano in corti sotterranei, come vene invisibili.
Per l'assenza di vapore acqueo nell'aria, il cielo era sempre puro, senza nuvole, senza piogge e senza nevi. Il Sole, meno abbagliante e caldo che negli antichi giorni del mondo, brillava d'un chiarore giallo, di topazio.
Il cielo era verde mare, piuttosto che azzurro, l'atmosfera era notevolmente diminuita di estensione. L'ossigeno e l'azoto si erano in parte fissati ai minerali, allo stato di ossidi e di azotati, e l'acido carbonico era leggermente aumentato, mentre i vegetali, mancando di acqua, erano divenuti sempre pi rari e ne avevano assorbito sempre meno. L'atmosfera era meno vasta e lo strato d'aria meno elevato. Ma la massa della Terra si era accresciuta di secolo in secolo, per la caduta incessante delle stelle filanti, dei bolidi e degli uranoliti, in modo che l'atmosfera, pur essendo divenuta pi scarsa, aveva mantenuto la stessa densit e quasi la stessa pressione.
Fenomeno inaspettato, le nevi ed i ghiacci erano diminuiti, a misura che il globo si raffreddava, perch la causa di questo raffreddamento era l'assenza di vapore acqueo nell'atmosfera, e questa diminuzione di vapore era corrispondente a quella della superficie dei mari. Di mano in mano che le acque erano penetrate nell'interno del globo di cui prima la profondit - in seguito al livellamento - poi la superfice erano diminuite, la terra protettrice della vita, formata dallo strato invisibile del vapore acqueo, aveva gradualmente perduto il suo valore ed era venuto il giorno in cui il calore del sole, non essendo pi conservato da una protezione sufficiente, si perdeva nello spazio, come se si fosse riversato su di uno specchio, incapace di riscaldarsi.
Tale era lo stato del globo terrestre. Gli ultimi rappresentanti della specie umana avevano potuto sopravvivere a tutte queste trasformazioni fisiche, grazie al genio dell'industria, trasformatosi, esso pure. Gli ultimi sforzi avevano mirato ad estrarre di continuo le sostanze alimentari dall'aria, dalle acque sotterranee e dalle piante, e a sostituire il vapore acqueo scomparso, per mezzo di tettoie e costruzioni di vetro.
Come vedemmo, era stato assolutamente necessario imprigionare i raggi solari e impedirne ogni dispersione nello spazio. Era facile farne una grande provvista, giacch il Sole brillava tutto il giorno, senza che una nuvola lo oscurasse: e il giorno era lungo; cinquantacinque ore.
Da gran tempo tutti gli sforzi degli architetti miravano soltanto ad imprigionare i raggi solari e a far s che non si disperdessero durante le cinquantacinque ore della notte.
Erano arrivati ad una ingegnosa combinazione di apertura e chiusura, mediante molti tetti di vetro sovrapposti, con schermi mobili. Cos pure, da molto tempo, non c'era pi combustibile di nessun genere, perch l'idrogeno stesso delle acque molto difficilmente si poteva usare per l'industria.
La temperatura media del giorno, all'aria libera, non era eccessivamente bassa, perch non scendeva oltre 15 gradi(14) sotto zero. Bench si fossero trasformate durante i secoli, le specie vegetali non potevano pi vivere, neppure in questa zona equatoriale.
In quanto alle altre latitudini, gi da migliaia di anni erano divenute assolutamente inabitabili, nonostante tutti gli sforzi fatti dagli uomini per rimanervi. Alle latitudini dove vivono oggi Parigi, Nizza, Roma, Napoli, Algeri, Tunisi, non essendo pi l'atmosfera una specie di terra protettrice, i raggi solari, obliqui, non potevano riscaldare pi affatto e la terra restava gelata a qualunque profondit accessibile, come una vera e propria rocca di ghiaccio.
Anche fra i tropici e l'equatore, i due ultimi gruppi umani rimasti a costo di mille difficolt che si facevano d'anno in anno sempre pi grandi, sopravvivevano all'umanit scomparsa, vegetando, si pu dire, sui suoi ultimi resti.
In queste due vallate oceaniche poste, l'una verso gli abissi attuali dell'Oceano Pacifico, l'altra verso il Sud dell'attuale isola di Ceylan, si erano estese, nei secoli precedenti, due immense citt di vetro, giacch il ferro ed il vetro erano da molto tempo i materiali essenzialmente impiegati per tutte le costruzioni. Erano come immensi giardini d'inverno, a un solo piano, coi soffitti trasparenti sospesi a grande altezza. Restava ancora qualche sala di quegli antichi palazzi. Le ultime piante coltivate erano l, oltre a quelle che erano raccolte nelle gallerie sotterranee, conducenti ai fiumi interni.
Dappertutto, del resto, alla superficie dell'antico mondo terrestre, non v'erano che rovine, e anche l non si trovavano che le ultime tracce delle grandezze svanite.
Nella prima di queste citt di cristallo, gli ultimi superstiti erano due vecchi e il figlio di uno di loro, Omgar. Il giovinetto errava disperato nelle vaste solitudini, dopo aver visto morire successivamente, di consunzione, la madre e le sorelle. I due vecchi erano un antico filosofo, che aveva consacrato la sua lunga esistenza allo studio della storia dell'umanit morente, e un medico, che aveva inutilmente dedicato gli anni della sua vita a salvare dalla lenta degenerazione gli ultimi abitanti della Terra. I loro corpi apparivano emaciati dall'anemia, piuttostoch dall'et. Erano pallidi come spettri, con le lunghe barbe bianche, e soltanto la loro energia morale sembrava conservarli ancora un istante contro il destino finale.
Ma non poterono lottare a lungo contro questo destino: gli ultimi superstiti della razza erano condannati come i loro antenati, ed un giorno Omgar li trov distesi, senza vita, uno vicino all'altro. Il primo aveva lasciato sfuggire dalle mani morenti l'ultima storia che fosse stata scritta, un mezzo secolo prima, delle ultime trasformazioni dell'umanit. Il secondo si era spento, mentre cercava di conservare nel suo laboratorio gli ultimi tubi alimentari, funzionanti per mezzo di macchine, mosse con la forza solare.
Gli ultimi domestici, scimmie trasformate da lungo tempo con l'educazione, erano morti gi da molti anni. Lo stesso era successo della maggior parte delle specie animali, adibite a servizio dell'umanit. I cani, i cavalli, le renne, gli orsi e certi grandi uccelli addetti ai trasporti aerei, sopravvivevano ancora, ma tanto trasformati da non somigliare pi affatto ai loro antenati.
La condanna irrevocabile della razza umana era evidente. A poco a poco, le scienze erano sparite cogli scienziati, le arti cogli artisti e gli ultimi esseri umani non vivevano che del passato. I cuori non conoscevano pi la speranza, n le menti l'ambizione. La luce era dietro: l'avvenire era notte eterna. Pi niente! Le glorie d'altri tempi erano svanite per sempre. Se qualche viaggiatore, sperduto nelle solitudini profonde, avesse creduto, nei secoli precedenti, di ritrovare il posto dove sorgeva una volta Parigi, o Roma, o le splendide capitali successe a queste, non avrebbe avuto che un'illusione della sua fantasia, perch da milioni di anni non esistevano pi neppure quei luoghi, spazzati via dal mare. Erano rimaste tradizioni vaghe, fluttuanti attraverso le et, grazie alla durata della stampa e ai copisti delle cose pi salienti della storia: ma anche queste tradizioni erano incerte e spesso false, perch riguardo a Parigi, per esempio, gli annali dei popoli avevano conservato il ricordo di una Parigi marittima e le migliaia d'anni di Parigi, capitale della Francia, non avevano lasciato alcuna traccia.
I nomi che ci sembrano incancellabili, di Ges, di Mos, di Confucio, di Platone, di Maometto, d'Alessandro, di Cesare, di Carlomagno, di Napoleone, della Francia, dell'Italia, della Grecia, dell'Europa, dell'America, non erano rimasti, erano scomparsi.
L'arte aveva conservato dei bei ricordi, ma erano lontani dalle epoche dell'infanzia dell'umanit e datavano, al pi, da qualche milione d'anni. Si sarebbe potuto credere che il pianeta fosse stato abitato da molte razze vissute consecutivamente, separate da diluvi o da nuove creazioni.
Omgar si era fermato nell'antica galleria di quadri rimasta dai secoli antecedenti, e contemplava l'immagine delle grandi citt scomparse. La sola che riguardava l'Europa antica mostrava la veduta di una grande capitale, consistente in un promontorio proteso nel mare, in cima al quale era un tempio astronomico: il quadro era animato da elicotteri aerei che volavano presso terrazze di alte torri. Navi immense vogavano sul mare. Questa Parigi classica era quella del centosettantesimo secolo dell'ra cristiana, corrispondente al centocinquantasettesimo della prima ra astronomica: era la Parigi, che aveva preceduto l'invasione definitiva dell'oceano: anche il suo nome si era trasformato, poich le parole cambiano, come gli esseri e le cose. Accanto, altri quadri rappresentavano le grandi citt meno antiche, che avevano irraggiato il loro splendore sull'America, sull'Australia, sull'Asia e pi tardi, sulle terre oceaniche emerse. E cos questa specie di museo retrospettivo richiamava alla mente la successione dei fasti storici dell'umanit, sino alla fine.
La fine! La sua ora suonava al quadrante della sorte. Omgar sapeva che tutta la vita della Terra consisteva ormai nel suo passato, che non esisteva per essa avvenire e che il presente stesso stava per svanire, come il sogno d'un istante. L'erede del genere umano sent, nel suo pensiero, tutto il profondo senso dell'infinita vanit delle cose.
Aspetterebbe forse che un miracolo inconcepibile potesse salvarlo dall'evidente condanna? Avrebbe sepolto i vecchi e diviso con loro la tomba? Avrebbe cercato di continuare qualche giorno, qualche settimana, qualche anno, forse, un'esistenza solitaria, inutile e disperata? Err tutto il giorno nelle vaste gallerie silenziose, e la sera s'abbandon al sonno: tutto era nero intorno a lui, come la notte al sepolcro.
Un dolce sogno risvegli il suo pensiero oppresso e avvolse l'anima sua in un'angelica luce.
Il sonno gli port l'illusione della vita: non era pi solo. Un'immagine seducente, vista pi d'una volta, apparve dinanzi a lui. Occhi carezzevoli, splendenti di luce celestiale, profondi come l'infinito, lo guardavano, lo attiravano.
Era in un giardino, pieno di fiori olezzanti; degli uccellini cantavano nei nidi, sotto il fogliame; e, in fondo, le immense rovine delle citt morte apparivano, incorniciate dalle piante e dai fiori. Poi scorse un lago solcato da uccelli, e due cigni, sfiorando l'acqua, gli portavano una culla, dalla quale un fanciullino appena nato gli tendeva le braccia.
Mai un tal raggio di luce aveva illuminato l'anima sua. La sua commozione fu cos viva che si svegli d'improvviso, apr gli occhi e rivide l'oscura realt. Allora una tristezza anche pi cupa di quella dei giorni passati, s'impadron di tutto il suo essere; non trov pi un minuto di calma; si alz, torn a letto, aspett il giorno penosamente. Ricord il sogno, ma non ci credette. Sentiva vagamente che un altro essere esisteva ancora; ma la sua razza degenerata aveva perduto in parte le facolt psichiche e forse, anzi certamente, la donna parve sempre all'uomo esercitare su di lui una pi intensa forza d'attrazione di quella esercitata dall'uomo sulla donna.
Quando il giorno riport la sua luce inesorabile, quando l'ultimo uomo rivide le rovine della sua antica citt profilarsi nel chiarore dell'aurora, quando si ritrov solo coi due ultimi morti, sent pi che mai l'irrevocabilit del suo destino e, in un istante, decise di porre subito fine a una vita miserabile e disperata.
Andato nel laboratorio, cerc una boccetta il cui contenuto gli era ben noto, la stapp e la port alle labbra, per vuotarla d'un fiato. Ma mentre il veleno gli toccava le labbra, sent che una mano afferrava il suo braccio.
Si volse bruscamente. Nel laboratorio non c'era nessuno; e nella galleria non ritrov che i due morti.
...
.
...
CAPITOLO 6. EVA.
.
Fragilit des choses qui sont,
Eternit des choses qu'on rve.
DARMESTETER.
.
Fra le rovine dell'altra citt equatoriale, posta nel fondo della valle un tempo sotto-marina, al sud dell'antica isola di Ceylan, una giovinetta restava sola, dopo aver visto morire, vittime del freddo e della consunzione, la sorella maggiore e la madre. Era l'ultima famiglia superstite. Supremo avanzo dell'universale rovina, dopo la graduale decadenza di tutta la specie umana, l'ultima razza aristocratica, che si era conservata mediante sforzi inauditi, e aveva lottato costantemente contro la miseria generale, nella vana speranza di sopravvivere al resto del mondo, durava ancora in mezzo alle rovine dei palazzi antichi, faticosamente disputati alle ingiurie del tempo. Un ritorno atavico, che le leggi dell'eredit possono spiegare, aveva dato all'ultimo fiore dell'albero umano un raggio di bellezza, da lungo tempo svanito nella decadenza universale.
Era come un fiore che a fin di stagione si dischiude all'ultimo sole d'autunno, sul tronco d'un albero morto. Da molto tempo, nelle campagne sterili, gli esseri invecchiati, spossati, rimpiccioliti di corpo e di spirito, ritornati allo stato selvaggio erano rimasti quasi tutti, morti, nelle solitudini ghiacciate. La fiamma della vita era spenta.
Assisa sotto gli ultimi arbusti polari che nell'alta terra morivano uno dopo l'altro, la giovinetta teneva nelle sue le mani fredde della madre, morta il giorno avanti, di consunzione, nel fiore degli anni. La notte era gelida. La luna piena splendeva come una fiamma d'oro nell'alto dei cieli, ma i suoi raggi dorati erano freddi come i raggi d'argento dell'antica Selene. Un silenzio profondo regnava nell'immensa sala; solitudine di morte che il solo respiro della fanciulla animava d'una specie di vita silenziosa.
Non piangeva pi. I suoi sedici anni racchiudevano pi esperienza e saggezza che sessanta delle epoche tramontate. Sapeva ch'era l'ultima superstite del gruppo umano, allora estinto, e che ogni felicit, ogni gioia, ogni speranza erano scomparse per sempre. N presente, n avvenire. La solitudine, il silenzio, la difficolt fisica e morale di vivere, e ben presto il sonno eterno. Essa pensava alle donne d'altri tempi, che avevano vissuto la vita reale dell'umanit, alle amanti, alle spose, alle madri, e i suoi occhi rossi e inariditi non vedevano intorno che visioni di morte, e, al di l delle pareti di vetro, il deserto sterile, gli ultimi ghiacci e le ultime nevi. Qualche volta il cuore le batteva violentemente nel petto giovanile e le sue piccole mani non riuscivano a comprimere quel palpito tumultuoso; qualche volta, invece, ogni vita sembrava arrestata in lei e il respiro stesso restava sospeso. Appena si addormentava un momento, ricordava, in sogno, i suoi giochi d'altri tempi, sua sorella allegra e spensierata, sua madre che cantava, con una voce limpida e penetrante, i versi ispirati degli ultimi poeti, e le pareva di rivedere le ultime feste di una brillante societ, come riflesse nella luce di uno specchio lontano. Poi, al risveglio, l'incanto dei ricordi svaniva per dar luogo alla funebre realt! Sola! sola al mondo!
E domani la morte, senz'aver conosciuto la vita. Fine ineluttabile, ribellioni inutili, condanna del destino, era la legge brutale: non c'era che da obbedire, da aspettar la fine che non poteva essere lontana, poich n l'alimentazione, n la respirazione mantenevano le funzioni organiche, oppure non aspettarla, e liberarsi subito di una vita dolorosa e irrimediabilmente condannata.
Si diresse verso la sala da bagno, dove l'acqua tepida circolava ancora, sebbene gli apparecchi forniti dall'industria per tutte le cure domestiche avessero cessato di essere mantenuti in uso: infatti gli ultimi servitori (razze speciali discendenti dalle antiche scimmie e trasformate come la razza umana per l'impoverirsi delle condizioni della vita terrestre) erano morti, vittime della diminuzione graduale delle acque. Si tuff nell'acqua profumata, gir un commutatore che fece arrivare la forza elettrica, proveniente da corsi d'acqua sotterranei, non ancora gelati, e parve, in quel riposo riparatore, dimenticare un istante la condanna del destino. Uno spettatore indiscreto che l'avesse contemplata poco dopo, in piedi, su una pelle d'orso davanti all'alto specchio che rifletteva la sua immagine, mentre s'intrecciava sulla testa i riccioli della lunga capigliatura d'un castagno pallido, quasi biondo, avrebbe potuto vedere un sorriso sfiorarle le labbra, attestante che in quel momento ella dimenticava il suo nero destino. La fanciulla ritrovava, in un altro luogo, le risorse che i giorni precedenti le avevano dato gli elementi dell'alimentazione moderna, estratti delle acque, dell'aria, delle piante e dei frutti, automaticamente coltivati nelle serre dalla sola energia solare.
Tutto andava come un orologio. Da molte migliaia di anni, tutto il genio degli uomini era stato quasi esclusivamente rivolto a dominare la legge del destino.
Si erano costrette le ultime acque a circolare in canali interni dove si era fatto discendere il calore solare. Si erano conquistati gli ultimi animali per farne i servitori passivi delle macchine, e le ultime piante per svilupparne al massimo le propriet nutritive. Si era finito per vivere di niente, come quantit, poich ogni sostanza alimentare, recentemente creata, era completamente assimilabile. Le ultime citt umane erano serre soleggiate, dove arrivavano tutte le sostanze acquose necessarie all'alimentazione, sostituite alle antiche produzioni della natura. Ma di secolo in secolo era stato sempre pi difficile ottenere i prodotti indispensabili alla vita. La miniera aveva finito con l'esaurirsi. La materia era stata vinta dall'intelligenza, ma era venuto il giorno in cui l'intelligenza a sua volta, doveva esser vinta: tutti i lavoratori erano morti poich la Terra aveva cessato di fornirne. Vi era stata una lotta gigantesca e di una formidabile energia, da parte dell'uomo che non voleva morire.
Ma gli ultimi sforzi non avevano potuto impedire che il globo terrestre assorbisse le acque, e le ultime riserve messe da parte da una scienza che pareva pi forte della natura stessa erano arrivate all'estremo.
Eva era tornata presso il cadavere della madre: le prese ancora le mani gelate, tra le sue. Le facolt psichiche degli esseri umani degli ultimi giorni avevano acquistato - dicemmo - una potenza trascendentale. La fanciulla pens un momento di evocare sua madre dal mondo delle ombre. Le pareva di desiderar da lei, se non un'approvazione, almeno un consiglio. Un'idea la dominava misteriosamente, la tormentava e l'affascinava. E soltanto quest'idea ora le impediva di desiderare una morte immediata.
Vedeva, da lontano, la sola anima che potesse rispondere alla sua. Dacch era nata, nessun'uomo aveva vissuto nelle trib di cui essa era l'ultimo rampollo. L, le donne erano sopravvissute al sesso gi qualificato sesso forte. I quadri sospesi lungo la grande sala della biblioteca le raffiguravano gli antenati e gli antichi personaggi celebri della citt. I libri, le incisioni, le statue le mostravano l'uomo, ma essa non lo aveva visto mai.
Tuttavia essa sognava e spesso immagini ignote che la turbavano passavano dinanzi ai suoi occhi chiusi. L'anima sua si perdeva nel mistero ignorato, il sogno la trasportava in una vita nuova, e l'amore non le sembrava ancora del tutto esulato dalla Terra. Dopo il regno supremo del freddo, da molti anni, le comunicazioni elettriche fra gli ultimi focolari umani del globo si erano arrestate. Non si parlava, non si vedeva, non si sentiva pi a distanza.
Ma essa conosceva la citt oceanica, come se l'avesse vista, e quando fissava lo sguardo sulla grande sfera, raffigurante la Terra, nel centro della biblioteca, quando, poi, chiudeva gli occhi e vi ripensava, quando applicava il suo senso psichico all'oggetto della sua volont, agiva a distanza con una intensit d'un ordine differente, ma tanto efficace quanto quella degli antichi apparecchi elettrici. Essa chiamava e sentiva che un altro pensiero la intendeva.
La notte precedente era volata con la mente all'antica citt di Omgar, e per un momento le era apparso in sogno. La mattina aveva visto da lontano il suo atto disperato, e, con un supremo sforzo di volont, gli aveva fermato il braccio.
Ed ecco che subito era ricaduta, sognante e come assopita, nella sua poltrona, davanti al cadavere disteso di sua madre: il suo pensiero errante si librava sulla citt oceanica e l'anima sua cercava l'anima sorella, la sola anima che vivesse ancora sulla Terra. Nell'ultima citt oceanica, Omgar la intese. Lentamente, come svegliandosi, sal sullo scalo delle aeronavi e quasi soggetto a una misteriosa influenza, obbed alla voce lontana. L'aeronave elettrica prese il volo verso l'occidente, travers le fredde terre tropicali che occupavano il posto dell'antico Oceano Pacifico, della Polinesia, della Malesia, delle isole della Sonda, e and a posarsi sulla piattaforma dell'antico palazzo di cristallo, dove la giovinetta fu scossa dal suo sogno dalla caduta del viaggiatore aereo, che si precipitava ai suoi piedi.
Fugg, spaventata, in fondo all'immensa sala; e sollevava la pesante portiera che divideva quella sala dalla biblioteca, quando, giunto vicino a lei, egli si ferm, le prese, inginocchiandosi, una mano tra le sue e le disse con semplicit:
- M'avete chiamato; son venuto.
E aggiunse subito: - Io vi conoscevo da molto tempo, sapevo che esistevate, vi ho veduta spesso; voi siete il richiamo perpetuo dell'anima mia. Ma io non avevo mai osato di venire. -
La fanciulla lo aveva rialzato: - Amico mio - disse - io so che siamo soli al mondo e che stiamo per morire. Una voce pi forte di me m'ha ordinato di chiamarvi. Mi  parso che fosse il pensiero ultimo di mia madre, l'ultimo, dall'al di l. Vedete! essa dorme cos da ieri. Com' lunga questa notte! -
Il giovane si era inginocchiato e aveva preso la mano della morta. Erano l tutti e due, davanti al letto funebre, come assorti in una preghiera.
Dolcemente si chin verso la giovine.
Le loro teste si sfiorarono. Egli abbandon la mano della morta.
Eva ebbe un brivido. - No! - diss'ella.
Ma, tutto a un tratto, Omgar si alz, terrorizzato, con gli occhi sbarrati. La morta si era svegliata. Aveva ritirato la mano che egli aveva preso nelle sue; aperti gli occhi, fece un movimento e li guard.
- Esco da uno strano sogno - disse, senza sembrare sorpresa della presenza di Omgar: guardate, figli miei, eccolo. -
Stendendo la mano, mostr loro nel cielo il pianeta Giove, raggiante di una splendida luce.
Guardando l'astro, essi lo videro avvicinare, ingrandire smisuratamente, prendere il posto del paesaggio polare, offrirsi, in tutta la sua estensione, alla loro contemplazione attonita.
Mari immensi vi erano, coperti di navi: flottiglie aeree navigavano nell'aria; le rive dei mari, le foci dei grandi fiumi erano centri di attivit prodigiosa: citt splendide apparivano, popolate di folla in movimento: non si distinguevano i particolari di queste abitazioni, n la forma di questi esseri nuovi, ma s'indovinava che l dentro vi era un'umanit tutta diversa dalla nostra, che viveva in mezzo a un'altra natura, che aveva a sua disposizione altri organi, altri sensi, e s'indovinava anche che quello era un mondo meraviglioso, incomparabilmente superiore alla Terra.
"Ecco dove saremo domani - disse la morta - e dove ritroveremo tutta l'antica umanit terrestre, perfezionata e trasformata. Giove ha ricevuto l'eredit della Terra, il nostro mondo ha compiuto l'opera sua. Non vi saranno altre generazione quaggi. Addio!"
Ella tese loro le braccia. Il giovane e la fanciulla si chinarono sul suo pallido viso e posarono un lungo bacio sulla sua fronte. Ma si accorsero che questa fronte, nonostante lo strano risveglio, era rimasta fredda come un marmo. La morta aveva chiuso gli occhi e non li riapr pi.
...
.
...
CAPITOLO 7. ULTIMO GIORNO.
.
"Amour, tre de l'tre! Amour, me de l'me".
LAMARTINE, Harmonies.
.
 dolce vivere.... L'amore tien luogo di tutto, fa dimenticar tutto. Musica ineffabile dei cuori, la tua divina melodia avvolge l'essere nell'estasi delle volutt infinite! Quali storici illustri hanno celebrato gli eroi del progresso, la gloria delle armi, le conquiste dell'intelligenza e le scienze dell'intelletto? Dopo tanti secoli di lavoro e di lotte, non restava sulla Terra che il palpito di due cuori, i baci di due esseri; non restava che l'amore. E l'amore era ormai il sentimento supremo, dominante, come un faro inestinguibile, l'immenso oceano delle et scomparse.
Morire! non vi pensavano neppure. Non si bastavano, loro soli? Il freddo li penetrava fino alle midolle; ma non avevano in petto un ardore, sufficente a vincere la natura? Il Sole non brillava sempre del pi radioso fulgore, e la condanna finale della Terra non poteva essere ritardata ancora a lungo? Omgar cercava da molto tempo di mantenere tutto il meraviglioso sistema organico per mezzo dell'estrazione automatica di princip alimentari dall'aria, dall'acqua e dalle piante, e pareva che vi riuscisse. In altri tempi, dopo la caduta dell'impero romano, si era visto per secoli che i barbari utilizzavano gli acquedotti, i bagni, le sorgenti termali e tutti i ritrovati della civilt, dal tempo di Cesare, e attingevano da industrie scomparse gli elementi della loro vita.
Un giorno videro arrivare, in quest'ultimo palazzo dell'ultima capitale, un gruppo di esseri deboli, disgraziati, mezzo selvaggi, che non avevano quasi pi nulla d'umano e che parevano ritornati alle primitive razze scimmiesche, sparite da tanto tempo.
Era una famiglia errante, avanzo d'una razza degenerata, che veniva a cercare un rifugio contro la morte. In seguito all'impoverimento secolare delle condizioni della vita sul pianeta terrestre, l'umanit, che per molti milioni di anni aveva regnato, come sovrana vittoriosa della natura, raggiunta l'unit, cos a lungo attesa, formata ormai una sola specie, nella quale tutte le antiche variet si erano fuse, quest'umanit superiore e omogenea aveva gradualmente perduto la sua forza e la sua grandezza. Le influenze locali di climi e di ambienti non avevano tardato ad esercitare la loro azione e a disgregare l'unit raggiunta; e nuove variet, nuove razze si erano formate. A gran fatica le due civilt pi solide e pi energiche avevano resistito e si erano conservate, come abbiamo visto, intellettualmente elevate. Tutto il resto dell'umanit aveva subito il peso degli anni indebolendosi e modificandosi sotto l'azione delle influenze preponderanti. L'antica legge del progresso aveva ceduto a una specie di legge di decadenza; la materia aveva ripreso i suoi diritti e l'uomo ritornava verso l'animalit. Ma tutte quelle razze esistenti durante la vecchiezza del mondo, caduche e disgregate, avevano dovuto successivamente soccombere. Solo qualche gruppo di spettri errava tra le rovine del passato.
Omgar cerc di adibire questi servitori di nuovo genere al mantenimento degli apparecchi di chimica culinaria, che ancora funzionavano, e sopra tutto alla conservazione e alla utilizzazione del calore solare. La speranza rifulse sulla loro amorosa convivenza, come il fulgido arcobaleno dopo la tetra pioggia: obliarono il passato e divennero incuranti dell'avvenire, tutti presi dalla felicit presente.
Vissero cos molti mesi nell'ebbrezza della irresistibile passione che li univa.  stato detto che l'amore  la poesia dei sensi e il bacio eterno delle anime,  stato detto anche che gloria, scienza, spirito, bellezza, giovent, fortuna, tutto  impotente a dare la felicit senza l'amore. Noi potremmo aggiungere che in quell'ultimo giorno del mondo, quel solo amore brillava ancora, come una stella, nella notte universale.
I due amanti non si accorgevano di abbracciarsi nella bara.
Qualche volta la sera, quando il sole era tramontato dietro le rovine, Eva sentiva l'anima oppressa, contemplando l'immenso deserto che li circondava e, pure stringendo il suo diletto tra le braccia, non poteva trattenere le lacrime che le annebbiavano gli occhi. S, sperava nell'avvenire. Ma quale solitudine e quale silenzio! Quale strana eredit di una umanit cos radiosa! I ricordi erano l. I libri della biblioteca raccontavano le glorie del passato, le incisioni le facevano rivivere dinanzi agli occhi meravigliati; gli apparecchi fonografici facevano udire, quando si voleva, le voci dei morti illustri, e l'immagine stessa di quei morti poteva apparire a volont sul lucido schermo delle proiezioni telefotiche. Nei vecchi forzieri di metallo grandi come stanze, le mani si potevano tuffare in miliardi di monete d'oro di ogni peso e di ogni impronta, vana eredit di ricchezze inutilmente accumulate. Gli strumenti di fisica e d'astronomia che avevano trasformato il mondo giacevano nella polvere. Padroni del mondo, di tutti quanti i suoi valori, possessori di tutto, i due erano pi poveri dei pi poveri dei tempi antichi.
"A che ha servito, dunque, tutto? - diceva ella, mentre i suoi occhi vagavano su quei ricordi della morta umanit; - s, a che hanno valso tutti i lavori, tutti gli sforzi, tutte le scoperte e le conquiste, tutti i delitti e tutte le virt? Tutte le nazioni, a loro volta, hanno raggiunto l'apogeo della grandezza e sono scomparse, ed ogni citt  stata raggiante di gloria e di piacere e si  sgretolata in polvere. Ecco le rovine; la Terra ne  coperta: le antiche sono sepolte dalle recenti; rovine su rovine. Le ultime avranno la stessa sorte. Dei miliardi di uomini che hanno vissuto qui, che resta? Niente. E perch dunque, d, o mio adorato, tu che sai tutto, perch dunque Dio ha creato la Terra?... E perch aveva creato l'umanit? Non  un poco folle Dio, o mio amore? Tutti i miliardi di uomini che hanno pullulato sulla Terra e si sono lamentati su questa piccola palla rotolante, a che hanno servito, se nulla rimane? Non  proprio come se non vi fosse stato mai nulla?
Io so bene che gli abitanti di Marte hanno avuto la stessa sorte, e quando quelli di Venere comunicavano ancora con noi, qualche secolo fa, credevano di non morir mai. Ecco quelli di Giove che cominciano e non sono ancora stati capaci di comprendere i nostri messaggi. Anche essi subiranno la stessa sorte. Dimmi,  una commedia o un dramma, la creazione? Il Creatore si diverte coi suoi burattini, e gode a farli soffrire?
- Perch indagare, Eva mia? Oh, i tuoi begli occhi non si turbino cos! Vieni a sederti sulle mie ginocchia, a riposare la tua bella testina sul mio cuore. Dio ha creato il mondo soltanto per l'amore. Dimentica il resto.
- Ma come dimenticarlo, come chiuder gli occhi, come far tacere la ragione ed il cuore in queste ore solenni? S, il nostro amore  tutto, assolutamente tutto. Ma, mia cara anima, come non pensare, anche, che tutte le coppie che ci hanno preceduto sulla Terra dal principio del mondo sono sparite, anche loro, e che tutti gl'incantevoli amori che hanno cullato le visioni umane, tutte quelle bocche su cui si credeva di assaporare una gioia eterna, tutti quei baci divini, quegli abbracci appassionati, sono svaniti in fumo, s, in fumo, e che non resta pi niente, n di quegli amori, n dei loro frutti adorati, niente, niente! O mio Omgar, l'umanit ha vissuto dieci milioni di anni, per non saper nulla! La scienza meravigliosa tra tutte, la scienza dell'universo, la sublime astronomia, tutto ci ha insegnato, ci ha dato la vera religione, e non ci ha mostrato la logica di Dio!
"Tu vuoi saper troppo. Eppure tu sai che l'umanit terrestre ha navigato nell'inconoscibile: non possiamo conoscere l'inconoscibile. Il meccanismo di un orologio sa perch  stato fabbricato e perch gira? Bisogna rassegnarci a non essere stati che dei meccanismi. Noi siamo esseri finiti, Dio  infinito: non vi  nulla di comune tra il finito e l'infinito. Noi siamo come la ruota dell'orologio che volesse ragionare, nella sua scatola, sull'industria degli orologiari. A colpo sicuro si pu dire che potrebbe ragionare per dieci milioni di anni, senza trovare che l'apparecchio di cui fa parte ha per scopo di corrispondere al movimento diurno del nostro pianeta. Mia cara, una ruota d'orologio ha una sola funzione reale da compiere: quella di girare. L'umanit terrestre, anche lei, non ha avuto altro compito che girare. Tutte le dottrine filosofiche e religiose sono state vane nella ricerca dell'assoluto.
"Tuttavia, la scienza non  del tutto illusoria. Sappiamo che il mondo visibile, tangibile, percettibile per i nostri sensi, non esiste sotto le forme ingannatrici che ci colpiscono, ed  soltanto il velo di un mondo reale invisibile. Sappiamo che l'atomo che costituisce la materia  intangibile, che la luce, il calore, il suono non esistono, come non esiste l'apparente solidit dei corpi. I nostri sensi, i nostri mezzi di percezione ci danno una sola falsa immagine della realt.  qualche cosa saper questo, e sapere anche che la realt  nel mondo invisibile, che l'anima  una forza psichica indistruttibile, che diviene personalmente immortale, cio che ha coscienza della sua immortalit, dal giorno in cui vive intellettualmente, in cui  libera del peso materiale. Tra i miliardi di esseri umani che hanno popolato la Terra, le anime che hanno coscienza della loro immortalit e che conservano il ricordo delle loro esistenze passate sono poche, anche su Giove, dove ora attualmente vivono. Ma il progresso  la legge della natura e tutte devono raggiungere un giorno questo valore cosciente.  la forza psichica che muove il mondo.
"L'universo  un dinamismo. Quello che  visibile, all'occhio del corpo,  composto di elementi invisibili, quel che si vede  fatto di cose che non si vedono. Le classificazioni scientifiche, che per tanti milioni di anni hanno costituito la scienza umana, sono state fondate su sensazioni superficiali; ma l'umanit ha appreso, dall'analisi stessa di queste sensazioni, dall'osservazione e dall'esperienza, che forze immateriali reggono l'universo, che le anime sono realt, esseri indistruttibili, che possono comunicare e manifestarsi a distanza, che lo spazio non  soltanto una separazione dei mondi, ma un legame, che la piccola Terra che termina in questo momento la sua storia  un astro del cielo, come i suoi vicini, e che la sua umanit non sar stata che una provincia dell'immensa creazione. E come quest'umanit si  perpetuata cos a lungo? Per la legge suprema dell'attrazione amorosa. L'amore ha gettato le anime nel crogiuolo universale, esso  il creatore perpetuo, l'immagine sensibile e affascinante dell'invisibile e inconoscibile potenza, che splende eternamente nell'imperscrutabile mistero...".
Cos, in quegli ultimi giorni del mondo, gli ultimi due discendenti dell'umanit parlavano ancora fra loro dei grandi problemi che avevano eccitato in tutti i tempi la curiosit umana. Si erano attaccati alla vita e alla speranza divina dell'al di l, e in quell'istante supremo questa speranza brillava nei loro cuori, come una luce fulgente ed inestinguibile. Era il vero, il reale sole. Il sole terrestre brillava e scaldava sempre, essi si vedevano in vita per molto tempo ancora, il sistema di circolazione delle acque e dell'estrazione dei princip alimentari funzionava, mediante gli sforzi dei servitori affaccendati, e l'ultima ora non pareva vicina a suonare al quadrante circolare del destino.
Ma un giorno questo sistema, per quanto meraviglioso, si arrest. Neppure le acque sotterranee circolarono pi, il terreno ghiacci fino a una grande profondit; i raggi del Sole riscaldavano sempre l'aria entro le abitazioni dalle tettoie di vetro, ma nessuna pianta poteva pi vivere.... l'acqua mancava.
Tutti gli sforzi uniti della scienza e dell'industria non avevano potuto dare all'atmosfera terrestre qualit nutritive, di cui  naturalmente dotata l'atmosfera di certi mondi, e l'organismo umano reclamava sempre i princip ricostituenti che questi sforzi avevano ottenuto come abbiamo visto, dall'aria, dalle acque e dalle piante. Ormai le risorse erano esaurite.
La condanna era pronunziata.
Dopo avere urtato in tutti gli ostacoli insuperabili e aver riconosciuto l'inutilit della lotta, l'ultima coppia umana non si rassegn ad aspettare la morte.
Prima di conoscersi, l'uno e l'altra l'attendevano senza paura. Ma ora ciascuno di loro voleva disputare l'essere amato al crudele destino. La sola idea di vedere Omgar esanime accanto a s, colpiva Eva cos dolorosamente, che non poteva sopportarla. Egli, da parte sua, si disperava di non potere strappare la sua diletta da questo mondo condannato al nulla, volar con lei verso quel fulgido Giove che li attendeva, senza lasciare alla Terra quel bel corpo adorato.
Pens che forse esisteva ancora sul globo qualche regione che conservava un po' di quell'acqua benefica, senza la quale la vita se ne andava, e bench gi stremati di forza tutti e due, egli prese la risoluzione suprema di partire a questa ricerca. L'aeronave elettrica funzionava ancora. Abbandonando l'ultima citt umana, che oramai era una tomba, i due ultimi discendenti dell'umanit scomparsa dimenticarono le regioni inospitali, e partirono alla ricerca di qualche oasi sconosciuta.
Gli antichi regni del mondo passarono sotto i loro piedi. Riconobbero la vestigia degli ultimi illustri centri di civilt, le cui rovine erano disseminate qua e l, lungo la zona equatoriale. Tutto era morto.
Omgar rivide la vecchia citt che aveva lasciato poco prima, ma sapeva che anche in quella la risorsa suprema della vita mancava, e non vi scesero. Percorsero cos, nella loro aeronave solitaria, le regioni che rappresentavano le ultime tappe della storia; ma dappertutto le rovine e la morte, dappertutto il silenzio e il deserto ghiacciato. Non pi praterie, n piante, neppure quelle polari: gli ultimi corsi d'acqua si disegnavano, come su una carta geografica, e si sentiva che lungo il loro percorso la vita terrestre si era prolungata: ma erano ormai disseccati per sempre; e se ogni tanto nei bassi fondi si scorgeva qualche lago immobile, quel lago era di pietra. Il Sole, anche all'equatore, non scioglieva pi i ghiacci eterni. Gli animali, specie d'orsi dal lungo pelo, ancora erranti sulla terra gelata, trovavano a stento, nelle anfrattuosit, una magra alimentazione vegetale.
Si vedevano anche, di quando in quando, specie di trichechi e di pinguini camminare sui ghiacci e grandi uccelli polari, grigi, volare sinistramente qua e l, tristemente abbattersi al suolo.
I condannati non trovarono in nessun luogo l'oasi che cercavano. La Terra era proprio morta.
Calava la notte; non una nuvola in cielo. Una corrente meno fredda, che veniva dal sud, li aveva portati sopra l'antica Affrica, divenuta una terra glaciale. Il meccanismo dell'aeronave aveva cessato di funzionare. Il freddo, anche pi della fame, li gettava spossati in fondo alla loro navicella, costruita con pelli di orsi polari.
Parve loro di scorgere una rovina e misero piede a terra. Era un'immensa base quadrangolare, che mostrava le tracce di strati di pietre immense: vi si poteva ancora riconoscere l'antica piramide egiziana. Costruzione secolare, fatta per l'eternit, era prima sopravvissuta, in mezzo al deserto, alla scomparsa di quella civilt che rappresentava; poi era discesa sotto il livello del mare con tutta la terra dell'Egitto, della Nubia, dell'Abissinia; in seguito era tornata alla luce ed era stata accuratamente restaurata, nel centro di una nuova capitale e di una nuova civilt pi fulgida degli splendori di Tebe e di Menfi: poi, finalmente, era stata abbandonata in mezzo alle solitudini. Era il solo monumento superstite delle prime et e doveva la sua resistenza alla stabilit della sua forma geometrica.
"Riposiamoci, restiamo qui - disse Eva - abbandonandosi, sorridente e lamentevole. Poich siamo condannati a morte - e, del resto, chi non lo , stato? - io voglio morire, riposando tra le tue braccia".
Cercarono un'anfrattuosit tra le rovine, e si sedettero l'uno accanto all'altra, dinanzi all'immensa solitudine. La giovine si rannicchiava febbricitante, stringendo il suo sposo tra le braccia, tentando di lottare ancora con tutta la sua energia contro il freddo che la invadeva. Egli l'aveva attirata al suo cuore e la riscaldava coi baci.
- Io t'amo e muoio - fece ella. Ma no, tu l'hai detto, noi non morremo. Vedi la stella che ci chiama?
In questo momento, udirono dietro di loro un fruscio leggero, che usciva dalla tomba di Cheope, simile a quello del vento tra le foglie. Frementi, si voltarono insieme dalla parte donde veniva il rumore. Un'ombra bianca che sembrava splendere di luce interna - poich la notte era gi scura e non vi era lume di luna - scivolava, pi che camminare, avvicinandosi a loro. Si ferm davanti ai loro occhi paurosi e stupiti.
"Non temete - essa disse - io vengo a ricevervi. No, voi non morrete: nessuno, mai,  morto. Il tempo cade nell'eternit, l'eternit dura. Io fui Cheope, re d'Egitto, e ho regnato qui negli antichi giorni del mondo terrestre. Poi, ho espiato i miei peccati in molte esistenze di schiavo, e quando la mia anima ha meritato l'immortalit, ho abitato Nettuno, Ganimede, Reo, Titano, Saturno, Marte, altri mondi, a voi sconosciuti. Giove  attualmente la mia dimora. Ai tempi della grandezza dell'umanit terrestre, questo globo era inabitabile per l'intelligenza: traversava i suoi periodi di preparazione. Ora questo mondo immenso prende l'eredit dei progressi terrestri. I mondi si succedono nel tempo come nello spazio. Tutto  eterno, tutto si confonde nel Divino. Fidate in me. Venite!"
E mentre il vecchio Faraone parlava ancora, essi sentirono un delizioso fluido penetrare nel loro spirito: come accade talvolta che l'orecchio sia rapito da una squisita melodia. La sensazione di una felicit calma ed eterea pass per le loro vene. Mai nessun sogno, nessuna estasi aveva trasportato l'anima nell'esaltazione di una simile gioia.
Eva strinse ancora Omgar tra le deboli braccia. "T'amo, t'amo!" ripet. La sua voce era un soffio. Egli pos le labbra sulla bocca di lei, gi gelida, e l'ud ancora mormorare, con un brivido: "Oh, come l'avrei amato!...".
L'astro di Giove splendeva nel cielo.
Eva riapr gli occhi, fiss lo sguardo sull'immenso pianeta e parve inabissarsi nella sua luce, come affascinata da una visione. Tutt'a un tratto il viso le s'illumin in un'estasi radiosa. Si vede spesso, nel momento dell'ultimo respiro, una luce di calma ineffabile distendersi sulla fisonomia del morente che, liberato dal suo soffrire, sembra addormentarsi in un sogno incantevole. Cos, e in modo ancor pi radioso, in una luce divina si trasfigur il volto dell'ultima donna. Ella volle parlare. Tese le braccia verso Giove. Rianimata da una forza nuova, grid, trasportata dall'ammirazione:
"S,  vero. Eccola, la Verit, quella che tu mi hai fatto presentire. Come son belli! Spiriti immortali, sono con voi. Ah! l'hai detto, niente muore. Io sono consolata. Omgar  con me. Noi continuiamo a vivere, viviamo, viviamo, viviamo per sempre!"
E si esaltava ancora. I suoi occhi, accesi d'entusiasmo, si volsero ad Omgar. Ma non lo vide. "S - ella disse -  con me. Noi viviamo, sentiamo, vediamo. La felicit  nella vita, nella vita.... eterna".
Spinta da una forza sovrannaturale, si era alzata, come se avesse voluto involarsi nell'immensit celeste; ma girando su se stessa, era ricaduta nelle braccia di Omgar, che si era precipitato a riceverla. Ella era morta, pronunciando l'ultima parola.
Il giovine prem le sue labbra su quelle della fanciulla e, scosso da un brivido glaciale, sent, anche lui, che la vita se ne andava. Il suo cuore acceler i battiti e, d'un tratto, si arrest.
I loro sguardi si erano spenti insieme, ricevendo i raggi di Giove, e i loro occhi si chiusero.
L'ombra di Cheope si alz nello spazio e disparve. Chi avesse potuto vedere, non con gli occhi corporei, che ricevono soltanto le vibrazioni fisiche, ma con quelli dello spirito, che possono accogliere le vibrazioni psichiche, avrebbe veduto due piccole fiamme, trasportate da quest'ombra, splendenti una accanto all'altra, strette in un medesimo amplesso, che salivano insieme nei cieli.
Allora rimasero sulla Terra soltanto alcuni deboli gruppi umani, morenti di freddo e di fame, specie d'Esquimesi selvaggi, vestiti di pelli di bestie, che cercavano nelle ultime caverne il loro ultimo rifugio, l'ultima tomba. La razza umana intelligente era proprio finita. Specie di animali degenerate sopravvissero per qualche migliaio di anni. Poi, insensibilmente, a poco a poco, tutta la vita terrestre si spense.
Questi avvenimenti accaddero, come abbiamo detto, dieci milioni d'anni, dopo l'epoca nella quale noi viviamo. Il Sole brill ancora venti milioni di anni, mentre Giove e Saturno erano la sede di generazioni fiorenti. Ma la Terra era assolutamente morta. Continu a rotolare nello spazio come un malinconico cimitero, in cui nessun uccello cantava pi. Un silenzio eterno avvolse le rovine dell'umanit morta; tutta la storia umana era svanita in fumo.
E nell'abisso celeste non una pietra mortuaria, non un ricordo segn il posto nel quale il nostro povero pianeta aveva reso l'ultimo respiro.
...
.
...
EPILOGO. DOPO LA FINE DEL MONDO TERRESTRE.
.
DISSERTAZIONE FILOSOFICA FINALE.
...
.
...
1.
.
"Allora l'angelo giur, per Colui che vive ne' secoli de' secoli, che non vi sarebbe pi tempo".
Apocalisse, X, 6.
La Terra era morta, gli altri pianeti, uno dopo l'altro, erano morti, il Sole era spento, ma le stelle brillavano sempre: vi erano ancora dei soli e dei mondi.
Nell'eternit senza limite, il tempo, essenzialmente relativo,  determinato dal movimento di ogni mondo, e ogni mondo  diversamente apprezzato, a seconda delle sensazioni personali degli esseri. Ogni globo misura la sua durata. Gli anni della Terra non sono quelli di Nettuno, l'anno di Nettuno equivale a centosessantaquattro dei nostri e, valutato assolutamente, non  pi lungo. Non vi  misura comune tra il tempo e l'eternit. Nello spazio vuoto non vi sono tempi, non vi sono anni, non vi sono secoli; vi  tuttavia la possibilit di una misura, che vi sarebbe determinata dall'arrivo di un globo.
Senza movimento periodico, non si pu aver nozione di un tempo qualunque.
La Terra non esisteva pi. N la Terra, n la sua vicina celeste, la piccola isola di Marte, n il bel globo di Venere, n il mondo colossale di Giove, n l'universo strano di Saturno, che aveva perduto la sua aureola, n i lenti pianeti di Urano e di Nettuno, n il Sole, sublime, il cui fuoco aveva fecondato per tanti secoli le patrie celesti, che gravitavano nella sua luce. Il Sole era un globo nero, ed altrettanti globi neri i pianeti; e questo sistema invisibile continuava a correre nell'immensit stellata, nel freddo dello spazio oscuro. Dal punto di vista della vita, tutti questi mondi erano morti, non esistevano pi. Sopravvivevano alla loro antica storia, come le rovine delle morte citt assire che l'archeologia scopre nel deserto selvaggio, e volteggiavano, oscuri, nell'invisibile e nello sconosciuto. Tutto era ultra gelato, a 273 sotto zero.
Nessun genio, nessun indovino avrebbe potuto ricostruire il tempo svanito, risuscitare gli antichi giorni, in cui la Terra vagava, ebbra di luce, e si svegliava, al mattino, con le sue belle piante verdi, i suoi fiumi serpeggianti lungo i prati, i suoi boschi, animati dal canto degli uccelli, le sue foreste profonde dalle ombre misteriose, i mari sollevantisi sotto l'influsso delle maree, o muggenti nelle tempeste, le montagne i cui versanti rigurgitavano di sorgenti e di cascate, i suoi filoni d'oro, i giardini smaltati di fiori, i nidi degli uccelli, le culle di bimbi, le umane popolazioni laboriose, la cui attivit l'aveva trasformata e che avevano vissuto con tanta gioia al sole della vita, perpetuate dal rapimento d'un amore senza fine. Allora tutta questa felicit pareva eterna. Che n' stato di quelle mattine, di quelle sere? di quei fiori e di quegli amanti, di quei raggi e di quei profumi, di quelle armonie e di quelle gioie, di quelle bellezze e di quei sogni? Tutto  scomparso.
La Terra morta, tutti i pianeti morti, il Sole spento, tutto il sistema solare finito, il tempo stesso arrestato!
Il tempo cadde nell'eternit. Ma l'eternit dura e il tempo resuscita.
Prima dell'esistenza della Terra, per tutta un'eternit, vi sono stati soli e mondi, umanit, che vivevano e agivano come la nostra. Quelle vivevano nel cielo, milioni e milioni d'anni or sono, e allora la nostra Terra non esisteva. L'universo antecedente al nostro non era meno fulgido del nostro. Dopo di noi, sar come prima di noi: l'epoca nostra non ha importanza.
Esaminando la storia passata della Terra, potremo prima risalire all'epoca primitiva, in cui il nostro pianeta brillava nello spazio, come un vero sole: la vedremo pi tardi nell'epoca in cui, simile a Giove e a Saturno,  stata avvolta da un'atmosfera densa e carica di vapori caldi, e potremo seguirla nelle sue trasformazioni fino al periodo umano. Noi abbiamo visto che quando il suo calore fu interamente finito, quando le acque furono assorbite, quando il vapore acqueo dell'atmosfera fu scomparso e quell'atmosfera fu, pi o meno, assorbita dal pianeta, il nostro globo dovette offrir l'immagine di quei grandi deserti lunari rivelati dal telescopio, con le differenze individuali della natura terrestre governata dai suoi propri elementi, con le sue ultime configurazioni geografiche, le sue ultime rive e i suoi ultimi corsi d'acqua disseccati. Cadavere planetario! Terra morta e gelata, essa ha tuttavia nel suo seno una energia non perduta, quella del suo movimento di traslazione intorno al Sole; la quale energia, trasformata in calore dall'arrestarsi di quel movimento, basterebbe a fondere il globo intero, ridurne una parte in vapore e far ricominciare al nostro pianeta una nuova storia, ma di breve durata perch, se questo movimento di traslazione venisse a cessare, la Terra cadrebbe nel Sole e perderebbe la sua propria esistenza. Fermata d'un colpo, cadrebbe in linea retta verso il Sole, con una velocit crescente che la farebbe precipitare su lui in sessantacinque giorni: arrestata gradatamente cadrebbe a spirale e si perderebbe, dopo un tempo pi lungo, nell'astro centrale.
La storia intera della vita terrestre  davanti ai nostri occhi, essa ha il suo principio e la sua fine: la sua durata, qualunque sia il numero dei secoli che la compongono,  preceduta da un'eternit, seguita da un'eternit, in modo che essa in sostanza non rappresenta che un momento perduto nell'infinito, un'onda impercettibile nell'immenso oceano delle et.
Per molto tempo dopo che la Terra ebbe cessato di essere la sede della vita, i mondi giganteschi di Giove e di Saturno, arrivati pi lentamente dalla fase solare alla fase planetaria, regnarono a loro volta nel sistema solare, raggiando di una vitalit incomparabilmente superiore alla storia organica del nostro globo.
Ma anche per loro giunsero i giorni della vecchiezza, e anche loro discesero nella notte del sepolcro.
...
.
...
2.
.
"Navigateurs lancs pour n'atteindre aucun port".
SULLY-PRUDHOMME, le Znith.
.
Se la Terra avesse conservato assai a lungo i suoi elementi di vitalit, come Giove, per esempio, non sarebbe morta che in seguito allo spengersi del Sole stesso. Ma la durata della vita dei mondi  in proporzione della loro grandezza e dei loro elementi di vitalit.
Il calore solare  dovuto a due sorgenti principali: la condensazione della nebulosa primitiva e la caduta di meteore. La prima causa ha prodotto, secondo i calcoli meglio accertati della termo-dinamica, un calore diciotto milioni di volte superiore a quello che il Sole irraggia in un anno, supponendo che la nebulosa primitiva sia stata fredda, ci che non  probabile. Continuando a condensarsi, il Sole pu mantenersi sempre raggiante per secoli e secoli.
Il calore che emette ogni secondo  uguale a quello che resulterebbe dalla combustione di 11 quadrilioni, 600.000 miliardi di tonnellate di carbon fossile, che brucino tutti insieme! La Terra non trattiene al passaggio che la mezzo-miliardesima parte di questo irraggiamento, e questa parte basta per mantenere l'immenso fuoco di tutta quanta la vita terrestre. Dei sessantasette milioni di raggi di luce e di calore che il Sole manda nello spazio, uno solo  ricevuto ed utilizzato dai pianeti.
Ebbene, per conservare questa sorgente di calore, basterebbe che il globo solare continuasse a condensarsi, in modo che il suo diametro non diminuisse che 77 metri all'anno, vale a dire 1 chilometro in tredici anni. Questa contrazione  cos lenta, che sarebbe impercettibile all'osservazione. Occorrerebbero novemilacinquecento anni, per ridurre il diametro di un solo secondo d'arco.
Se anche il Sole attualmente fosse sempre gazoso, il suo calore, nonch diminuire, o restare stazionario, crescerebbe ancora, per il fatto solo della contrazione solare: perch se un corpo gazoso si condensa da una parte, raffreddandosi, d'altra parte il calore prodotto dalla contrazione  pi che sufficente a impedire alla temperatura di abbassarsi e il calore aumenta fino a che la condensazione comincia sotto forma liquida. Tale  il probabile stato attuale del sole.
La condensazione del globo solare, la cui densit non  ancora che il quarto di quella del globo terreste, pu dunque, da s sola, mantenere per secoli (almeno dieci milioni d'anni) il calore e la luce dell'astro radioso.
Ma parleremo ora di una seconda causa di conservazione di questa temperatura: la caduta delle meteore. Ne cadono continuamente sulla Terra: centoquarantasei miliardi di stelle cadenti all'anno. Ne cadono incomparabilmente di pi sul sole, a causa della sua attrazione preponderante.
Se questo ne ricevesse circa la centesima parte della massa terrestre, ogni anno questa caduta basterebbe a mantenere il suo irraggiamento, non gi per la combustione delle meteore, - perch se il Sole stesso si consumasse, non potrebbe durare pi di seimila anni - ma per la trasformazione in calore del movimento improvvisamente arrestato, ed uguale a 650.000 metri nell'ultimo secondo di caduta; tanto l'attrazione solare  intensa.
La Terra, cadendo sul Sole, manterrebbe per 95 anni il dispendio attuale d'energia del Sole;
Venere per 84 anni;
Mercurio per 7 anni;
Marte per 13 anni;
Giove per 32254 anni;
Saturno per 9562 anni;
Urano per 1610 anni;
e Nettuno per 1890 anni.
Vale a dire che la caduta di tutti i pianeti nel Sole darebbe luogo a un calore sufficente a conservare la sua produzione per 46000 anni.
 dunque certo che la caduta delle meteore aggiunge una gran durata al mantenimento del calore solare. Un trentatremilionesimo della massa solare, aggiunto ogni anno, basterebbe a compensare la perdita, e anche la met, ammettendo che la condensazione abbia una parte uguale a quella delle meteore nella conservazione del calore solare: ci vorrebbero dei secoli, perch gli astronomi se ne accorgessero dall'accelerazione delle rivoluzioni planetarie.
Possiamo dunque ammettere, come minimo, venti milioni d'anni all'avvenire solare, per queste due sole cause, e si potrebbe, senza esagerare, arrivare anche a trenta. E questa durata pu essere ancora aumentata da cause sconosciute, non pensando all'incontro di uno sciame meteorico.
Il Sole rimase dunque l'ultimo vivente del suo sistema, l'ultimo animato dal fuoco della vita.
Ma anch'esso si spense. Dopo avere per tanto tempo versato sui suoi figli celesti i raggi vivificatori della sua luce, vide le sue macchie crescere in numero e in estensione, la sua brillante fotosfera oscurarsi, e la sua superfice, gi splendente, oscurarsi e congelarsi. Una enorme palla rossa prese, nello spazio, il posto dell'abbagliante focolare dei mondi scomparsi.
Per molto tempo l'enorme astro conserv, alla superfice, una temperatura elevata e una specie d'atmosfera fosforescente; il suo terreno vergine produsse fiori meravigliosi, una fauna sconosciuta, esseri assolutamente diversi, nei loro organismi, da tutti quelli che si erano succeduti sui mondi del suo sistema, rischiarati dalla luce delle stelle e dalle emanazioni elettriche, formanti una specie d'atmosfera intorno all'antico focolare.
Anche per lui arriv la fine e all'orologio eterno del destino suon l'ora in cui tutto il sistema solare fu radiato dal libro della vita. E successivamente tutte le stelle, di cui ciascuna  un sole, tutti i sistemi solari, tutti i mondi ebbero la stessa sorte....
...
.
...
3.
.
"Tutto sar, tutto sembra essere e tutto non  che nulla".
BUDDA.
.
E tuttavia l'universo continu ad esistere come oggi.
La matematica ci dice: - Pare che il sistema solare non possieda attualmente che la quattrocentocinquantaquattresima parte dell'energia trasformabile che aveva, quando era allo stato di nebulosa. Bench questo residuo costituisca ancora una riserva, la cui enormit confonde la nostra immaginazione, un giorno sar consumato.
Poi, la trasformazione sar completa per tutto l'universo, e finir per stabilirsi un equilibrio generale, tanto di temperatura, quanto di pressione.
Allora l'energia non sar pi suscettibile di trasformazione. Ci sar non l'immobilit assoluta, poich la stessa somma d'energia esister sempre sotto forma di movimenti atomici, ma l'assenza di ogni movimento sensibile, di ogni differenza e di ogni tendenza, vale a dire la morte definitiva.
Ecco quel che dice la nostra matematica attuale.
L'osservazione, infatti, stabilisce che, da una parte, la quantit di materia resta costante e dall'altra la quantit di forza o d'energia resta pure costante, a traverso tutte le trasformazioni dei corpi e delle posizioni, ma che l'universo tende a uno stato d'equilibrio, allo stato del calore, uniformemente repartito. Il calore del Sole e di tutti gli astri parrebbe dovuto alla trasformazione dei movimenti iniziali, agli urti delle molecole; il calore attuale, proveniente da questa trasformazione di movimento, raggia costantemente nello spazio; ci che durer finch tutti gli astri non sieno raffreddati sino alla temperatura dello spazio stesso. Se consideriamo attendibili le nostre scienze attuali, la meccanica, la fisica e le matematiche, e se ammettiamo la permanenza delle leggi, che governano oggi la natura e il nostro umano raziocinio, questa  la sorte riserbata all'universo.
Lungi dall'essere eterna, la Terra su cui noi viviamo, ha avuto un principio.
Nell'eternit, cento milioni di anni, un miliardo di anni o di secoli sono come un giorno; vi  l'eternit, avanti e dopo; e la lunga apparente durata della vita terrestre svanisce, per ridursi a un punto. Lo studio scientifico della natura e la conoscenza delle sue leggi ci riportano dunque alla questione altre volte posta dai teologi, si chiamino essi Zoroastro, Platone, S. Agostino, o S. Tommaso d'Aquino, o si tratti di un ingenuo seminarista, tonsurato la vigilia
"Che faceva Dio prima della creazione del mondo, e che far dopo la sua fine?" o, sotto una forma meno antropomorfica, poich Dio  inconoscibile: "Qual era lo stato dell'universo, prima dell'ordine attuale delle cose, e quale sar dopo?"
La questione  la stessa, sia che si ammetta un Dio personale, che ragioni ed agisca con un fine determinato, sia che non si ammetta spirito alcuno nella natura, ma soltanto atomi indistruttibili e forze rappresentanti una quantit d'energia invariabile, e non meno indistruttibile. Nel primo caso, perch Dio, potenza eterna e non creata, sarebbe da principio rimasto inattivo, o, essendo rimasto inattivo, soddisfatto della sua immensit assoluta ed inaccrescibile, perch avrebbe cambiato questo stato e avrebbe creato la materia e le forze? Il teologo pu rispondere: "Perch gli ha fatto piacere". Ma il filosofo non  soddisfatto di questo cambiamento nell'idea divina.
Nella seconda concezione del mondo, poich l'origine dell'ordine attuale delle cose non risale che a una data epoca e non vi  effetto senza causa, abbiamo il diritto di domandare qual'era lo stato anteriore alla formazione dell'universo attuale.
Non si pu certamente contestare che, sebbene l'energia sia indistruttibile, vi  una tendenza universale alla sua dispersione, che deve finire con uno stato di riposo universale e di morte; e il ragionamento matematico  impeccabile.
Pure, noi non lo ammettiamo.
Perch?
Perch l'universo non  una quantit limitata.
...
.
...
4.
.
"Devant l'ternit tout sicle est du mme-ge".
LAMARTINE, Harmonies.
.
 impossibile concepire un limite all'estensione della materia. Abbiamo davanti a noi, in uno spazio senza fine, la sorgente inesauribile della trasformazione dell'energia potenziale in movimento sensibile, e da questo in calore e in altre forze, e non un semplice meccanismo limitato che cammina come un orologio, e poi si ferma per sempre.
L'avvenire dell'universo  il suo passato. Se l'universo dovesse avere una fine, gi da molto tempo sarebbe giunta, e noi non saremmo qui a studiare questo problema.
Noi vediamo nelle cose un principio e una fine, per il fatto che le nostre concezioni sono limitate. Non possiamo concepire che una serie di trasformazioni assolutamente infinite possano esistere nell'avvenire, o nel passato, e che una serie pure infinita di combinazioni materiali possano succedersi, da pianeti in soli, da soli in sistemi di soli, da questi in vie lattee, in universi stellari, etc. etc.
Pure, lo spettacolo attuale del cielo sta a mostrarci l'infinito. Noi certo non comprendiamo l'infinit dello spazio, n l'infinit del tempo, eppure ancor meno concepiamo un limite qualunque allo spazio o al tempo, perch il nostro pensiero salta al di l di questo limite e continua a vedere. Si potrebbe camminar sempre in una direzione qualunque dello spazio, senza trovarne la fine, e cos si pu sempre immaginare un ordine di successione nelle cose future. Parlando assolutamente, noi non dobbiamo mai dire lo spazio e il tempo, ma l'infinito e l'eternit, rispetto ai quali ogni misura, per lunga che sia, non  che un punto. Noi non concepiamo, non comprendiamo l'infinito, nello spazio o nella durata, perch ne siamo incapaci, ma questa nostra incapacit non prova nulla contro l'assoluto. Pur confessando che non comprendiamo, sentiamo che l'infinito ci circonda e che uno spazio limitato da un muro, da una barriera qualunque  un'idea assurda in s, come, in un momento qualunque dell'eternit, non possiamo ammettere la possibilit dell'esistenza d'un sistema di mondi, i cui movimenti misurerebbero il tempo, senza crearlo. Sono gli orologi che creano il tempo? No. Essi non fanno che misurarlo. Le nostre misure di tempo e di spazio cadono, davanti all'assoluto. Ma l'assoluto rimane.
Noi viviamo nell'infinito, senz'accorgercene. La mano che regge questa penna  composta d'elementi eterni e indistruttibili, e gli atomi che la costituiscono esistevano gi nella nebulosa solare donde il nostro pianeta  uscito, e al di l dei secoli esisteranno sempre. I vostri petti respirano, i vostri cervelli pensano, con materiali e forze che agivano gi milioni di anni or sono, e che agiranno senza fine.
E il piccolo globo che noi abitiamo  in fondo all'infinito, - non gi nel centro d'un universo limitato - al fondo dell'infinito, come la stella pi lontana che il telescopio possa scoprire.
La miglior definizione dell'universo che sia stata data  sempre quella che Pascal ha ripetuto, e alla quale non c'era e non c' niente da aggiungere:
"Una sfera il cui centro  dappertutto, la circonferenza in nessun luogo".
 questo infinito che assicura l'eternit dell'universo.
Stelle su stelle, sistemi su sistemi, miriadi su miriadi, miliardi su miliardi, universi su universi si succedono senza fine in tutti i sensi. Noi non abitiamo in un centro che non esiste; e, al pari della stella pi lontana cui accennammo poco fa, la Terra giace in fondo all'infinito.
Senza fine nello spazio. Voliamo col pensiero in una direzione qualunque del cielo, con una qualsiasi velocit, per dei mesi, degli anni, dei secoli; sempre, sempre! Mai saremo arrestati da un limite, mai ci avvicineremo a una frontiera: resteremo sempre al vestibolo dell'infinito aperto davanti a noi....
Senza fine nel tempo. Viviamo col pensiero al di l delle et future, aggiungiamo i secoli ai secoli, i periodi secolari ai periodi secolari, mai raggiungeremo la fine: resteremo sempre al vestibolo dell'eternit aperta davanti a noi.
Nella nostra piccola sfera d'osservazione terrestre, constatiamo che, traverso tutti i cambiamenti d'aspetto di materia e di movimento, la stessa quantit di materia e di movimento rimane, sotto altre forme. Materia e forze si trasformano, ma la stessa quantit di massa e di potenza sussiste.
Gli esseri viventi ci danno questo esempio perpetuo; nascono, crescono, aggregandosi sostanze attinte nel mondo esteriore e quando muoiono si disgregano e rendono alla natura tutti gli elementi di cui il loro corpo era stato formato. Una legge permanente ricostituisce di continuo altri corpi con quegli stessi elementi. Ogni astro si pu paragonare ad un essere organizzato, anche dal punto di vista del suo calore interno. Un corpo rimane in vita finch le energie diverse dei suoi organi funzionano in seguito ai movimenti della respirazione e della circolazione. Quando l'equilibrio e il riposo son giunti, ne consegue la morte; ma dopo la morte tutte le sostanze, di cui il corpo era formato, vanno a ricostituire altri esseri. La dissoluzione  il preludio di un rinnovamento e della formazione di esseri nuovi. L'analogia ci porta a credere che lo stesso sia nel sistema cosmico. Niente pu essere distrutto.
Ci che sussiste, invariabile come quantit, ma sempre mutevole di forma sotto le apparenze sensibili che l'universo ci presenta,  una Potenza incommensurabile, che siamo obbligati a riconoscere come illimitata nello spazio e senza principio n fine nel tempo.
Ecco perch vi saranno sempre soli e mondi, che non saranno n i nostri soli, n i nostri mondi attuali, che saranno altri, ma che si succederanno sempre nell'interminabile eternit.
E questo universo visibile non deve rappresentare per il nostro spirito che le apparenze variabili e mutevoli della Realt assoluta ed eterna, costituita dall'universo invisibile.
...
.
...
5.
.
"Il mit l'ternit par del tous les ges; Par del tous les cieux il jeta l'infini".
V. HUGO, Jhovah.
.
 in virt di questa legge trascendentale che molto tempo dopo la morte della Terra, dei pianeti giganteschi, dello stesso astro centrale, mentre il nostro vecchio sole nero navigava nell'immensit sconfinata, portando con s i mondi defunti in cui le umanit terrestri e planetarie avevano in altri tempi lottato nelle futili battaglie della vita quotidiana, un altro sole spento, proveniente, anch'esso, dalle profondit dell'infinito, lo incontr.... e l'arrest!
Allora, nella profonda notte dello spazio, queste due palle formidabili, crearono d'un tratto, per quell'urto prodigioso, un fuoco celeste immenso, una vasta nebulosa gazosa, che oscill, dapprima, come una fiamma folle, e poi vol verso cieli sconosciuti. La sua temperatura era di parecchi milioni di gradi. Tutto quello che era stato quaggi, terra, acqua, aria, minerali, piante, uomini, tutto quello che era stato carne, sguardi, cuori palpitanti d'amore, bellezze seduttrici, cervelli pensanti, mani che avevano impugnato la spada, vincitori o vinti, carnefici o vittime, atomi e anime inferiori non libere dalla materia, tutto era divenuto fuoco. E cos era accaduto dei mondi di Marte, Venere, Giove, Saturno e dei loro fratelli. Era la resurrezione della natura visibile, mentre le anime superiori che avevano acquistato l'immortalit continuavano a vivere senza fine nelle gerarchie dell'universo psichico invisibile. La coscienza di tutti gli esseri umani che avevano vissuto sulla Terra s'era elevata nell'idea; gli esseri avevano sempre progredito nelle loro trasmigrazioni traverso i mondi e rivivevano tutti in Dio, liberati dal peso della materia, librantisi nella luce eterna, in continuo perfezionamento. L'universo apparente, il mondo visibile  il crogiuolo nel quale si elabora incessantemente l'universo psichico, il solo reale e definitivo.
L'urto spaventoso dei due soli spenti cre un'immensa nebulosa gazosa che assorb tutti gli antichi mondi, trasformati in vapore, e che, superba, gigantesca, sospesa nello spazio infinito, si mise a girare su se stessa.
E nelle zone di condensazione di quella nebulosa primordiale, nuovi globi nacquero, come, in altri tempi era avvenuto, all'aurora della Terra.
E questo fu un ricominciare del mondo, una genesi che futuri Mos e futuri Laplace raccontarono.
E la creazione continu, nuova, diversa, non terrestre, non marziale, non saturniana, non solare; un'altra, extra-terrestre, sovrumana, inesauribile.
E vi furono altre umanit, altre civilt, altre vanit: altre Babilonie, altre Tebi, altre Ateni, altre Rome, altre Parigi; altri palazzi, altri templi; altre glorie, altri amori, altri fulgori. Ma tutte queste cose non ebbero pi nulla di comune con la Terra, le cui immagini si erano dileguate come ombre spettrali.
E questi universi passarono a loro volta. Ed altri seguirono. In una certa epoca, perduta nell'eternit futura, tutte le stelle della via lattea caddero verso un centro comune di gravit e formarono un immenso e formidabile sole, centro d'un sistema, i cui mondi enormi furono popolati da esseri organizzati, con una temperatura incandescente per noi, ai quali i sensi, vibranti per altre radiazioni, in un'altra chimica, in un'altra fisica, mostrarono l'universo sotto aspetti, del tutto inconoscibili per i nostri occhi terrestri.... Altre creazioni, altri esseri, altri pensieri.
E sempre lo spazio infinito rimase popolato di mondi e di stelle, di anime e di soli; e l'eternit dur per sempre.
Perch non pu esserci n fine, n principio.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Note al testo.
.
(1) Questi ed altri passi stanno a testimoniare la mentalit di larghe cerchie francesi nel momento in cui fu pubblicato il libro, antimilitaristica, scientifistica e anarcoide. [Nota d. trad.].
(2) Da circa trecento anni, l'Osservatorio di Parigi era divenuto la sede dell'amministrazione centrale dell'astronomia francese. Le osservazioni astronomiche si facevano in condizioni incomparabilmente migliori di quelle fatte nelle citt basse, popolose e polverose, in cima a montagne che si elevavano in un'atmosfera pura, isolate dalle distrazioni mondane. Fili telefonici collegavano costantemente gli osservatori con l'amministrazione centrale. Gli strumenti che vi si conservavano, servivano soltanto a soddisfare la curiosit di qualche scienziato, residente a Parigi per il suo ufficio, o a controllare qualche scoperta.
(3) Sarebbe superfluo far notare ai nostri lettori che la lingua del venticinquesimo secolo  qui tradotta in quella del decimonono.
(4) Nodo ascendente  il punto in cui l'orbita di un corpo celeste taglia l'eclittica avanzandosi verso il nord; nodo discendente  il punto opposto in cui la taglia passando verso il sud. [Nota d. trad.].
(5) Antica fisica del globo.
(6) Matteo, XXIV. - Id. XVI, - Marc. XIII. - Luc. XVII e XXI.
(7) Tessalonici, IV, 16:
 "Appena che il segnale sar stato dato dalla voce dell'Arcangelo e dal suono della tromba di Dio, il Signore stesso discender dal cielo e coloro che saranno morti in Ges Cristo subito resusciteranno.
 Poi, noi che siamo vivi e che saremo stati serbati fino ad allora, saremo assunti con essi nelle nubi, per comparire davanti al Signore, nello spazio, e cos saremo per sempre col Signore. Consolatevi, dunque, gli uni cogli altri, per queste verit".
(8) Nel 1033, l'anno della grande carestia, i conti di Tuscolo avevano creato papa un ragazzo di dodici anni, Benedetto IX, molto precoce e gi vizioso, ladro e assassino. Non aveva ancora sedici anni che lo scandalo era al colmo, e i capitani di Roma giurarono di strangolarlo all'altare, nel momento in cui avrebbe tenuto Dio nelle mani impure. L'eclisse di sole, cui abbiamo accennato sopra, lo salv; i congiurati, atterriti, non osarono toccare il papa: (quest'eclisse del 1033 che impedisce l'assassinio del papa, un papa di sedici anni, al momento dell'elevazione, non sarebbe un bel soggetto per un pittore?) Nondimeno dovette fuggire e ripar a Cremona presso l'imperatore Corrado. Enrico III lo rimise sul seggio pontificio nel 1038 e lo si vide regnare ancora per 16 anni, come un sultano, in mezzo a un harem. Si credette che stesse per abdicare, per sposare la figlia d'un barone romano, ma rest papa, e il popolo lo cacci da Roma nel 1044, per sostituirlo con un pontefice pi serio, Silvestro III. Quarantanove giorni dopo Benedetto tornava, a capo di una banda di briganti. Alla fine abdic l'anno seguente, facendosi dare in compenso la rendita dell'obolo di S. Pietro: compenso pattuito dagl'inglesi col successore Gregorio III. Nel 1045 vi erano tre papi: Benedetto IX, riconosciuto dal partito feudale, che non aveva disarmato, Silvestro III che pontificava in un castello fortificato dei monti della Sabina; e Gregorio VI, curato di Roma in Vaticano.
 L'imperatore Enrico III fece insieme deporre e rinchiudere in un chiostro - per deliberazione di un concilio - Gregorio e Silvestro, e nomin un quarto papa, Clemente II, che fu consacrato la notte di Natale del 1046. Ma Benedetto non dormiva e l'anno seguente si precipit come un avvoltoio su Roma, fece avvelenare il papa tedesco e regn ancora otto mesi sul trono di S. Pietro. L'armata del conte di Toscana giunse a Roma con un nuovo papa e lo tolse definitivamente di mezzo: Benedetto aveva allora ventisei anni. Tale fu uno dei pontefici di quell'epoca. Il frate Raoul Glaber osa appena parlarne e si contenta di dire: "Sarebbe troppo orribile narrare le infamie della sua vita".
(9) La figura che segue  un fac-simile ottenuto colla fotoincisione del disegno originale, pubblicato nelle opere d'Ambrogio (ediz. 1633, pag. 810, capitolo dei mostri celesti). Questo curioso fac-simile , come i tre precedenti, senza alcun ritocco. Essi ci trasportano ai secoli dei nostri avi.
(10) La prima edizione di questo lavoro era appena pubblicata che un nuovo profeta, uno scienziato viennese, M. Rudolf Falb. annunziava di nuovo la fine del mondo, questa volta per il 13 novembre 1899, a causa dell'incontro di una cometa con la Terra.
 Ora noi non aspettiamo comete per quest'epoca, ma soltanto una innocua pioggia di stelle filanti.
(11) Vessazioni esercitate dai dragoni, sotto Luigi XIV, contro i Calvinisti.
(12) Poche pagine danno pi di queste una chiara idea dell'ingenuo ottimismo e della profonda incomprensione della storia umana che ha contraddistinto talune cerchie intellettuali della societ francese ed europea negli ultimi decenni del sec. XIX. (Nota d. trad.).
(13) Nel diciannovesimo secolo, gli stud degli storici della natura avevano scoperto le oscillazioni verticali secolari della crosta terrestre, varie a seconda delle regioni, e avevano constatato il lento abbassamento del suolo occidentale e settentrionale della Francia e l'invasione progressiva del mare, dal principio delle tradizioni storiche. Si era visto il mare distaccar successivamente dal continente le isole di Jersey, dei Minquiers, di Chausey, degli Ecrehous, di Czembre, di Mont-Saint-Michel ed inghiottire le citt d'Is, d'Hlion, di Tommen, di Portzmeur, di Harbour, di Saint-Louis, Monnij, Bourgneuf, la Feillette, Paluel, Nazado, e la penisola Armoricana ritirarsi lentamente davanti all'invasione dei flutti. Di secolo in secolo, l'ora del diluvio oceanico aveva suonato per Herbavilla, ad ovest di Nantes; per Saint-Denis-Chef-de-Caux, a nord dell'Havre: per Saint-Etienne-de-Paluel e Gardoine, a nord di Dol; per Tolente, ad ovest di Brest; per Porspican, vicina a Cancale; pi di ottanta luoghi abitati dell'Olanda erano stati inghiottiti nel quindicesimo secolo, etc. etc. In altre regioni, il cambiamento era avvenuto in senso contrario ed il mare si era ritirato. Ma ad ovest e a nord di Parigi la doppia azione del lento abbassamento del suolo e dell'inclinazione delle rive, aveva in otto mila anni portato il mare a Parigi, con una quantit d'acqua navigabile, sufficente alle navi di maggior tonnellaggio.
(14) Pi d'un lettore considerer sopportabilissimo questo clima, poich all'epoca nostra si possono citare regioni, la cui temperatura media  molto inferiore a questa, e che pure sono abitate, per esempio Verchnoiansk, la cui temperatura media annuale  di -19,3. Ma in queste regioni vi  un'estate, in cui il ghiaccio si scioglie e se in gennaio si ha una temperatura di 60 e pi sotto zero, in luglio si arriva a 15 e 20 sopra zero. Invece, al punto a cui siamo arrivati nella storia del mondo, questa temperatura media della zona equatoriale era costante, ed i ghiacci non potevano mai sciogliersi.
...
.
...
FINE.